La parabola del padre misericordioso e dei due figli racconta di Dio e di noi, in modo straordinario. Parla di lontananza e di prossimità, di morte e di risurrezione. Si comincia dalla perdita. Per il figlio più giovane, il padre è come morto: gli chiede l’eredità; e il padre dirà che questo suo figlio era morto. Quanti genitori si specchiano in una simile condizione, per le più diverse situazioni! La legittima aspirazione alla libertà di un figlio, talvolta, porta a sacrificare tutto, persino a perdere ciò che ha di più caro, la base sicura della vita, senza valutarne le conseguenze estreme.
Dall’altra parte c’è il figlio maggiore, schiacciato dal senso di responsabilità, che osserva le regole, adempie servizi, fa tutto ciò che è comandato, ma non è contento. Alla fine, non è felice il giovane, che si ritrova in un porcile, povero e affamato; non è felice il fratello, che non osa chiedere nulla per far festa con gli amici, perché vive nel timore.
Potremmo pensare ad un padre che ha fallito nel suo ruolo educativo: il giovane se ne va, con le pretese; l’altro rimane, col cuore chiuso. La parabola di Gesù mette a nudo, con estremo realismo una verità scomoda: la vita delle relazioni familiari è una prova per tutti. E di fronte alle situazioni critiche viene fuori la verità del cuore.
Il figlio più giovane è spinto dalla fame, è vero, ma ha anche il coraggio di guardarsi dentro: riconosce di aver mancato contro il cielo e davanti al padre. Fa un esame di coscienza e si mette in cammino verso casa, adesso senza più pretese. Da lontano, il padre, che lo aspetta, lo vede, gli sobbalza il cuore e gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia. Riprende così la vita perduta. Non conta più il passato doloroso per entrambi, adesso c’è ancora domani.
Quattro segni, persino eccessivi agli occhi di tutti – dei servi e del fratello maggiore –, celebrano la rinascita del figlio perduto e ritrovato: la veste della dignità, l’anello dell’autorità, i sandali della libertà (gli schiavi andavano scalzi), il vitello dell’abbondanza.
Come si fa a non gioire tutti insieme? Questa è la domanda che dovrebbe sorgere in chi ascolta o legge la parabola. Eppure c’è una resistenza. Il fratello sembra non farcela, è come se gli venisse tolto qualcosa. Non si capisce quanto tenesse al fratello, anzi, la sua rabbia si rivolge nei confronti del padre, che chiama tutti a far festa.
La parabola ci lascia in sospeso. Ai due primi momenti forti – il dolore iniziale del distacco e la gioia dell’abbraccio ritrovato – segue la triste resistenza del figlio maggiore. Non sappiamo se e quanto sia durata. Certo è che questa è la parabola della vita: un groviglio di esperienze e di sentimenti nel quale lo sguardo del Signore è l’unico che oltrepassa qualunque fallimento. Solo il suo amore senza limiti è capace di lasciar andare, di accogliere il rifiuto, di perdonare e di donare vita in abbondanza, persino in eccesso, oltre ogni merito. Questa è la nostra speranza.
Don Maurizio
