Le parole di Gesù che abbiamo appena ascoltato non iniziano con un comando, ma con una dichiarazione di identità. Egli non dice: “sforzatevi di essere”, ma afferma con la forza di un’alba: «voi siete». Prima ancora di agire, siamo definiti da una natura nuova. Gesù sceglie due elementi poveri, quotidiani, quasi banali, per descrivere la potenza del Vangelo: il sale e la luce.
Il sale è un elemento particolare: la sua efficacia dipende interamente dalla sua capacità di sparire. Se lo vedi nel piatto, significa che hai esagerato; se non lo senti nella giusta misura, il cibo è insipido. Il cristiano è chiamato a questa alchimia della discrezione. Essere sale della terra significa dare sapore alla vita altrui senza occupare il centro della scena. È una missione che parla di conservazione e di gusto: proteggere i più fragili e restituire sapore a chi è inaridito dalla noia o dal dolore. Ma attenzione al monito di Gesù: il sale può perdere il sapore. È il rischio di una fede ridotta ad abitudine, di un amore che diventa calcolo. Un sale che non sala è un’ipocrisia della materia; così è un cristiano che ha smarrito lo stupore del Vangelo.
Dall’invisibilità del sale passiamo alla visibilità assoluta della luce. Se il sale opera dentro, la luce agisce sopra. Gesù ci dice che la fede non è un affare privato, un segreto da custodire gelosamente sotto il moggio dei nostri timori o dei nostri interessi. «Non può restare nascosta una città che sta sopra un monte». In un mondo spesso avvolto dalle tenebre dell’indifferenza e dei conflitti, siamo chiamati ad esporci, ma non per esibizione. La lampada non brilla per mostrare se stessa, ma per indicare la strada, per illuminare i volti dei fratelli, per rivelare la bellezza della casa.
Essere luce significa lasciare che risplenda il volto di Gesù. Se la nostra luce attira l’attenzione solo su di noi, siamo ancora nel teatro delle ombre. La conclusione del brano è una chiave di volta: le opere buone sono il combustibile di questa lampada. Non sono gesti di filantropia distaccata, ma atti di giustizia incarnata. Essere sale e luce significa che la nostra sapidità si misura da quanto sappiamo prenderci a cuore il più debole, e la nostra luminosità da quanto abbiamo il coraggio di denunciare l’oscurità dell’ingiustizia. Siamo chiamati a un equilibrio difficile, ma splendido: scomparire come il sale per dare sapore, e splendere come la luce per offrire speranza. Non siamo noi la fonte della luce, siamo solo lo specchio; non siamo noi la sorgente del sapore, siamo solo i discepoli di Gesù. Lui dà gusto alla vita, noi siamo la pietanza; lui è il sole, noi la luna.
Don Maurizio
