Assomiglia a un dialogo tra due rabbini quello di Gesù con il dottore della legge, nato da una provocazione, per vedere cosa conta di più nella legge di Mosè. Sul precetto di amare Dio e il prossimo c’è accordo, questo potrebbe bastare, ma il dottore insiste, vuol sapere chi è il prossimo. Gesù racconta una storia semplice, quotidiana, che capita in un contesto pericoloso come quello della strada che va da Gerusalemme a Gerico.
L’uomo mezzo morto, incappato nei briganti, giace sul ciglio della strada, chi passa di lì non può ignorarlo. Eppure un sacerdote e un levita lo vedono e lo evitano: non possono contaminarsi, la legge li vuole puri per il culto, il loro Dio non sarebbe contento. Il samaritano, invece, che non ha la preoccupazione di obbedire alla legge, «appena lo vide, si sentì commosso nelle viscere». Seguono subito una serie di gesti concreti, che passano dal cuore alle mani, fino a coinvolgere un altro, l’albergatore. La cura non è superficiale, il samaritano vuole assicurarsi che il poveretto si rimetta del tutto.
Con questa storia, Gesù parla di sé, raccontando di un altro. Lui, escluso, marginale, non integrato nel sistema religioso ebraico, vede e si ferma, ha compassione di tutti i sofferenti, dei feriti nel cuore e nella carne, degli abbandonati. Di ciascuno di noi. Per capire chi è il prossimo, quindi, non c’è da cercare vicino o lontano, ma basta vedere il Signore che si accosta a noi, si prende cura delle nostre piaghe, vi versa l’olio della consolazione e il vino della speranza, e ci affida ai fratelli e alle sorelle, perché ci aiutino a rimetterci completamente.
Se riconosciamo nel Signore Gesù il Dio che si è fatto prossimo a questa nostra umanità ferita, faremo meno fatica a comprendere che a ciascuno di noi è affidato il compito di farci prossimo degli altri, dei più deboli e vulnerabili, di fare lo stesso. Anzi, la parabola dischiude uno scenario ulteriore, se confrontata con un’altra parola di Gesù: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Alla fine, il Signore, pur di venirci a trovare, non è solo il buon samaritano dell’umanità, ma anche colui che si nasconde nel mezzo morto. Questo è il segno che egli fa di tutto per incontrarci là dove siamo, sulle strade del mondo che, come quella tra Gerusalemme e Gerico, sono oggi sempre più insanguinate, ma anche attraversate da tanti buoni samaritani silenziosi e operativi, che vedono, si fermano e si prendono cura.
Don Maurizio
