Forse anche voi volete andarvene?

Alla fine di un discorso iniziato con la sorprendente esperienza della moltiplicazione dei pani e dei pesci, proseguito nella sinagoga di Cafarnao sulla manna del deserto e il vero pane del cielo, Gesù si trova davanti uno sconcerto generale: “Da quel momento molti dei suoi discepoli si tirarono indietro, e non andavano più con lui”.

Non è bastato il segno, né il confronto col passato dei padri dell’esodo, per persuadere i suoi ascoltatori di trovarsi davanti una novità inaudita. Dio non vuol sfamare solo lo stomaco, anche se è stato capace di farlo. Il passato e il presente sono annunci di una nuova presenza, che vuol raggiungere la profondità della vita, del cuore, dell’anima. Gesù in persona vuol stare con noi, desidera entrare in comunione intima, non gli basta dire cose e fare gesti: la sua carne e il suo sangue sono per noi, tutto di lui è per ciascuno di noi.

“Duro, questo discorso! Chi può prestarvi ascolto?”, gli rispondono. Trovarsi di fronte al “troppo” di Dio appare irricevibile. Non ce la fanno a capire, o meglio, a fidarsi di ciò che non sembra loro possibile, perché nessuno di noi potrebbe immaginare tanto. Ma per Gesù questo è solo un test, per vedere come i suoi amici potranno immaginarlo ancora con loro, una volta crocifisso, morto e sepolto. Lui sta guardando avanti, loro sono paralizzati nel presente. Dunque, se vogliono, possono tirarsi indietro, possono andarsene.

Ci sono momenti di crisi nella vita di ciascuno di noi, nella vita di fede come nelle esperienze umane. C’è un momento nel quale si è tentati di mollare, di chiudere, di lasciar perdere. Ed è lì che il Signore mostra a che punto arriva l’amore: lascia liberi, ci mette di fronte a noi stessi, mentre lui resta lì davanti ad aspettare. Non ci ricatta, non ci mette di fronte a tutto il bene ricevuto, non induce il senso di colpa. Con la tristezza nel cuore, egli è pronto a lasciare la corda lunga, ma non ad abbandonarci, mai.

L’episodio del vangelo di oggi è particolarmente significativo. L’istinto di Pietro – che nei vangeli torna ripetutamente – ci consola: “Andarcene da chi – Signore? Tu hai parole di vita eterna! E noi abbiamo creduto e riconosciuto che tu sei il Santo di Dio!”. Pietro risponde per sé e per gli altri discepoli. Non ce la fa a mollare, glielo dice il cuore, sa che le parole di Gesù l’hanno afferrato, gli restano dentro. Ed ecco che si apre la porta serrata dalla paura: Gesù potrà entrare col suo corpo e il suo sangue. Questa è la promessa. Questa, per noi oggi, è la realtà. Gesù rimane con noi fino alla fine del tempo, nell’Eucaristia e nei poveri e più vulnerabili.

Don Maurizio

Incominciò a inviarli due a due

Con il brano del vangelo di oggi, vediamo Gesù imprimere una svolta al proprio ministero tra la gente: invia i Dodici, quelli che ha chiamato per stare con Lui, e li manda ad annunciare il suo Vangelo per i villaggi della Palestina. Dovranno portare Lui, la sua parola, non loro stessi. Per cominciare questa nuova avventura, il Maestro dà loro alcune preziose indicazioni, che valgono anche per la Chiesa di ogni tempo, quindi anche oggi, per ciascuno di noi.

Primo: non devono andare da soli, ma in due. Questo è sigillo della comunità: non si è discepoli del Signore a titolo privato; il segno della sua presenza è la relazione tra i credenti; da come saranno capaci di mostrare intesa, comunione e armonia dipenderà l’efficacia della testimonianza. È un’indicazione importante anche per noi, abituati come siamo all’individualismo, alla pratica religiosa limitata a gesti formali e solitari, anche quando partecipiamo a celebrazioni comunitarie.

Secondo: debbono portare con sé solo l’essenziale – un vestito, un paio di sandali, un bastone –, e possiamo immaginare il disagio nel bussare alle porta di casa, dopo un lungo viaggio, assetati, polverosi, senza ricambio. È lo stile di chi si presenta come un indigente, bisognoso di accoglienza, che mentre dona una buona notizia, ha pure necessità di ricevere. Per rendere credibile il messaggio di Gesù non sono necessarie sovrastrutture materiali, ideologiche, persuasive. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, e ciò che si dona vale di per sé, non per l’abilità di chi pretende di convincere.

La terza indicazione, infatti, consiste  proprio nella libertà che riguarda sia il discepolo missionario sia il destinatario: “Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi”. Non è lo sdegno rabbioso dell’incompreso, ma la naturale reazione di chi ha chiesto permesso e ha trovato la porta chiusa: pazienza, si va avanti, si va oltre, nessun problema.

Bene, queste sono le indicazioni, ma quale effetto avrà questo primo tentativo di vedere come funziona la Chiesa di Gesù, mandata per i villaggi della Palestina, nella sua forma embrionale? Anzitutto, non si parla di nuovi seguaci, di gente che si aggrega. C’è però una cosa importante, con la quale si apre e si chiude il brano: Gesù “dava loro potere sugli spiriti impuri”; “scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”. L’efficacia della missione dei Dodici sta nella potenza di Gesù che li accompagna: il male non ha posto, se ne deve andare.

Coloro che soffrono, nello spirito e nel corpo, all’incontro con i discepoli del Signore, hanno il diritto di trovare speranza, liberazione, sollievo. Serve solo un po’ di fede e un po’ di amore: la missione dei credenti dipende da Gesù, al quale credere e nel cui nome servire.

Don Maurizio

«Non è costui l’artigiano?»

Gli abitanti di Nazaret, compaesani di Gesù, mentre lo ascoltano insegnare nella loro sinagoga, restano impressionati, ma in senso negativo. Si chiedono, infatti, dove ha imparato tutto questo. L’hanno visto crescere in paese, senza particolare istruzione; faceva l’artigiano, come suo padre Giuseppe, il falegname; sanno chi è sua madre, i suoi parenti più stretti, tutta gente normale. Insomma, niente di straordinario nella vita di questo giovane, che adesso fa da maestro, senza pedigree.

La normalità di Gesù, invece di essere motivo di orgoglio, è occasione d’inciampo, di scandalo. Questa circostanza dà modo a Gesù di riferirsi alla condizione del profeta: uno che non trova accoglienza proprio a casa sua; anzi, proprio qui incontra meraviglia negativa e persino disprezzo.

Purtroppo, il Vangelo di Gesù continua anche oggi a fare questo effetto, per molta gente, che preferisce andare in cerca di segni straordinari, cadendo preda dell’inganno e dalla manipolazione di falsi profeti. Proliferano, infatti, sedicenti eletti, ammantati di pretese messianiche, che annunciano visioni, messaggi divini, insieme a catastrofi e disastri imminenti.

Sembra che al divino debba sempre associarsi qualche fenomeno sconvolgente, che irrompe nel quotidiano tramite questi falsi mediatori. A questa duplice tendenza dell’animo umano – di credersi eletti dall’alto, da un parte, e di andare in cerca di illusioni, dall’altra – Gesù risponde con la sua esistenza semplice, ordinaria, fatta di cura dei più fragili, di misericordia verso i peccatori, e di amore per tutti.

I segni che talvolta Gesù compie sono solo annuncio dell’unico segno pienamente salvifico, che sarà la sua morte e risurrezione: tutto il resto è secondario, marginale, facoltativo. Ciò che conta, per il cristiano normale, è credere in Gesù Signore e amare tutti, senza riserve. Questo è il fatto straordinario cui siamo chiamati a dare fiducia.

Alcuni vanno a cercare Dio nei segni del sole, delle stelle, delle nubi in cielo; altri si affidano a veggenti latori di messaggi persino mariani, carichi di minacce apocalittiche; altri ancora danno credito a presunti custodi di tradizioni immutabili, profeti di una Chiesa di puri.

Bene, tutti costoro dimenticano che per Gesù, il buon grano cresce insieme alla zizzania, anche nel campo misto che è la Chiesa. Dimenticano che il vero profeta non si mette in evidenza, non cerca protagonismo, né aspira a diventare martire. Solo un testimone dell’amore è credibile, perché disposto a farsi da parte – come Giovanni Battista –, per aprire la strada all’unico Signore, da seguire sull’incerto sentiero della fede, nel chiaroscuro del quotidiano, dove solo la carità ha il potere di illuminare anche le notti più oscure dell’umano in cui Dio è venuto ad abitare.

Don Maurizio

XIV Domenica – Vangelo e omelia (7 luglio)

Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 12.00:

  • Domenica 7 luglio – ore 12.00
  • Domenica 14 luglio – ore 12.00
  • Domenica 21 luglio – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 28 luglio – 12.00
  • Domenica 4 agosto – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 11 agosto – ore 12.00
  • Domenica 18 agosto – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 25 agosto – ore 12.00
  • Domenica 1 settembre – ore 12.00
  • Domenica 8 settembre – ore 12.00
  • Domenica 15 settembre – ore 12.00
  • Domenica 22 settembre – ore 12.00               pranzo con i poveri
  • Domenica 29 settembre – non c’è la Messa delle ore 12.00

* La Santa Messa delle 12.00 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi

«Proclamate il vangelo a tutta la creazione»

Quaranta giorni dopo la morte e risurrezione del Signore, è giunto il momento dei saluti. Gesù torna dal Padre che lo ha mandato, è compiuta la sua missione, tra non molto verrà lo Spirito, l’altro Consolatore. Tutta la vicenda di Gesù è posta sotto il segno della movimento: lui è venuto nel mondo, dopo verrà lo Spirito santo, poi toccherà ai discepoli andare fino ai confini della terra. Uscire dalla propria zona di conforto, andare verso gli altri, mettersi in cammino: questo è il movimento di Dio e della Chiesa. Non sono abbandoni, ma nuovi incontri; non si lascia nessuno, si va incontro a tutti; non ci si priva di qualcosa, si trova tutto. Per questa ragione, gli amici di Gesù non si lasciano prendere dalla tristezza per un’altra perdita del loro maestro ritrovato.

L’ascensione di Gesù è l’inizio della sua nuova esistenza, nel seno della Trinità divina, dove porta la carne ricevuta da Maria, segnata dalle ferite ricevute in casa dei suoi amici, trasfigurata e gloriosa per sempre. Quel corpo offerto liberamente e per amore di tutti, ora e in eterno siede alla destra del Padre, dove prepara un posto per noi, accanto a sé, tra le sue braccia.

Lo sguardo dei discepoli – e quello di ciascuno di noi – si rivolge in alto e in basso, al tempo stesso. In alto, oltre ciò che vediamo, in attesa del destino che ci attende, dove abita la speranza della vita senza fine, al di là della cortina del dolore e della morte. In basso, sulla terra, dove Gesù rimane con noi tutti i giorni, fino alla consumazione del tempo, nell’Eucaristia e nei poveri, che avremo sempre con noi.

Il compito che ci è affidato è preciso: «Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo a tutta la creazione!». Muoversi, spostarsi da dove siamo, farci prossimo, per raccontare quella storia d’amore che ci ha trasformati. Gesù promette segni che accompagnano la fede dei discepoli, che non vanno ridotti solo a fenomeni soprannaturali. Se fosse così, andremmo solo in cerca di cose straordinarie, e purtroppo per tante persone, oggi soprattutto, il sacro si riduce al sensazionale.

Cacciare i demoni, perciò, vuol dire anzitutto combattere il male ovunque si trovi. Parlare lingue nuove significa trovare il modo di comunicare il vangelo con un linguaggio comprensibile a tutti. Afferrare serpenti e bere veleno vuol dire non temere gli ostacoli e le avversità che incontreremo. Imporre le mani ai malati, per ridonare salute, significa curare le piaghe dei cuori spezzati, con la carezza dell’amore e della misericordia.

Che il Signore risorto e asceso al cielo ci doni il coraggio di uscire da noi stessi, dalle nostre comodità, per annunciare a tutti, con umiltà, la speranza che non delude. Gesù è il Signore, il Dio che si è fatto uomo perché diventiamo più umani, dal momento che l’umanità del suo Figlio rimane in Dio per sempre, e un giorno tutti noi con lui.

Don Maurizio

Ascensione del Signore – Vangelo e omelia (12 maggio)

«La vite, quella vera, sono io»

L’immagine della vigna, già cara alla memoria profetica del popolo d’Israele, riceve una nuova ed inedita luce nelle parole di Gesù. Lui è la vite, i credenti sono i tralci, e il Padre è colui che se ne prende cura, come fa l’agricoltore. Sono parole rivolte direttamente a noi, perché ci rendiamo conto dell’intimo legame che il Signore stabilisce con i suoi amici. Il rapporto con ciascuno di noi viene da lui, dalla sua iniziativa: i tralci ricevono la linfa dalla vite. Questo è il primato della grazia: non siamo noi ad aver scelto lui, ma è il Signore che ci ha fatto dono della sua presenza, della fede.

Alla luce di questa certezza, il discepolo si fa attento alle parole di Gesù, per rimanere attaccato alla sorgente, pena il rischio di inaridirsi nel cuore, di perdere vitalità. Egli fa un’affermazione forte, che non saremmo disposti ad ascoltare da nessun altro: «se non dimorate in me non potete far nulla». Invece di pretendere una dipendenza oppressiva, Gesù offre la certezza di saperci tenere stretti a sé. Questa garanzia ci permetterà di ritrovare sempre la strada – lui è la Via – soprattutto nei momenti in cui ci sentiremo smarriti, disorientati, in balìa di noi stessi o degli altri.

Ci sono legami che vincolano, riducendo la libertà, e un altro che protegge e cura lasciandoci veramente liberi: il Signore oggi ci parla proprio di questo. I tralci uniti alla vite, che vengono potati, porteranno frutto. Non ognuno per conto suo, ma tutti insieme: i grappoli d’uva diventeranno vino solo una volta raccolti e messi insieme. Emerge così il doppio rapporto che il Signore stabilisce con ciascuno di noi e tra noi: la fede personale e la relazione con gli altri, con la comunità dei credenti, la Chiesa.

San Giovanni, nella seconda lettura di oggi, ha chiarito bene il desiderio del Signore: «Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato».

Non ci resta dunque che custodire le parole di Gesù, per rimanere in lui e portare frutti di carità in mezzo alle persone con cui viviamo, a quelle che incontriamo, specialmente le più deboli e fragili, perché lì il Signore è presente.

Don Maurizio