Il regno di Dio è il tema centrale dell’annuncio di Gesù, ma non è stato chiaro cosa intendesse fino al momento culminante della sua vita. Persino il titolo posto da Pilato sulla croce lo ha frainteso: il re dei Giudei. Ma proprio da quel trono, dove Gesù non ha più alcun potere né su gli altri né su se stesso, si rivela la vera signoria di Dio, che consiste nell’offrire la propria vita fino in fondo, solo per amore.
Per comprendere le parole di Gesù occorre guardare ai fatti: il Signore è venuto per servire, non per spadroneggiare; per innalzare gli umili e rovesciare i potenti dai loro troni. La sua onnipotenza è l’amore, il perdono, la misericordia, non l’annientamento dei nemici. Tutto questo diventa chiaro nell’ora della sua sconfitta, in mezzo a due ladroni, abbandonato da quasi tutti gli amici. Da questo momento in poi, non sarà più possibile immaginare un Dio lontano dai nostri dolori, disinteressato delle sofferenze nelle quali sembra abbandonarci. La fede cristiana riconoscerà nella pasqua di Gesù, crocifisso e risorto dai morti, il volto amoroso di Dio, Signore e salvatore, vicino a tutti i sofferenti della storia. La tentazione da cui fuggire sarà sempre quella di giudicarlo assente e impassibile, oppure di considerarlo sovrano e giudice spietato.
L’evangelista Luca ha conservato e ci ha trasmesso il prezioso dialogo tra i tre crocifissi. In quelle parole risuonano anche i nostri pensieri: a volte, quando reagiamo con rabbia al dolore: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!»; a volte, quando troviamo rifugio e fiducia nella sua compagnia: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Quando non sappiamo trovare ragioni e vie d’uscita dalla sofferenza, nel nostro cuore si mescolano scoraggiamento e speranza; temiamo la solitudine e l’abbandono, ma è proprio in questi momenti che Gesù ci ascolta, in silenzio, ci guarda, si commuove con noi, e ci promette: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
Certamente, facciamo fatica a credere a questa promessa; ci dibattiamo nel chiaroscuro della fede, avvolti nell’oscurità del dolore, che toglie forze e lascia senza parole. Eppure proprio qui Gesù ha voluto nascondere la sua potenza, rinunciando ad evitare persino la morte, perché dentro l’abisso egli ha acceso la luce della speranza nella risurrezione.
Proviamo ad avvicinarci a Gesù crocifisso e risorto, alla sua finestra che sporge sull’eternità, dove entreremo con lui e con le persone amate. Con una bella immagine, papa Leone così invitava i giovani al loro Giubileo, il 3 agosto scorso: «Facciamoci uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio. Ci troveremo di fronte a Lui, che ci aspetta, anzi che bussa gentilmente al vetro della nostra anima (cfr Ap 3,20)».
Don Maurizio
