Dov’è tristezza, ch’io porti la gioia

Oggi, il vangelo di Luca ci presenta una versione diversa e complementare del cosiddetto discorso della montagna, in Matteo, che qui si svolge in pianura. Invece di otto beatitudini, Gesù qui ne proclama quattro, insieme a quattro guai. Quelle matteane dicono beati, in generale, coloro che soffrono (i poveri in spirito, gli afflitti, gli affamati di giustizia, i perseguitati per la giustizia, e gli insultati nel nome di Gesù), e coloro che operano il bene (i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace). Le beatitudini lucane sono circoscritte a coloro che soffrono: i poveri, gli affamati, i piangenti, i disprezzati. Seguono poi i guai, rivolti a coloro che si beano di se stessi: i ricchi, i satolli, i gaudenti, gli adulati.

Gesù parla in modo diretto a coloro che ha di fronte – a voi –, e mette in evidenza il contrasto tra chi è messo alla prova dalla vita e chi se la passa bene. Non si tratta di destini paralleli. Piuttosto è probabile che la condizione di coloro che versano in povertà, nella fame, nel pianto e nel disprezzo, dipenda in certo modo da chi si gode egoisticamente la vita. Dolore e gioia si mescolano, nell’esistenza quotidiana, fino a separare gli uni dagli altri, come se per ciascuno fosse previsto unun destino fatale.

Agli occhi di Gesù non è così. Per lui le sorti si rovesciano, e non solo perché saranno premiati i primi e puniti i secondi. Non c’è questa minaccia nelle parole di Gesù, ma un avvertimento. Il Signore promette di prendersi cura di chi è solo, triste e sconfortato. Chi invece basta a se stesso è messo in guardia: non pensi di conservare per sempre la propria momentanea felicità: le cose possono cambiare in peggio.

Si è felici solo quando qualcuno si prende cura di noi, quando mostriamo un’indigenza che domanda aiuto, e accetta di riceverlo. È una gioia diversa quella di coloro che vengono risollevati rispetto a quella di chi se la procura da sé. Perciò, Gesù promette beatitudine a chi adesso sta male: «vostro è il regno di Dio», ossia il Signore si prenderà cura di voi, poveri e sofferenti.  Ma in questa promessa c’è di più: saziare chi ha fame tocca a chi è nell’abbondanza; le lacrime sul volto di chi piange attendono una mano che accarezza; difendere i disprezzati tocca a chi ama la giustizia.

Gesù non si limiterà a lasciare che le cose vadano come vanno, anche se a qualcuno potrà sembrare che Dio non intervenga nelle cose umane. Egli ha affidato ai suoi discepoli il compito di fare, nel suo nome, come ha fatto lui. Ce lo ricorda la preghiera semplice di san Francesco: «Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace: dove è odio, fa ch’io porti amore; dove è offesa, ch’io porti il perdono; dov’è discordia ch’io porti l’unione; dov’è dubbio fa’ ch’io porti la fede; dov’è l’errore, ch’io porti la verità; dov’è la disperazione, ch’io porti la speranza. Dov’è tristezza, ch’io porti la gioia, dove sono le tenebre, ch’io porti la luce».

Don Maurizio

VI Domenica del Tempo ordinario – Vangelo e omelia (16 febbraio)