Nel 18esimo anniversario di Sr. Ilaria

Cari amici e care amiche,

sono trascorsi diciotto anni senza Sr Ilaria, e noi siamo ancora qui, fedeli a questo appuntamento annuale, per celebrare la santa Messa in sua memoria, grati per averla conosciuta e amata. Ringrazio anzitutto don Angelo, che tiene vivo il suo ricordo in ogni occasione, soprattutto venendo a celebrare a Casa Ilaria, una volta ogni due mesi. Poi ringrazio tutti voi, che con tanto affetto continuate a tener viva nel vostro cuore la sua presenza.

Quest’anno celebriamo il Giubileo ordinario, dedicato alla virtù della speranza. Anche noi vogliamo essere pellegrini di speranza, seguendo l’indicazione di papa Francesco, per il quale sale a Dio la nostra incessante preghiera, in questo momento di grande prova, affinché possa ritrovare la salute e tornare al suo servizio, nel modo possibile.

Il vangelo di questa prima domenica di quaresima ci mostra come Gesù ha reagito di fronte a tre tentazioni: la fame, il dominio sugli altri, la rinuncia all’umanità. Non possiamo far altro che metterci dinanzi allo specchio dell’esperienza di Gesù, per cercare di comprendere qualcosa anche dell’esistenza di Ilaria. La parola di Gesù è sempre capace di illuminare la nostra vita su ciò che ci sta a cuore, e su quello di cui abbiamo paura o non ci sentiamo capaci di fare.

Ci sta a cuore Ilaria, la testimonianza della sua vita, spesa per nutrire e curare i malati e i poveri del Centrafrica. Qui, la risposta di Gesù alla tentazione di sfamare sé stesso la troviamo nella condivisione, nello spendersi per gli altri, nel dare vita a chi soffre non solo mancanza di pane, ma anche di salute e dignità. Gesù rinuncia a trasformare le pietre in pane perché questo è compito nostro: tocca a noi, al nostro Paese e all’Europa, trasformare le armi in cibo, e smettere di vendere morte, con giustificazioni che mai potranno convincere la coscienza dei credenti. Beati sono gli operatori di pace, non coloro che preparano la guerra o, peggio ancora, quelli che non sanno porvi fine.

Gesù poi rinuncia a dominare il mondo, si offre come un Dio debole, incapace di mettere a posto i regni della terra, ancor oggi sconvolti da dittatori prepotenti e sanguinari, persino nella Terra santa. Quante volte siamo tentati di rimproverare al Signore di non intervenire nel mondo, dimenticando che il suo agire per amore è proprio ciò che lo ha reso vulnerabile. Egli ci salva donando la sua vita, non togliendola ai cattivi. Ilaria ha fatto così: si è spesa fino a morire, e dal suo seme caduto in terra è nata vita nuova, in Africa e qui da noi. Senza questo sguardo di fede nella potenza dell’amore che si dona, non comprenderemmo nulla del Dio che è Gesù, il Figlio amato, che ha preso con sé la sua amata figlia, Ilaria.

Alla terza tentazione, Gesù si sottrae evitando di esibirsi in un inutile spericolato volteggio. Non vuol rispondere al nostro desiderio di vedere un Dio trionfante, che poi sarebbe più disumano che divino. Egli è venuto per servire, non per farsi servire. Ilaria ce lo ha mostrato con chiarezza: stare con i poveri e i malati non consente privilegi; non si può andare nel deserto vestiti di morbide vesti. L’essenzialità con cui Ilaria ha vissuto riflette l’immagine di Gesù servo e Signore, venuto per dare la vita in abbondanza.

Il nostro pensiero va dunque alla sua vita, alle tracce di luce e di amore che ha lasciato dietro di sé, e che noi abbiamo raccolto a Casa Ilaria, qui vicino a noi, e laggiù in Africa, dove ancora Sr Irène assiste i malati, all’ospedale di Bossemptélé, grazie al sostegno di tante persone generose.

Oggi come non mai, la vita di Ilaria grida una verità che, da cristiani, non possiamo tacere, perché proviene dalle labbra di Gesù stesso: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada» (Mt 26,52). Basta con la guerra! Basta con le armi! Non ci sono ragioni sufficienti per uccidere, mai. Se non abbiamo il coraggio di gridare: “pace”, ci saranno sempre buoni motivi per preparare la guerra: la legittima difesa, la sicurezza, la propria terra, la nazione.

Occorre che si alzino voci in difesa della vita e della dignità delle persone, soprattutto le più fragili e indifese. Come cristiani, non possiamo accettare che i vuoti legislativi nazionali vengano colmati da leggi regionali sul suicidio assistito, privando di fondi necessari le cure palliative. Siamo una regione accogliente, una città inclusiva, ma ciò non significa togliere sostegno a chi è più debole.

Ilaria ci ha mostrato con i fatti che la vita si spende, non si toglie; che il malato si cura, non si abbandona; che il povero si assiste, non si emargina. A poco varrebbe ricordare Ilaria senza trarre conseguenze concrete e coraggiose dal suo esempio. Siamo qui a far memoria di una giovane donna, religiosa e medico, con la gratitudine di chi vuol coltivare la pianta nata dalla sepoltura di un seme pieno di vita, irriducibile alla scomparsa nella terra.

Il prezioso tempo della quaresima, da poco iniziato, è occasione di grazia per tutti noi. Vogliamo ravvivare la nostra fede e la nostra carità – con ímpigro amóre, come cantava un inno liturgico antico. Camminiamo nella speranza, verso la Pasqua del Signore, sostenuti dal quel sovrappiù di amore che Ilaria ha lasciato dietro di sé, al quale attingono i ragazzi di Casa Ilaria, come i poveri dell’Africa. Ritrovare dignità; ricevere cura da rapporti sani, con la terra e con gli altri; imparare la solidarietà e il rispetto per chi è più fragile: queste sono le radici della pace, qui affonda il cuore di Ilaria. Con lei nel cuore avanziamo, con lento passo, incontro al Signore, certi che Lui ci viene incontro e ci risolleva sempre.

A Nostra Signora di Lourdes affidiamo tutte le persone ammalate, dinanzi alla grotta dove Ilaria disse il suo primo sì a Gesù, decidendosi per la vita religiosa. Prima di tutto, le affidiamo papa Francesco, che ha dato un’impronta radicalmente evangelica al suo ministero, e si è speso senza risparmio per tutti. A lui noi tutti dobbiamo riconoscere di aver detto un “no” alle armi lungo un intero pontificato, purtroppo da solo.

Prima di concludere questa riflessione, mi sento di rilanciare una proposta che già avanzai qualche anno fa. Sarebbe bello, per il 20esimo anniversario di Sr Ilaria, tra due anni, pubblicare un libretto con le testimonianze di tutti coloro che ne custodiscono un ricordo personale, anche indiretto, su come ella ha vissuto la fede, la speranza e l’amore per Gesù e per i fratelli.

Come penultima cosa, desidero esprimere viva gratitudine a papa Francesco per aver nominato arcivescovo di Pisa padre Saverio Cannistrà, carmelitano, che qui venne a celebrare la Messa per un anniversario di Ilaria. Questo è un grande dono per la nostra Chiesa pisana. Chissà se non ci ha messo una manina Ilaria. Infine, desidero lasciare la parola a Ilaria, che così scriveva l’8 luglio 2000, anche quello un anno santo, in cui dal suo cuore sgorgava un pensiero profondo, illuminato dal Vangelo: «Quale volto mi mostri Gesù? Il volto di un Dio debole? Sì, debolissimo… eppure così forte da non avere paura di mostrare la propria debolezza; da sceglierla come stile di vita e di rapporti… “io vi dico di non opporvi al malvagio”. Occorre accettare di mostrarsi inermi, trasparenti. Occorre accettare gli schiaffi, le offese all’amor proprio e alla propria intelligenza… occorre accettare di camminare lentamente, di fare un miglio in più… Tu l’hai fatto. Tu l’hai compiuto in te… non come esempio di comportamento, ma come rivelazione del volto di Dio che è così. No, tu non sei un Dio vittorioso, trionfante… […] Come si può comprendere il pensiero di Dio? Come si può giudicare il criterio con cui agisce? Trovo in questa pagina del Vangelo una grande pace… quella di cui avevo bisogno al termine di questo giorno… “a chi vuole toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello”».

Don Maurizio