«È questo il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!»

Grazie a Dio – come rispondiamo alla fine della prima e della seconda lettura –, la liturgia della Parola culmina nel passo del Vangelo, con la parola del Signore. Perché oggi si fa fatica a cogliere la continuità tra il brano del Primo Testamento e la rivelazione di Gesù – com’è capitato recentemente col racconto del lebbroso purificato. In quel caso, avevamo di fronte l’assoluta proibizione di avvicinare chiunque, da parte dell’immondo lebbroso, secondo la legge di Mosè. Oggi, con il sacrificio di Isacco, chiesto ad Abramo a riprova del suo timore di Dio, rischia di venirci trasmessa l’immagine di un Signore che induce in tentazione – come ripetevamo anche nel Padre nostro – di fronte alla persona più cara, il figlio, peraltro ricevuto come dono insperato.

Chi è stato abituato a leggere la Bibbia cominciando dalla Genesi, invece che dal Vangelo, forse porta ancora impressa l’idea di un Dio che legifera, combatte, punisce e perdona, ma è quasi sempre scontento. Non è proprio l’immagine che Gesù presenta del Padre; anzi, è il Padre stesso che fa udire la propria voce piena di amore: «È questo il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!».

Per entrare nel cuore della fede cristiana occorre iniziare sempre da Gesù: è lui che toglie il velo alla figura nascosta di un Dio troppo simile all’uomo nei suoi aspetti peggiori, svelandone il volto amoroso e la potenza salvifica.

La metamorfosi di Gesù, avvenuta sul monte, dove i discepoli immaginano di essere entrati in un sogno, ne anticipa il destino doloroso e glorioso. Sullo sfondo si staglia la scena della sua passione, dove il Figlio è donato al mondo dal Padre, perché questo ascolti l’amore non amato.

Siamo posti così di fronte al nuovo e imprevisto scenario dell’amore che accoglie persino il rifiuto, lo perdona e rilancia l’offerta di sé, senza riserve, senza confini. Il cammino quaresimale, oggi, ci spinge a fare un passo in avanti, a guardare più in alto, al monte della trasfigurazione, dov’è anticipata la gloria che seguirà i giorni oscuri della passione e morte del Signore, su un altro monte, il Golgota, che assomiglia di più all’abisso.

L’immagine di Dio che ci viene svelata è inedita. La conversazione di Gesù con Mosè ed Elia, alla presenza dei discepoli, suggerisce l’ardito passaggio dalla incerta attesa di un Dio potente alla rivelazione del Signore umile, incamminato verso il dono della propria vita per la salvezza di tutti.

Abbiamo bisogno di conversione, anzitutto nei pensieri che ci fanno rivolgere a Dio come se dovessimo raggiungerlo con le nostre forze, per essergli graditi con i nostri sacrifici. L’unico vero sacrificio l’ha fatto lui per noi. Non ci resta che accogliere il suo dono, e rispondergli con amore.

Dunque, l’esistenza cristiana, più che un’ascesa accidentata verso il monte della perfezione, è una discesa nella turbolenta vita della pianura, dove il Signore è venuto a curare le nostre pene, per farci risorgere dai morti con lui.

Don Maurizio

II Domenica di Quaresima – Vangelo e omelia (25 febbraio)

Nel deserto, con le bestie selvatiche e gli angeli

L’esperienza di Gesù nel deserto, per quaranta giorni, è raccontata dall’evangelista Marco in modo estremamente conciso. Egli si limita a dire che fu lo Spirito a spingerlo là, dove Gesù decise di restare, tentato da Satana, in compagnia di bestie selvatiche e di angeli. Un quadro essenziale, ma significativo dell’esperienza che noi tutti possiamo intuire, nel momento in cui, raccolti in preghiera o intenzionati al bene, incontriamo forze opposte, interiori ed esterne.

Gesù comincia la sua vita pubblica con questa particolare oscillazione: dal battesimo sul fiume Giordano, in mezzo alla gente, consacrato dallo Spirito, al deserto della solitudine e della prova, per poi annunciare il regno di Dio e la conversione sulle rive del lago. Egli si fa pendolare tra acqua e deserto, tra fecondità e aridità: impara così com’è la vita degli uomini e delle donne, dove è venuto a piantare la sua tenda.

Noi tutti conosciamo l’alternanza tra mondo interiore e socialità, dove percepiamo l’impulso che viene dallo Spirito di Dio, e incontriamo ostacoli e avversità. La quaresima è il tempo propizio per abitare consapevolmente la tensione vitale in cui siamo immersi: vediamo il bene, cerchiamo il volto di Dio, e siamo sottoposti a prove.

Gesù ci indica la strada: non siamo mai da soli, specialmente in mezzo alle difficoltà. Lo Spirito non ci abbandona di fronte al Maligno, che tenta di sussurrare parole contro di noi, contro gli altri, contro il Signore. Le bestie selvatiche dell’egoismo, dell’io prima di tutto e di tutti, devono fare i conti con gli angeli buoni che ci guardano le spalle, dove non vediamo.

Guardando a questa scena, potremmo avere l’impressione di essere terreno di scontro tra forze avverse, come se la nostra volontà venisse tirata da una parte e dall’altra. In realtà, Gesù ci rivela il cammino della libertà, su cui si avanza lentamente. Senza lo spazio interiore della preghiera, con tutte le distrazioni che cercano di invaderlo, senza il coraggio di alzare lo sguardo da sé al Signore, senza la fiducia che il bene vince sul male non si trova la strada.

Cominciamo a fidarci della Via, che è il Signore Gesù, e che la Chiesa ci propone di seguire con tre precisi indicatori: l’orazione più intensa, il digiuno dall’io ad ogni costo, la carità verso i più poveri. Il deserto fiorirà, il Male perderà vigore, le bestie selvatiche non potranno nulla, e gli angeli che incontreremo sulla nostra strada saranno le persone buone, silenziose, capaci di prendersi cura di noi. Non dimentichiamo mai che nel mondo c’è molto più bene di quello che sembra. La quaresima finisce con la Pasqua, verso la quale siamo diretti, dove lo Spirito ci spinge con forza, contro ogni resistenza umana.

Don Maurizio

I Domenica Quaresima – Vangelo e omelia (18 febbraio)

Se vuoi, puoi purificarmi. Lo voglio, sii purificato

Un incontro che non sarebbe mai stato possibile, secondo la legge di Mosè, avviene tra il lebbroso e Gesù. Dalle labbra sigillate di un escluso da Dio e scartato dagli uomini – che avrebbero solo dovuto gridare “immondo”, per allontanare gli altri, i sani – esce la timida e coraggiosa invocazione, piena di fiducia: “se vuoi, puoi purificarmi”.

Con quattro verbi, l’evangelista descrive la risposta di Gesù: «sentendosi commosso nelle viscere, stesa la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”». Dall’intimo del Signore, dal suo cuore esce il sobbalzo, si muove la mano, arriva il contatto. La carne putrefatta è risanata, il prossimo a morire da solo nasce a nuova vita. C’è ancora una possibilità. Il dolore fisico, la solitudine interiore, l’esclusione sociale, il giudizio religioso scompaiono in un istante.

Il gesto di Gesù, una volta per quest’uomo, vale per tutti noi, ammalati nel corpo e nello spirito. Si affaccia così il mondo nuovo dell’accoglienza senza paura, senza condizioni; del contatto che riammette nella vita sociale.

Il lebbroso purificato disobbedisce a Gesù. Invece di non dire nulla a nessuno e di mostrarsi al sacerdote, per onorare la legge, va in giro, grida a tutti la sua gioia.

La testimonianza per loro, per i capi religiosi, conta meno. Gesù sarà costretto a evitare la città, ma tutti andranno a cercarlo nei luoghi solitari. Potremmo giudicare ancora una volta questa disobbedienza. Ma la purificazione ormai è avvenuta. La vita riprende così, nella incontenibile voglia di essere normale, dopo una vita segnata dallo stigma della malattia collegata al peccato.

Il Signore, che purifica, consiglia, ma lascia andare. Il rischio della libertà espone il lebbroso guarito, espone Gesù. Nulla è stato calcolato, niente va come ci si aspetta. Ma è proprio quello che l’azione di Dio mette in moto: il suo dono è gratuito. Quello che conta davvero è aver incontrato colui che, per amore, vuole il tuo bene. Toccherà a te riprendere la strada, e assumerti la responsabilità di fare agli altri ciò che è stato fatto a te: commuoverti, stendere la mano, toccare e dire: lo voglio, riprendi vita, insieme agli altri, come puoi, come vuoi, per amore.    

Don Maurizio

VI Domenica T.O. – Vangelo e omelia (11 febbraio)

«La fece alzare prendendola per mano»

«E fu sera e fu mattina». Così, all’alba della creazione, viene immaginato dall’autore biblico del Genesi l’inizio del mondo, che esce dalla voce di Dio. L’evangelista Marco evoca questa immagine, raccontando la giornata di Gesù, cominciando dalla sera fino al mattino. Con la singolare guarigione da una semplice febbre, la suocera di Simone riprende forza, per poi mettersi a servire Gesù e i suoi amici.

Non è certamente un miracolo eclatante al centro di questo episodio, quanto il gesto di quotidiana tenerezza con cui Gesù accosta le persone che incontra. «Ed egli, avvicinatosi, la fece alzare afferrandole la mano: la febbre la lasciò, e prese a servirli». Farsi prossimo, mettere la propria mano in quella della donna, per tirarla su dal letto del dolore: questo è il modo col quale Gesù mostra il volto di Dio. L’essere accanto, il contatto, tenere la mano nella mano dicono attenzione, cura, sollievo molto più delle parole.

Il brano evangelico prosegue raccontando gesti. Dopo il tramonto del sole, malati e indemoniati assediano Gesù. Scende la notte, è il dolore del mondo che si accalca vicino al Signore, lo supplica, invoca una tregua. E Gesù «curò molti che stavano male per varie malattie e scacciò molti demoni». Intorno a lui ci sono tutti, ma lui ne guarisce molti. Conta il segno di alcuni, perché la speranza animi il cuore degli altri.

Il mondo è pieno di sofferenza: Gesù lo sa bene, ma non è venuto solo per la gente che ha avuto la grazia di incontrarlo. Per raggiungere l’universo umano, egli passa da un’altra strada: sale più in alto, dove abita il Padre. «E al mattino, ancora a notte fonda, alzatosi, uscì e andò in un luogo solitario e là pregava». Egli ha ricevuto nelle sue mani tutto dal Padre, ma non ne dispone da solo: ha bisogno di colui che lo ha mandato, perciò prega, e a lui si affida.

La giornata prosegue, il cammino prende ancora un’altra direzione: «Andiamocene altrove, verso i villaggi vicini, perché io proclami l’annuncio anche là». A Gesù interessa lasciare segni lungo il sentiero, non deve né può risolvere ogni cosa. La sua missione è quella di annunciare che il regno è qui, ma non ancora compiuto. La storia resta aperta nell’attesa di un destino di salvezza, con le tracce dolorose dalle quali è segnata.

Tre, dunque, sono le cose che contano per il Signore: sollevare, pregare, annunciare. Con la prima, ci insegna che occorre farsi prossimo, con gesti di cura e di tenerezza. Poi, è necessario pregare, e rivolgersi al Padre, invocando il suo infinito amore per tutti i suoi figli. Infine, annunciare che il futuro – soprattutto di ogni pena – è carico di speranza: niente andrà perduto; la mano che solleva è quella di Dio, che vuol prenderci con sé nell’eternità beata.

Se c’è dolore nel mondo, forse è anche perché chi ha cuore buono e mani forti possa rialzare i più deboli e sofferenti. In fondo, Gesù ci ha insegnato che è possibile, anzi necessario. Sebbene ciò resti sempre e solo un segno. Il resto lo affidiamo al Signore della vita.

Don Maurizio

V Domenica T.O. – Vangelo e omelia (4 febbraio)

Come uno che ha autorità

Il vangelo di Marco, nel brano di oggi, ripete due volte che Gesù parla e agisce come uno che ha autorità. Prima, per come ha insegnato nella sinagoga, dopo, per aver compiuto un esorcismo. Il racconto ci invita a riflettere su cosa significa avere autorità.

Siamo abituati a collegare questa dimensione alle relazioni di potere, dove chi è a capo di una istituzione ha la responsabilità e il comando su altri. Così avviene nella società civile, nella politica, nell’esercito, nell’amministrazione di ogni istituzione, Chiesa compresa. La figura del capo affascina e suscita reazioni opposte, di ammirazione e di timore. Sembra che ogni gruppo sociale abbia bisogno di una guida sicura, di fronte alla quale nutrire fiducia, come pure reagire fino al dovere di rovesciarla, quando non riscuote più consenso.

Il comportamento di Gesù non assomiglia per nulla a questo tipo di capo. La sua autorità non proviene da alcun ruolo nella società ebraica. Anche se viene chiamato rabbi, non ha frequentato alcuna scuola, non ha il diploma in sacre Scritture. Ha solo dei discepoli, che si è scelto, perché imparino a stare con lui, per servire e non essere serviti. Perché il più grande sia il servo di tutti.

Ci chiediamo, allora, per quale motivo gli viene riconosciuta l’autorità anche da altri che lo ascoltano nella sinagoga, dove si spiegano le Scritture. Anzi, non reggono il confronto con lui gli scribi e i dottori della legge, gli esperti di Dio, ma che faticano ad aprirsi alla novità della sua presenza.

La risposta è più semplice di quanto non s’immagini: Gesù fa quello che dice. Non insegna una cosa e ne fa un’altra. Insegna che Dio è qui, e col suo dito caccia i demoni. Insegna che il Padre accoglie e perdona, risana e purifica, ed è proprio il suo agire che rivela e compie tutto ciò. I profeti parlavano in nome di Dio, Gesù è Dio in persona, e chi lo incontra vede finalmente il suo volto filiale.

La novità di Gesù, che suscita stupore, è proprio questa: l’imprevista presenza, in mezzo al suo popolo, del Dio che ancora non conoscono. Ne hanno avuto l’annuncio, ma la sua presenza umile e potente sconvolge le idee che si sono fatte di Dio. Non è un legislatore, ma il Padre, che ha inviato il Figlio, e con lui lo Spirito.

Anche noi cristiani facciamo fatica ad entrare in questa relazione d’amore, che libera dall’ansia di renderci graditi al superiore, come se il Signore avesse i tratti dei potenti della terra, che governano e dominano. Gesù, invece, ci invita a cambiare sguardo: è l’amore provvidente di un Padre, che si prende cura di tutti i suoi figli, a partire dai più deboli e bisognosi. Il suo unico Figlio è venuto proprio a rivelare questo diverso tipo di autorità. E per il male, in ogni sua forma – diavolo compreso – non c’è più spazio. Questo non può che darci fiducia e speranza: non saremo noi a scegliere chi deve dominare e vincere. Si tratterà prima di tutto di affidarci a quello che apparirà come sconfitto sulla croce, ma che in realtà è il vincitore: il Crocifisso Risorto, il Signore.

Don Maurizio

IV Domenica T.O. – Vangelo e omelia (28 gennaio)

«Venite e vedrete»

La chiamata dei primi discepoli di Gesù, il quarto vangelo la racconta in modo diverso dai sinottici. Andrea e un altro sono seguaci di Giovanni Battista: è lui che indica loro “l’Agnello di Dio”. Essi sono incuriositi, gli vanno dietro, cercano di sapere chi è. Anche per noi, a volte, la fede nasce da un impulso esterno: qualcuno ci racconta una storia, ci suggerisce di guardare in una direzione nuova, diversa.

I due giovani si fidano, si muovono, fanno i primi passi incerti. Poi Gesù pone loro una domanda: «Cosa cercate», non “chi cercate”. Parte da loro, in modo generico, come se non si trattasse di lui, ma di qualcosa che appartiene a loro, al bisogno di conoscere, di sapere. In fondo, hanno seguito un maestro – Giovanni – e non sanno ancora che hanno incontrato il Maestro, il Signore. Per uscire dall’imbarazzo, Andrea e l’altro discepolo chiedono a Gesù dove abita, manifestando un interesse più diretto.

La svolta avviene nel momento in cui Gesù risponde: «Venite e vedrete». Questo è il segno dell’accoglienza. Non li informa, non dà loro un appuntamento alla sua scuola. Li invita a stare con lui, e loro rimangono «presso di lui» per il resto del giorno. Comincia così l’esperienza di fede, con lo stare e il rimanere con Gesù.

Come i genitori non imparano a crescere i figli leggendo i libri sull’educazione, ma accompagnandoli, correggendoli e amandoli; come un allenatore non spiega la teoria ai suoi atleti, ma li fa allenare, così il Maestro Gesù non insegna una dottrina, ma chiama i suoi discepoli a fare un’esperienza insieme ad altri.

La vita cristiana comincia con la disponibilità a stabilire nuove relazioni, a coinvolgersi personalmente, imparando uno stile diverso attraverso lo sguardo, la percezione, l’imitazione. Andrea incontra suo fratello Simone e gli racconta del suo incontro con Gesù, e lo porta da lui. Non si tratta della scoperta di un’idea, ma di una persona che lo ha entusiasmato, per breve che sia stato l’incontro, al punto da fargli esclamare: «Abbiamo trovato il Messia!». Andrea neppure immagina cosa significa, eppure ha percepito la verità di Gesù, ma la imparerà, insieme con altri, lungo il cammino della sequela.

Il racconto di questo invito a diventare amici di Gesù ci insegna che il credente non va alla ricerca di una teoria da applicare, di una dottrina cui obbedire, ma di una persona che ti ama e ti insegna ad amare con la sua vita. I discepoli di Gesù lo hanno ascoltato a lungo, si sono lasciati imprimere nella memoria le sue parole – perciò le hanno custodite e ce le hanno trasmesse –, ma ciò che hanno sperimentato di lui e tra loro è stato molto di più. La stessa cosa avviene per noi, nel tempo della Chiesa: siamo chiamati a stare e a rimanere col Signore insieme gli altri, senza ridurre il Vangelo a teoria, per diventare corpo vivente che cresce nell’amore verso tutti.

Don Maurizio

II Domenica T.O. – Vangelo e omelia (14 gennaio)