Tutto ciò che aveva: la sua intera vita

Nel  brano evangelico di oggi, Gesù mostra con due esempi concreti cosa intendeva il Signore, rivolto al profeta Samuele, in cerca di un re per il suo popolo: «io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore» (1Sam 16,7).

Nella prima scena, Gesù descrive il comportamento degli scribi – custodi della legge di Mosè –, ammantati di ampie vesti, alla ricerca di pubblico ossequio, in prima fila nelle sinagoghe e ai primi posti nei banchetti. Ma la loro segreta attività è depredare vedove e orfani, mentre pregano a lungo solo per ostentazione.

Gesù punta il dito su ciò che tutti sanno e vedono, ma non hanno la forza di contestare. Non rivela nulla di segreto: l’ipocrisia di chi cura l’aspetto esteriore, ma agisce male, è sotto gli occhi di tutti. Ha l’accento dei profeti la denuncia di Gesù: «Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri e per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro preda e per spogliare gli orfani» (Is 10,1-2). Può succedere che, in nome della legge di Mosè, si opprimano i più deboli. La religione dei precetti rischia sempre di dividere il mondo in due: ci sono gli eletti da una parte e gli scartati dall’altra.

Poi la scena si sposta nel tempio – l’altro caposaldo della religione d’Israele, accanto alla legge –, davanti alla camera del tesoro, dove si fa l’elemosina. Gesù vede una vedova povera che getta due spiccioli. Potrebbe tacere, il suo sguardo attento coglie qualcosa che sfugge a molti. Invece, egli chiama i discepoli e rivela ciò che lui solo ha percepito: a differenza di tutti gli altri, «lei invece, a partire dalla sua indigenza, ha gettato tutto ciò che aveva: la sua intera vita!».

Non è soltanto la condizione della povera vedova che qui risalta, ma il gesto che sgorga dal cuore, dalla profondità di colei che affida tutto ciò che ha al Dio che le hanno insegnato ad adorare. Ella non sa che la guardano davvero gli occhi del Figlio dell’Altissimo, seduto in silenzio vicino a lei.

Siamo così passati dall’invettiva profetica di Gesù, contro l’ipocrisia e l’ingiustizia degli uomini religiosi, alla tenerezza infinita del Signore, al quale non sfugge la verità del cuore. A chi voleva sapere qual è il comandamento più grande, ecco la risposta dei fatti: amare Dio con tutta la propria vita, nella semplicità che si affida, senza clamore.

Sono dunque scomparsi, in dissolvenza, i cattivi maestri, per lasciare ai discepoli il segno da cogliere e da seguire. L’invito è rivolto a noi, soprattutto nel momento in cui siamo più spinti dall’indignazione per l’incoerenza di alcuni, mentre vicino, di soppiatto, c’è chi, con umiltà, semina speranza e costruisce il bene senza rumore. E non solo: guardiamoci sempre dal giudicare le apparenze: perché è facile cadere nel tranello di apprezzare gli ipocriti e di disprezzare i poveri.

Don Maurizio

XXXII Domenica – Vangelo e omelia (10 novembre)