Nelle nostre chiese è presente il Crocifisso, al quale ci inchiniamo con venerazione, eppure la presenza reale di Gesù non è lì, ma nell’eucaristia, sull’altare e nel tabernacolo, dove il Risorto ci attende per essere adorato. La croce è il segno del vertice di un amore ineguagliabile, quello del Figlio che il Padre ha donato al mondo per la salvezza di tutti, eppure resta un luogo residuo, temporaneo, non permanente, tanto che don Tonino Bello vi aveva posto l’iscrizione: “collocazione provvisoria”.
Oggi, celebrando la festa della Esaltazione della santa croce, innalziamo il nostro sguardo all’altezza del Signore immolato, agnello innocente, consegnato nelle mani di uomini che, senza pietà, lo hanno trafitto. Non possono, quindi, non venirci in mente gli innumerevoli crocifissi che oggi, come sempre lungo la storia, sono vittime della crudeltà della guerra, che nasce dall’odio e non conosce perdono.
Varrebbe a poco celebrare Gesù crocifisso senza provare profonda commozione per tutto il dolore del mondo, che Dio ha tanto amato al prezzo di una libertà che non usiamo da fratelli e sorelle, ma come nemici gli uni degli altri.
Perché la croce? – ci chiediamo –, dinanzi al sacrificio di Gesù. Perché le croci, nella vita degli uomini? La differenza non sta nelle cause, che spesso sono le stesse, ovvero il potere dei più forti sui più deboli, ma negli effetti. Dalla croce di Gesù, abbracciata senza colpa, con l’offerta inerme di sé, viene il perdono e la salvezza, che il Risorto offre mediante lo Spirito. Dalle croci umane spesso viene il rancore, la rabbia, l’odio. Allora, è mai possibile rovesciare questa prospettiva, che sembra spingere solo verso la vendetta?
Noi cristiani siamo posti drammaticamente di fronte al senso della croce del Signore, che tutti abbraccia con misericordia: «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». La condanna di chi fa il male appartiene alla giustizia, la salvezza anche di chi lo infligge viene dal cuore di Dio. Tuttavia, ciò non significa abbandonare i più deboli in balìa dei più forti, ma lottare, senza armi, per il ristabilimento della pace, perché il Signore vuol spezzare le catene dell’odio, che imprigionano, in una spirale senza fine, chi commette il male e chi lo subisce.
La croce di Gesù è santa perché lui è il santo, che ha fatto del patibolo uno strumento di salvezza, il passaggio verso la vita senza fine. Guardiamo alla croce con il cuore colmo di speranza, perché siamo certi che ogni lacrima sarà asciugata da colui che, per amore, ha preso con sé l’infinito dolore innocente.
Don Maurizio
