Nel brano evangelico di oggi colpisce l’identificazione di un non vedente, seduto al bordo della strada a mendicare: si chiama Bartimeo, è figlio di Timeo. Uno scarto della società giudaica – uno che non vede, e perciò non è visto – ha un nome e un’origine. Diventa protagonista della scena colui che, per l’acquisita disabilità della vista, è destinato alla marginalità, anzi è persino abbandonato da Dio, perché considerato peccatore.
Il grido disperato del povero – «Figlio di David, Gesù, abbi misericordia di me!» – giunge potente alle orecchie di Gesù che gli passa vicino, nonostante l’insistenza di molti che lo vogliono zittire. Bartimeo invoca pietà, supplica il perdono: forse è consapevole di un’oscura pena che gli è inflitta, sicuramente più dagli uomini religiosi che da Dio, per una colpa che non ha.
Bartimeo ha sentito dire che c’è Gesù il Nazareno, sa della sua bontà, e della tenerezza con cui tratta le persone in difficoltà, perciò cerca di farsi udire in tutti i modi. Siamo di fronte alla fede di un disgraziato, che domanda grazia. Gesù lo lascia avvicinare – cosa disdicevole per uno trattato da indemoniato – e gli chiede: «Cosa vuoi che io faccia per te?».
Il resto è luce ritrovata, fuoco acceso nel cuore, gioia nuova della vita.
Cosa sappiamo noi del tormento di chi vive come un fantasma, senza alcuna dignità, cui si aggiunge il disprezzo alla pena? Quante volte ci dà fastidio la menomazione, la disabilità, la marginalità? Magari, nel migliore dei casi, ci sovviene un senso di pietà, ma difficilmente ci spostiamo da dove siamo. E se qualcuno di questi scarti ci avvicina, è facile irrigidirsi: cosa mi chiederà, cosa vorrà da me?
Gesù non si lascia avvicinare solo perché è il Signore potente, che purifica e risana, ma perché si lascia toccare il cuore, avverte dentro di sé la sofferenza dell’altro. È il Dio che non giudica chi già è giudicato dagli uomini, non scarta chi è già scartato, non spegne il lucignolo fumigante. Come credenti, abbiamo bisogno di questa conversione: dal sospetto all’accoglienza, dalla distanza alla prossimità, dall’imbarazzo alla naturalezza. Chi è ai margini sa già di non meritare nulla; la sua condizione, per quanto procurata da sé o da altri, è già punitiva. Ad un peso se ne deve forse aggiungere un altro?
Non si tratta che di ascoltare il cuore ferito col proprio cuore. Come ha scritto papa Francesco nella sua ultima enciclica Dilexit nos: «Identificandosi con i più piccoli della società (cfr Mt 25,31-46) “Gesù ha portato la grande novità del riconoscimento della dignità di ogni persona, ed anche e soprattutto di quelle persone che erano qualificate come ‘indegne’. Questo principio nuovo nella storia umana, per cui l’essere umano è tanto più ‘degno’ di rispetto e di amore quanto più è debole, misero e sofferente, fino a perdere la stessa ‘figura’ umana, ha cambiato il volto del mondo, dando vita a istituzioni che si prendono cura delle persone che si trovano in condizioni disagiate: i neonati abbandonati, gli orfani, gli anziani lasciati soli, i malati mentali, le persone affette da malattie incurabili o con gravi malformazioni, coloro che vivono per strada”» (n. 170)
Don Maurizio
