«Gioisci, tu che hai ricevuto grazia»

 

Al centro del tempo di Avvento si staglia la figura di Maria, colei che fa spazio nel suo cuore e nel grembo al figlio, per poi lasciare il primo piano al Natale di Gesù. La storia comincia a Nazaret, con l’annuncio dell’angelo, e si compirà a Betlemme. In verità, la solennità dell’Immacolata ci fa allungare lo sguardo molto più indietro, ai primordi dell’umanità, quando il Signore pianificava il suo disegno di amore per tutte le creature.

Ora, non deve ingannarci il fatto che, nella liturgia, venga prima il racconto del libro del Genesi, dove il Signore promette ai progenitori di porre «inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe», prefigurando così la vittoria del Figlio di Dio e di Maria sul peccato e la morte. Noi cristiani leggiamo gli inizi a partire dal compimento: è la pasqua di Gesù che getta luce su tutta la storia. Infatti, non sapremmo nulla del primo Adamo senza Gesù, l’ultimo Adamo – come insegna san Paolo (1Cor 15,22-45; Rm 5,12-21) –, come pure non potremmo comprendere Eva senza Maria.

Alla luce della grazia pasquale emerge l’ombra del peccato del mondo, e quindi della nostra salvezza. Per tale ragione, oggi celebriamo Maria concepita senza peccato. In previsione della morte e risurrezione di Gesù, Maria, sua Madre, è stata preservata dal peccato originale e da ogni altro peccato. Nella vittoria del nuovo Adamo c’è anche quella della nuova Eva, madre dei redenti.

La fede in questa verità, che la Chiesa ha definito solennemente con la bolla Ineffabilis Deus di Pio IX nel 1854, si basa sull’espressione rivolta dall’angelo a Maria: «Gioisci, tu che hai ricevuto grazia». In greco, il termine kecharitomene vuol dire “piena di grazia”, colmata del dono di Dio, pronta per rispondere alla vocazione e missione di Madre del suo Figlio.

Maria non si è preparata da sola a diventare mamma: il Signore l’ha chiamata ad esserlo, e perciò ha disposto misteriosamente il suo cuore di ragazza ad ricevere un dono eccessivo per lei, e sorprendente per tutti noi. Ha chiesto a Giuseppe di accompagnarla e sostenerla, come oggi domanda a ciascuno di noi di starle vicino, per imparare l’umiltà dell’accoglienza.

Il racconto dell’annunciazione ci prepara al santo Natale del Signore: con Maria e attraverso di lei, preghiamo perché nel mondo scoppi la pace, perché nella Terra Santa – riempita dalla grazia dell’Incarnazione e della Pasqua di Gesù – cessi lo spargimento di sangue innocente. Perché Gesù, il Figlio di Dio e di Maria, ha già versato il suo, e quello basta per tutti e per sempre. Maria, Immacolata concezione e regina della pace, interceda per noi, che ricorriamo a lei con fiducia e amore.

Don Maurizio

Immacolata Concezione – Vangelo e omelia (8 dicembre)

Il senso cristiano della sofferenza

A 40 anni dalla Lettera Apostolica Salvifici Doloris di Giovanni Paolo II, l’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute ha proposto questo itinerario in quattro tappe per una lettura dei temi ispirati alla Lettera apostolica con l’obiettivo di renderli attuali.

Il 23 novembre si è tenuta la III tappa di questo itinerario con il titolo “Il Vangelo della Sofferenza” a cura di don Maurizio Gronchi. Di seguito viene proposta la registrazione del corso.

Il Vangelo della sofferenza – don Maurizio 23 novembre

Prendi parte alla gioia del tuo signore

 

La parabola dei talenti, affidati da un signore ai suoi servi, merita di essere letta con attenzione, perché potremmo essere tentati di semplificare il discorso. A prima vista, infatti, sembra che tutto dipenda dalle capacità umane di mettere a reddito i beni altrui, per meritare un premio, o, al contrario, per ricevere una punizione. Ne deriverebbe un’immagine distorta del Signore, che toglie a chi non ha anche quel poco che gli resta.

Dunque, andiamo con ordine. Il signore del racconto di Gesù affida a dei servi i suoi averi, il suo capitale. Forse non ha figli, e vuol sapere chi tra loro può ereditare le proprie sostanze. Invece di consegnare il suo denaro ai banchieri, lo mette nelle mani di tre servi, con quote diverse: ad uno cinque talenti, ad uno due, ad un altro uno. Si tratta di somme ingenti, se pensiamo che un talento era pari a 6.000 dracme, l’equivalente di 25,80 kg di argento.

In realtà, quindi, non si tratta di una messa alla prova dei servi, ma di un atto di grande fiducia: Gesù racconta di un padrone, ma in sostanza parla di un padre, di suo Padre, che affida tutto di sé a noi.

I doni che abbiamo ricevuto il Signore non li vuole indietro per sé, lo si capisce bene dalle risposte che dà al primo e al secondo servo, che presentano il frutto del loro impegno: «Ben fatto, servo buono e fedele, sei stato fedele in poche cose, ti porrò a capo di molte, prendi parte alla gioia del tuo signore».

Il problema si pone, invece, per il servo «cattivo e pusillanime», che ha considerato il signore «un uomo duro», che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso. È la sua visione di Dio che non va: non ha compreso che il talento affidatogli è un’opportunità per lui, non qualcosa da restituire. Infatti, il suo talento sotterrato viene dato al primo servo.

Può capitare anche a ciascuno di noi di temere, di non sentirsi capace o all’altezza. Questo è il momento di credere che il Signore si fida di te, ti ama, e ciò che ti chiede, in realtà, te lo ha già donato. Ti sta domandando di accogliere, non di restituire. Proprio quando pensi di non farcela, è il momento di chiedere aiuto: i propri doni vanno condivisi, vanno messi in relazione con gli altri. Per questo il signore della parabola dice: «Ma allora avresti dovuto consegnare il mio denaro ai banchieri». Gli interessi che il Signore vuol riscuotere sono i nostri, non i suoi, ovvero il nostro bene pieno; questa è la gioia del Signore di cui vuol metterci a parte.

In conclusione, da questo racconto impariamo che si perde solo ciò che si nasconde. Quel che siamo, i nostri talenti, le capacità che ciascuno di noi ha ricevuto dalla vita, per grazia di Dio, deve essere condiviso, soprattutto con i più poveri e i più deboli: solo così frutta e si moltiplica.

Oggi, VII giornata mondiale dei poveri, papa Francesco ci indirizza un chiaro messaggio, che getta luce anche sul brano evangelico: «I poveri sono persone, hanno volti, storie, cuori e anime. Sono fratelli e sorelle con i loro pregi e difetti, come tutti, ed è importante entrare in una relazione personale con ognuno di loro». Dunque, «Non distogliere lo sguardo dal povero» (Tb 4,7).

Don Maurizio

XXXIII Domenica – Vangelo, omelia e testimonianza di P. Gabriele

Seminari nella Cappella di Sant’Agata: “il bello delle cose”

Venerdì 17 novembre, a partire dalle ore 21.00, si terrà il terzo incontro del nuovo ciclo di seminari promosso dal gruppo informale “Cultura e carità”.

Il ciclo di quest’anno ha per titolo “Il bello delle cose”.
La sede della conferenza sarà la cappellina di Sant’Agata, situata alle spalle della chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno.

La conferenza sarà tenuta dal professor Massimo Dringoli e verterà sul tema: “Architettura, urbanistica e bellezza”.

A presto!

Il più grande sarà vostro servitore

 

Il discorso con cui oggi Gesù si rivolge alle folle e ai discepoli comincia con una apparente contraddizione. Più volte egli ha messo in guardia dall’insegnamento legalistico di scribi e farisei – «cieche guide di ciechi» – ma adesso sembra che si debba dare loro ascolto, quali autorevoli interpreti della legge di Mosè. In realtà, egli pone l’accento sull’incoerenza tra ciò che dicono e poi non fanno, perché mettono pesi sulle spalle degli altri, ma non li muovono nemmeno con un dito.

Questo inizio polemico serve a Gesù per indicare ai discepoli e alla gente la differenza che esiste tra le parole e i fatti, tra l’ideale e il reale. Si può insegnare la via del bene senza percorrerla: questa si chiama ipocrisia, che equivale a sostenere una parte in una recita teatrale. È un discorso che mette tutti in discussione: ci pone di fronte a ciò che abbiamo davvero nel cuore e il nostro agire.

Non capita forse anche a ciascuno di noi di cedere alla tentazione di trasformare il proprio legittimo bisogno di riconoscimento in amore per il potere? Questo è ciò che Gesù biasima: «tutte le loro azioni le fanno per attirare gli sguardi degli altri», come pure farsi chiamare rabbi, padre e guida. Non è raro predicare bene e razzolare male, ma è proprio questa distanza che il Signore vuole accorciare. Egli però non chiede lo sforzo solo umano della volontà: ci domanda di riconoscere il proprio limite, che è già principio di coerenza.

Da dove nasce la distanza tra il desiderio del bene e il comportamento opposto? San Paolo risponderebbe: «In effetti, non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio, questo faccio» (Rm 7,19). Questa è la lotta interiore di chi riconosce la propria debolezza e si affida alla grazia dell’unico maestro, padre e guida che è il Signore.

La via che Gesù indica – per la quale ci potremo riconoscere come fratelli – è il servizio umile e generoso, che vede il più grande chinarsi sul più piccolo. Come ha ricordato papa Francesco alla giornata mondiale della gioventù a Lisbona: «l’unica volta in cui è lecito guardare una persona dall’alto in basso è per aiutarla a rialzarsi».

Don Maurizio

XXX Domenica – Vangelo e omelia (5 novembre)

Beati quelli che…

Le otto beatitudini del vangelo di Matteo dipingono la scena della vita, con le sue tristezze e le sue speranze. Gesù vede tutti quelli che soffrono, e coloro che si prendono cura degli altri. Non siamo, dunque, di fronte all’illusione del mondo ideale, al sogno irrealizzabile con le capacità umane, ma allo sguardo di Dio che fa nuove tutte le cose, a cominciare da qui, dal presente tormentato che viviamo.

Siamo invitati a dare concretezza ad ogni condizione che il Signore descrive, per non rimanere spettatori del mondo che ci è affidato, dei fratelli e delle sorelle che incontriamo ogni giorno. Ciò che Gesù promette per il futuro, domanda la nostra collaborazione nel presente: il suo dono è per noi un compito.

I poveri in spirito, ai quali è promesso il regno dei cieli, siamo noi, quando riconosciamo che senza la grazia di Dio non possiamo far nulla di buono, e scegliamo la via dell’umiltà invece che della prepotenza.

Quelli che vivono il lutto, e hanno le lacrime agli occhi, saranno consolati dal Signore, ma adesso hanno bisogno di chi si fa loro prossimo, e li prende per mano, nel suo nome.

I mansueti, che hanno il dono della pazienza e della mitezza d’animo, non sono beati perché ogni cosa gli scivola addosso, ma perché si fanno carico delle inquietudini altrui, con premura ed empatia.

Chi ha fame e sete di giustizia, e lotta per i propri diritti, sa vedere oltre se stesso; non difende solo i propri interessi, anzi, parte proprio dal riconoscere chi è più debole e vulnerabile, senza alcuna protezione.

I misericordiosi sono tali perché riconoscono di essere stati perdonati, quindi restituiscono semplicemente il perdono ricevuto, anche a chi non glielo chiede.

I puri di cuore non sono gli ingenui, che non si rendono conto della vita com’è, e vivono in un altro mondo; sanno invece evitare la tentazione di giudicare maliziosamente gli altri, alla ricerca di quel bene nascosto nel cuore di ognuno.

Gli operatori di pace – oggi quanto mai indispensabili – sono quelli che hanno a cuore le vittime, i più fragili e feriti, e domandano al più forte di rinunciare alla sopraffazione, senza sottrarsi alla denuncia, alla mediazione e alla preghiera.

Da coloro che sono perseguitati a motivo della giustizia – e sono sempre troppi, nel mondo – sale alto il grido del rispetto del diritto, e del diritto al rispetto della dignità umana, che non viene meno neppure nel peggior criminale.

Gli insultati e i perseguitati a causa della fede in Gesù, infine, sono i testimoni del Vangelo del perdono, perché si sottraggono alla risposta violenta nei confronti di chi li offende.

A ben vedere, il mondo è pieno di queste persone che lottano con amore, senza fare alcun male. A tutti costoro – e speriamo di esserci anche noi – il Signore promette la gioia e la felicità eterne, perché è lui stesso a farcene dono, chiedendoci umiltà e fiducia.

La solennità di Tutti i Santi ci invita rivolgere lo sguardo e la preghiera a quella moltitudine immensa di fratelli e sorelle che, dal Paradiso, ci sostiene lungo le strade impervie della vita. Sicuramente, qualcuno di loro lo abbiamo incontrato: siamo certi che si ricorderà di noi, specialmente nell’ora della prova.

 Don Maurizio

Tutti i Santi – Vangelo e omelia (1 novembre)