Le mie parole non passeranno

Che cosa resta di questo mondo? Cosa rimane di questa umanità provata dai conflitti interiori e dalle lotte tra noi? A queste domande cerca di dare una risposta Gesù, nei discorsi escatologici, che ci accompagnano verso la fine dell’anno liturgico.

Siamo abituati a continue notizie negative: le guerre, gli sconvolgimenti metereologici per il cambiamento climatico, lo sfruttamento irresponsabile delle risorse del pianeta. Minacce di ogni genere, vicine o lontane, appesantiscono il cuore e la mente di tutti. C’è ancora speranza? Dov’è la promessa del Signore, che dice di essere venuto a salvarci?

Quando il ramo del fico diventa tenero e spuntano le foglie, sta per arrivare l’estate: è un esempio che dice qualcosa anche a noi. «Quando vedrete avvenire queste cose, riconoscete che il momento è vicino». Ma quale momento è prossimo? Si tratta forse della fine, o non piuttosto di un nuovo inizio? Gesù parla di ramo tenero, di estate imminente, e questo ci riempie di speranza, di fiducia: è la nuova creazione che passa attraverso le doglie di un parto.

Lo sguardo verso il futuro non deve scoraggiarci – sarebbe cedere alla tentazione del grande nemico, peraltro sconfitto –, perché il Signore non passa, le sue parole rimangono. Gesù è la Parola fatta carne per sempre. Per fede, sappiamo che con la morte e risurrezione di Gesù è iniziato il mondo nuovo; le sue frontiere attraversano i cuori spezzati, fasciati e risanati. Non preoccupiamoci di quando la scena di questo mondo finirà – non sa neppure Gesù il giorno e l’ora –; a noi interessa soltanto vivere l’attesa con gioiosa speranza che nulla andrà perduto. Il Signore raccoglie i cocci di questa umanità ferita e umiliata, per farne la sua ultima e più bella opera d’arte.

Ha un senso, allora, celebrare oggi la VIII Giornata mondiale dei poveri, che ha come tema: “La preghiera del povero sale fino a Dio” (Sir 21,5), accogliendo l’invito di papa Francesco a pregare per i poveri e insieme a loro. E poi, «Non dimentichiamo di custodire “i piccoli particolari dell’amore”: fermarsi, avvicinarsi, dare un po’ di attenzione, un sorriso, una carezza, una parola di conforto… Questi gesti non si improvvisano; richiedono, piuttosto, una fedeltà quotidiana, spesso nascosta e silenziosa, ma resa forte dalla preghiera. In questo tempo, in cui il canto di speranza sembra cedere il posto al frastuono delle armi, al grido di tanti innocenti feriti e al silenzio delle innumerevoli vittime delle guerre, rivolgiamo a Dio la nostra invocazione di pace. Siamo poveri di pace e tendiamo le mani per accoglierla come dono prezioso e nello stesso tempo ci impegniamo a ricucirla nel quotidiano».

Don Maurizio

XXXIII Domenica – Vangelo e omelia (17 novembre)