La preghiera e le sue conseguenze

La parabola di oggi risulta fin troppo chiara. La valutazione che Gesù dà di chi pensa di essere giusto e disprezza gli altri ci trova evidentemente d’accordo, forse perché ci sentiamo distanti da entrambi i personaggi. Non vorremmo mai essere dalla parte del fariseo, e forse neppure da quella del pubblicano. Il primo presume troppo di sé, non gli basta di mostrare la propria giustizia di fronte a Dio, ma si permette anche di giudicare l’altro. Il secondo fa un mestiere disonorevole – esattore delle tasse per conto dell’oppressore romano –, e fa bene a chiedere perdono.

Ciò che fa la differenza è l’atteggiamento del cuore, dal quale nasce la preghiera: lunga e ostentata del fariseo, breve ed essenziale del pubblicano; l’uno in piedi, rivolto a sé stesso; l’altro distante e pentito, di fronte a Dio.

A Gesù qui non pare interessare tanto ciò che ciascuno ha fatto della propria vita – l’osservanza compiaciuta della Legge, l’ingiustizia consapevole –, ma come ci si presenta al Signore, e quale responsabilità ne segue. Nel caso del fariseo c’è la convinzione di essere a posto per aver tenuto fede ai precetti; egli crede che questo è ciò che Dio si aspetta da tutti, e si sente autorizzato a giudicare chi non lo fa. Nel caso del pubblicano, nessuna giustificazione di sé – «O Dio, sii buono con me, che sono un peccatore!» –, che potrebbe anche suscitare l’impressione di una facile autocommiserazione.

La conclusione di Gesù fa pensare ad un cambiamento nella vita del pubblicano – «quest’ultimo scese a casa sua nella condizione di giusto, a differenza dell’altro» –, come se dal suo pentimento fossero nate delle conseguenze decisive. Forse è proprio questa la domanda che la parabola rivolge anche a noi: che cosa deriva dalla nostra preghiera? È solo una autorappresentazione, sia essa compiaciuta o penitente, che ci lascia senza la responsabilità di un effettivo cambiamento? O non è piuttosto la presa di coscienza di come siamo, da cui sgorga il desiderio di corrispondere al Signore e agli altri con rinnovato amore?

La preghiera autentica muove alla conversione anche il cuore pieno di sé; sposta perfino lo sguardo compiaciuto per il bene fatto a Colui che ne è la sorgente; si accorge dell’altro, distante e umiliato, per rialzarsi insieme e riprendere il cammino. Chi si pone di fronte al Signore con sincerità, consapevole delle proprie mancanze, mentre chiede scusa, prende la decisione di cambiare strada, convinto che con la grazia del Signore può farcela.

Il brano evangelico di oggi vale per tutti noi: ci invita a non esaltarci, e a non umiliare gli altri; come pure a non scoraggiarci, e a riprendere con fiducia il cammino, certi che per Gesù non c’è debolezza dalla quale egli non possa risollevarci.

Don Maurizio