La terza domenica del tempo ordinario è stata dedicata da papa Francesco alla Parola di Dio, e questo è il sesto anno che la celebriamo. Il brano di oggi si apre con l’inizio del vangelo di Luca, dove l’autore dà conto della sua ricerca, fatta per mettere ordine ai fatti e a i detti di Gesù, ormai già diffusi oralmente da anni. Egli ha sentito i testimoni oculari, e ha deciso di scriverne il ricordo vivo e originario, perché non vada perduto ciò che è essenziale: l’annuncio di Gesù morto e risorto, il Signore venuto a salvarci. Dunque, la scrittura del vangelo serve a custodire la memoria dell’evento centrale della fede, affinché ogni generazione successiva – come la nostra – possa incontrarsi con Gesù Signore, parola fatta carne, vivo e presente in mezzo a noi.
Poi la scena si sposta nella sinagoga di Nazaret, villaggio ove Gesù ha trascorso la giovinezza. Qui, egli legge un brano del profeta Isaia, suscitando lo stupore dei presenti per l’attualizzazione che non ci si aspetta: «Oggi questa Scrittura si è compiuta per voi che l’ascoltate».
Che cosa si realizza nel momento in cui Gesù legge la Scrittura? Isaia aveva annunciato l’unzione dello Spirito sul Messia, attraverso dei precisi segni: la buona notizia per i poveri, la liberazione dei prigionieri, la vista donata ai ciechi, la libertà per gli oppressi, un anno di grazia per tutti.
Coloro che ascoltano Gesù si rendono conto che tutto questo egli lo sta già facendo. La voce di Dio, prestata al profeta Isaia, ha mantenuto la sua promessa, non c’è più da aspettare: qui e ora è presente la Parola di Dio incarnata; lo attestano i segni che egli compie.
Si dischiude così un orizzonte nuovo, impensabile, imprevedibile: le Scritture d’Israele cedono il passo a Gesù di Nazaret, ora è lui che si deve ascoltare. Agli antichi fu detto, ma adesso è lui che dice. Qui c’è più di Abramo, di Mosè, di Giona, di Salomone, di tutti i profeti: c’è il Figlio. La svolta è decisiva: Dio nessuno l’ha mai visto, molti l’hanno cercato, intuito, atteso, ma è venuta l’ora di guardarlo in faccia, di incontrare lo sguardo di Gesù, il Figlio amato, in cui il Padre si è compiaciuto, e ci chiede di ascoltarlo.
Da questo momento, i cristiani non sono più un popolo del libro, ma la comunità dei credenti nel Verbo incarnato, crocifisso e risorto. Le conseguenze di questa rivelazione sono molteplici. La fede non può ridursi a legge, a ideologia, a sistema di valori. È incontro vivo con una persona, il Figlio di Dio che mostra il volto del Padre, mediante lo Spirito. Il mondo divino è sceso in terra, per dare speranza a tutti i poveri, tra i quali i primi siamo noi: deboli assetati d’amore e di perdono. Dio non ha paura di contaminarsi con la fragilità, di mostrarsi piccolo e bisognoso di accoglienza. Dalle sue piaghe siamo stati guariti. Questo è l’anno di grazia che ci è offerto, per ricominciare con gioia.
Don Maurizio
