Lungo i sentieri di Palestina, Gesù fa incontri, guarisce malati, caccia demoni, ridona speranza agli sfiduciati e insegna ai discepoli. Ma, per non alimentare false aspettative sulla propria illimitata potenza, annuncia il suo destino doloroso: «il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno». Questa è la parola che spaventa. Ciò che segue appare incomprensibile: «una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».
Stare con un Maestro che opera prodigi e predice la propria sconfitta non è semplice: chiunque di noi resterebbe confuso. Come può colui che è investito della potenza di Dio salvare gli altri e perdere se stesso? I discepoli «ignoravano il senso di questa parola e avevano timore di interrogarlo». Sulla eventuale tragica sorte di Gesù si allunga anche l’ombra del fallimento di coloro che lo seguono.
Per la strada, gli amici del Signore preferiscono parlare d’altro, e spostano l’attenzione da lui a se stessi: discutono su chi è il più grande tra loro. Forse è il modo di guardare alla parte vincente della storia: non si rassegnano alla disfatta. Una volta scoperto questo dialogo imbarazzante, Gesù interviene, si siede e parla ai dodici. Non c’è nulla di male a volere essere il primo, basta sapere qual è la condizione: il primo sarà l’ultimo e il servo di tutti. Proprio come lui, che non è venuto per essere servito, ma per servire, e dare la vita per tutti.
La croce, che si staglia all’orizzonte, non è lo smascheramento di un potere debole, la fine di un’illusione, ma la conseguenza dell’amore senza riserve, che offre e si lascia prendere, dona e perdona, accoglie e va oltre il rifiuto. Gesù va guardato come un bambino: con gli occhi dei piccoli, perché lui, il Signore, si è fatto piccolo, alla portata di tutti, indifeso e obbediente al Padre, che lo ha inviato.
Il brano evangelico di oggi ci invita a riflettere sulle nostre aspettative di credenti, talvolta delusi dalle non immediate risposte del Signore, specialmente nell’ora della prova. Egli continua a chiederci fiducia, pazienza, umiltà.
La segreta aspirazione dei discepoli – chi è il più grande? – forse è anche la nostra, quando ci confrontiamo con gli altri. Gesù non ci rimprovera per questo: ci avverte soltanto di essere pronti a non tirarci indietro nel momento in cui, per diventare i primi, dovremo imparare a stare con gli ultimi, con i più piccoli e più deboli. Perché è lì che egli si è nascosto, e per riconoscerlo occorrono occhi che si volgono dal basso in alto. Ma si può fare anche diversamente: basta ricordare ciò che papa Francesco disse ai giovani a Lisbona nel 2023, nella veglia per la Giornata mondiale della gioventù: «l’unica volta in cui è lecito guardare una persona dall’alto in basso è per aiutarla a rialzarsi».
Don Maurizio
