Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 12.00:

  • Epifania – Sabato 6 gennaio – ore 12.00
  • Domenica 7 gennaio – non c’è la Messa delle 12.00
  • Domenica 14 gennaio – ore 12.00
  • Domenica 21 gennaio – ore 12.00          pranzo con i poveri
  • Domenica 28 gennaio – ore 12
  • Domenica 4 febbraio – ore 12.00
  • Domenica 11 febbraio – 12.00
  • Domenica 18 febbraio – ore 12
  • Domenica 25 febbraio – ore 12.00         pranzo con i poveri
  • Domenica 3 marzo – non c’è la Messa delle ore 12.00     
  • Domenica 10 marzo – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 17 marzo – ore 12.00
  • Domenica delle Palme 24 marzo – ore 12.00 pranzo con i poveri

* La Santa Messa delle 12.00 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi

Quando il cielo baciò la terra

Quando il cielo baciò la terra nacque Maria
che vuol dire la semplice,
la buona, la colma di grazia.
Maria è il respiro dell’anima,
è l’ultimo soffio dell’uomo.
Maria discende in noi,
è come l’acqua che si diffonde
in tutte le membra e le anima,
e da carne inerte che siamo noi
diventiamo viva potenza.

Germogliava in lei luce
come se in lei in piena notte
venisse improvvisamente il giorno.
Ed era così piena della voce di Lui
che Maria a tratti diventava grande
come una montagna,
e aveva davanti a sé
il Sinai e il Calvario,
ed era ancora più grande di loro,
di queste montagne ardenti
oltre le quali lei poneva
il grande messaggio d’amore
che si chiamava Vita.
E intanto si lavava
nelle fonti più pure
e le sue abluzioni
erano caste
perché Maria era fatta
di sola acqua.

Maria vuol dire transito,
ascolto, piedi lieve e veloce,

ala che purifica il tempo.
Maria vuol dire una cosa che vola
e si perde nel cielo.

Alda Merini

Maria Madre di Dio – Vangelo e omelia (1 gennaio 2024)

Erano pieni di meraviglia

 

Nella festa della Santa Famiglia di Nazaret contempliamo, in un unico quadro, il bambino Gesù, con Maria e Giuseppe, nel tempio della città in cui si compirà il destino doloroso e glorioso di questo figlio misterioso, umanamente imprevisto, venuto dall’altezza di Dio, nascosto ai margini dell’impero. Risalta qui una prospettiva diversa, e complementare, rispetto a quella umana: non una coppia che ha un figlio, ma un Figlio che ha bisogno di genitori. Per diventare umano, l’Altissimo ha cercato una mamma – il suo cuore, il suo grembo – con vicino un giovane innamorato, forte e coraggioso.

Maria e Giuseppe vanno a Gerusalemme, per presentare il bambino alla comunità religiosa d’Israele, nel tempio, dove si cerca Dio, ma dove Egli non abita. Lo sanno i due anziani Simeone e Anna, che aspettano di vedere il giorno annunciato del nuovo ed ultimo segno della sua presenza.

Il Signore dell’universo e della storia umana è avvolto in fasce, veste panni umili, tra le braccia di una giovane donna che non lo trattiene: è lì per offrirlo. Simeone «lo accolse tra le braccia e benedisse Dio». Maria e Giuseppe ricevono e donano, sanno che il Figlio non è venuto solo per loro: la famiglia nasce da lui, non da loro.

Celebrare la Santa Famiglia di Nazaret, per noi, significa accogliere l’invito a scoprire il mistero che abita le relazioni d’amore, i vincoli umani coniati dalla grazia, l’allargamento d’orizzonte delle reciproche appartenenze. L’amore è sempre in cerca di casa, vive di speranza e di attesa, si nutre di stupore e d’incanto: «suo padre e sua madre erano pieni di meraviglia per le cose che si dicevano di lui». Maria e Giuseppe c’insegnano la cura, la custodia e l’affidamento, non il possesso, il dominio, l’affermazione di sé.

Essi hanno rinunciato al loro protagonismo non perché hanno fatto del figlio un idolo. Gesù ha imparato il rispetto e la delicatezza verso le donne, perché ha visto la tenerezza di Giuseppe nei confronti di sua madre. Se ha appreso la sensibilità verso i poveri e i più fragili, è grazie all’umiltà e all’essenzialità che gli hanno insegnato i suoi genitori.

Tutto ciò potrà sorprenderci – e non sarebbe un male –, ma questo è il modo col quale il Signore ha scelto d’imparare ad amare in modo umano. Così, grazie a Maria e a Giuseppe, l’io divino di Gesù ha preso umanamente coscienza di sé: Giusto piovuto dalle nubi, Salvatore germogliato dalla terra. Le famiglie del nostro tempo sperimentano grandi incertezze, vivono il senso della precarietà, sono in cerca di stabilità; spesso, ricevono e si procurano ferite, fanno fatica a rimanere unite. Alcune di queste prove le ha sperimentate la Santa Famiglia di Nazaret, ma qui non è mai venuto meno lo stupore, la capacità di lasciarsi sorprendere da quel figlio che ha dato vita ai genitori. Forse è proprio questa la conversione di cui abbiamo bisogno: rovesciare l’illusione di dare vita, per imparare a riceverla.

Don Maurizio

Santa Famiglia – Vangelo e omelia (31 dicembre)

Le due nascite

Il giorno dopo il bianco Natale si tinge di rosso, col sangue del primo martire: dal latte di Maria al sangue di Stefano. Sono due modi diversi di nascere. Alla Natività del Signore sulla terra segue il dies natalis al cielo del suo primo testimone.

Noi tutti siamo inclusi tra queste due nascite: la prima nel mondo, la seconda in cielo. In mezzo c’è l’esistenza umana, la crescita, la maturazione, il processo che ci spinge verso la pienezza. Eppure a noi non sembra così, presi come siamo dal timore di perdere qualcosa, invece di andare verso un compimento.

La liturgia di santo Stefano ci propone di allungare lo sguardo proprio verso il destino ultimo dei discepoli del Signore. Le parole di Stefano sono piene di luce e di consolazione:  «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo in piedi alla destra di Dio». Egli crede, percepisce, vede. I suoi occhi sono rivolti in alto, mentre i suoi assassini stanno per lapidarlo.

Le parole che il libro degli Atti degli Apostoli ci conservano sono ancora più eloquenti: «Signore Gesù, accogli il mio spirito», e infine: «Signore, non imputare loro questo peccato». Stefano ha davvero imparato dalla Passione di Gesù; è una grazia ricevuta, non vengono da lui, egli ripete. Il ricordo di quello che il vangelo ci tramanda dalle labbra di Gesù trova eco nel cuore di Stefano: «non siete infatti voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi».

Cosa impariamo da questa festa? Noi la chiamiamo così, ma in realtà è un dramma. Che c’è un modo di dare senso a quelle che ai nostri occhi sono perdite, sconfitte, distruzioni. L’amore di Stefano per il suo Signore gli ha permesso di trasformare interiormente la cattura in offerta. La sua vita ricevuta è fatta per essere donata, spesa, consegnata.

Alla prima nascita, gratuita, segue la seconda, consapevole, scelta, decisa. Nel tratto intermedio, che è la vita, tocca a noi invertire la tendenza al possesso in dono. Questa è la sfida di Casa Ilaria, è la scommessa che accettiamo di sostenere: cambiare lo sguardo, dall’egoismo alla solidarietà, dal prendere al dare, dall’avere al condividere.

Preghiamo santo Stefano che ci aiuti a fare come Sr Ilaria, ad accettare tutto, fidandoci che niente va perduto di ciò che abbiamo speso per amore del Signore e dei fratelli e delle sorelle più deboli. Ci saranno momenti di buio, di tristezza e di sconforto, ma non saranno l’ultima parola. Ce ne sarà sempre un’altra: «chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato».

Preghiamo di poter accogliere il dono della perseveranza, di mantenere saldo il nostro cuore, attaccati al bene, contro ogni resistenza che sorge da dentro e da fuori di noi.

Don Maurizio

Non sono io

 

La testimonianza di Giovanni Battista, secondo il quarto evangelista, si concentra sulle ripetute risposte – “non sono io” – date ai sacerdoti e leviti, che vengono da Gerusalemme, nel deserto, per interrogarlo. Non è il Cristo, né Elia, né il profeta. Dunque, chi è il battezzatore?

Deve aver sicuramente destato curiosità tra la gente, e forte sospetto nelle autorità religiose, lo strano personaggio che grida, chiama alla conversione e immerge nelle acque del Giordano chi va da lui. Il suo annuncio ha tutto il sapore dell’incombente giudizio di Dio, assomiglia ai profeti che reclamano obbedienza a Jahvè, cui il potere costituito non sembra essere fedele.

Israele ha conosciuto vari personaggi, lungo la propria storia, che si sono presentati al popolo, in contrasto con il potere regale e sacerdotale, e hanno fatto tutti una brutta fine. Anche a Giovanni, infatti, toccherà morire, per aver contestato l’immoralità di un piccolo sovrano.

Ma qui siamo di fronte ad uomo diverso, che non guarda indietro, ai precetti antichi, alla purità legale, all’Alleanza dei padri. Il Battista “non è”, perché non sta nelle caselle della memoria d’Israele, ma nel futuro di tutti. È la voce di uno che deve venire, perciò annuncia: «Lui viene dietro a me, ma io non ho titolo per sciogliergli il legaccio del sandalo!».

La scena evangelica si carica, così, di mistero; cresce l’attesa di sapere a chi altri Giovanni prepara la strada. Lui si espone, ma per ritrarsi; si fa avanti, attira su di sé l’attenzione, ma poi si fa da parte. Questo è il compito del servitore, anzi, ancora meno, perché neppure è in grado di sciogliere i calzari del suo signore.

L’evangelista la chiama «testimonianza di Giovanni», e ciò fa pensare alla sua particolarità. Infatti, il Battista non attesta ciò che ha visto; annuncia colui che è nascosto: «in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete!». In certo senso, attende anch’egli di vedere colui che sta per venire.

In questa particolare posizione sta la forza e la debolezza del testimone di Gesù: rischia per colui che sa essere il Signore, eppure non lo vede; crede che egli è presente, ma deve trovarlo e imparare a riconoscerlo. In sostanza, Giovanni ci indica il modo col quale stare di fronte e in mezzo agli altri, in nome del Signore. È un uomo decentrato, che sfugge al protagonismo dell’io, perché chi lo ascolta è spinto a guardare avanti, a non fermarsi, per continuare a cercare insieme.

Il Natale del Signore, ormai prossimo, riceve un senso da una sincera disposizione alla scoperta del nuovo che si affaccia nelle nostre vite, che non sempre è quello che ci aspettiamo. Per molte persone saranno giorni di festa, di lieto incontro con parenti e amici. Ma per altri si apriranno ferite antiche, profonde, dolorose.

Chiediamo al Signore di fasciare le piaghe dei cuori spezzati – come scrive il profeta Isaia, pensando al Messia venturo –; prendiamoci cura di coloro che restano ai margini, afflitti dalla solitudine, dalla malattia, dall’indigenza.

La domenica “gaudete” è un appello a rendere felici gli altri, mettendo un po’ da parte noi stessi. La lezione ci viene dal Battista, che ripete con insistenza: “non sono io” il protagonista.  

Don Maurizio

III Domenica di Avvento – Vangelo e omelia (17 dicembre)

La voce e la Parola

 

Il principio del vangelo secondo Marco è affidato all’annuncio di Giovanni il Battezzatore, nel deserto. Un inizio insolito per una bella notizia, che sembra nascondersi piuttosto che manifestarsi. Forse ci saremmo aspettati una solenne proclamazione in città, in mezzo alla folla, per attirare l’attenzione di più gente possibile. Invece è la voce di un messaggero strano, vestito di peli di cammello, che mangia cavallette e miele selvatico. Ha il sapore della follia, la scena di un invasato visionario. Non è lui la novità che sta per arrivare, ma soltanto il segnale: lui immerge nell’acqua, un altro immergerà nello Spirito.

La cornice è il deserto, il luogo dell’ambivalenza, dell’aridità e del silenzio; lo spazio vuoto dove nessuno può abitare a lungo: chi ci va deve spostarsi continuamente. In questo contesto comincia il vangelo di Gesù Cristo, l’avventura del Figlio di Dio in mezzo a noi. Giovanni è uno che, mentre annuncia, al tempo stesso cerca, aspetta gente che senta la sua voce. Poi verrà uno che si dovrà ascoltare. In verità, Giovanni annuncia colui che è la Parola, e la cerca, non la possiede, perciò grida, invoca, supplica.

C’è una differenza tra sentire e ascoltare, come tra la voce e la Parola. Si può sentire un suono e non distinguerlo, si possono udire delle parole, ma non capirne il senso. Forse è ciò che capita anche a noi, quando sentiamo proclamare le letture bibliche, senza però cogliere colui che ci parla, il Signore. Anzi, ancor più precisamente, senza avvertire che lui è la Parola fatta carne, che è venuto ad abitare con noi.

Il tempo di Avvento è l’occasione per avventurarci nel deserto silenzioso del cuore, dove si combatte l’estenuante lotta tra noi stessi e la voce della coscienza, che non coincidono, perché lì, nell’intimo dell’animo, cerca di porre la sua tenda il Signore, e non gli è facile farsi spazio, in mezzo a troppi suoni spesso disarticolati.

Il deserto è un simbolo potente dell’interiorità: talvolta sembra disabitato da Dio, che resta in silenzio, ma anche luogo di incontro salvifico con la sua voce, con la sua Parola. Tocca a noi non sfuggire al silenzio di Dio, in attesa di abitare il silenzio con Dio. Diceva santa Madre Teresa di Calcutta: «Dio parla nel silenzio del cuore. Ascoltare è l’inizio della preghiera». Per entrare in contatto con noi, il Signore ha scelto una via che possiamo riconoscere attraverso l’esperienza dell’amore. Quante volte restiamo in attesa di una parola di colui o colei che amiamo, e quanta pena ci dà il suo silenzio. Ma solo così cresce il desiderio, insieme all’incertezza di non essere amati. In questo modo scopriamo quanto sia importante la voce: lo sappiamo bene quando non c’è più una persona amata, di cui non sentiremo più la voce, anche se ne ricorderemo le parole. Ecco, il Signore, anche quando sembra lasciarci nel deserto, sappiamo che si tratta solo di un tempo, per breve o lungo che sia: di certo verrà, per tenerci con sé per sempre.

Don Maurizio

II Domenica di Avvento – Vangelo e omelia (10 dicembre)