Lo sguardo pasquale di Gesù e la sua pazienza

Due temi principali emergono dal brano evangelico di questa terza domenica di quaresima: lo sguardo in avanti di Gesù, dinanzi alle sventure umane, e la pazienza del Signore rispetto alle nostre lentezze e resistenze. Con gli esempi iniziali, Gesù riflette su due diversi casi di sventura. Il primo, dovuto alla rivolta popolare, probabilmente guidata da zeloti della Galilea, sedata duramente da Pilato con la loro uccisione. Il secondo è la tragedia in seguito al crollo di una torre, sotto la quale muoiono diciotto persone.

Le due situazioni dolorose sono molto diverse: l’una è conseguenza di una ribellione, l’altra è un disastro naturale. Agli occhi di Gesù sembra che non ci sia differenza, perché: «se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo». Il suo sguardo, dunque, si allunga in avanti, sul risultato, che è il perire comunque. Così, egli sposta l’attenzione dalle cause agli effetti. Poco importa di chi è la colpa: dei ribelli, che vanno verso la morte, o della torre che crolla, e uccide chi si trova lì sotto per caso.

Potremmo dire che qui si affaccia “lo sguardo pasquale” di Gesù: non serve cercare i colpevoli, ma vedere cosa può venire di buono dalle situazioni critiche. Quando leggeremo la passione – la domenica delle Palme e il Venerdì santo – non saremo presi dalla rabbia nei confronti di coloro che fanno del male a Gesù. Quei racconti saranno capaci di trasmetterci l’amore col quale il Signore trasforma la cattura in offerta, più che di indurci a cercare i colpevoli.

Questo cambiamento di sguardo è richiesto anche a noi, ogni volta che siamo attratti dalla ricerca delle cause, invece che andare oltre, verso gli effetti positivi che possono derivare anche dalle situazioni più dolorose. Ciò significa convertirsi: passare dallo sconforto alla speranza, dal male al bene, dalla morte alla vita.

Vi è una ragione di fondo che ci spinge in questa direzione: la paziente misericordia di Dio, che non si stanca di attendere, di darci tempo, confidando che ce la possiamo fare, con la sua grazia e per il suo insistente amore. La parabola del fico apparentemente sterile, con la quale si chiude il brano, ci insegna proprio questo: «Signore, lascialo ancora per quest’anno, finché io abbia il tempo di vangargli attorno e di gettare il letame».

Ad un primo sguardo, pare che il padrone della vigna sia più impietoso del vignaiolo, quasi che il Padre sia meno misericordioso del Figlio. In realtà, vengono qui rappresentati due modi di guardare i limiti, le resistenze, le lentezze – dei quali il primo, quello dell’impazienza, è più nostro che di Dio. D’altra parte, la conclusione della parabola ci avverte: «E se in futuro darà frutto, bene, altrimenti lo taglierai». Dunque, possiamo fare affidamento sulla pazienza di Dio, ma senza abusarne. 

Don Maurizio

III Domenica di Quaresima – Vangelo e omelia (23 marzo)