Come uno che ha autorità

Il vangelo di Marco, nel brano di oggi, ripete due volte che Gesù parla e agisce come uno che ha autorità. Prima, per come ha insegnato nella sinagoga, dopo, per aver compiuto un esorcismo. Il racconto ci invita a riflettere su cosa significa avere autorità.

Siamo abituati a collegare questa dimensione alle relazioni di potere, dove chi è a capo di una istituzione ha la responsabilità e il comando su altri. Così avviene nella società civile, nella politica, nell’esercito, nell’amministrazione di ogni istituzione, Chiesa compresa. La figura del capo affascina e suscita reazioni opposte, di ammirazione e di timore. Sembra che ogni gruppo sociale abbia bisogno di una guida sicura, di fronte alla quale nutrire fiducia, come pure reagire fino al dovere di rovesciarla, quando non riscuote più consenso.

Il comportamento di Gesù non assomiglia per nulla a questo tipo di capo. La sua autorità non proviene da alcun ruolo nella società ebraica. Anche se viene chiamato rabbi, non ha frequentato alcuna scuola, non ha il diploma in sacre Scritture. Ha solo dei discepoli, che si è scelto, perché imparino a stare con lui, per servire e non essere serviti. Perché il più grande sia il servo di tutti.

Ci chiediamo, allora, per quale motivo gli viene riconosciuta l’autorità anche da altri che lo ascoltano nella sinagoga, dove si spiegano le Scritture. Anzi, non reggono il confronto con lui gli scribi e i dottori della legge, gli esperti di Dio, ma che faticano ad aprirsi alla novità della sua presenza.

La risposta è più semplice di quanto non s’immagini: Gesù fa quello che dice. Non insegna una cosa e ne fa un’altra. Insegna che Dio è qui, e col suo dito caccia i demoni. Insegna che il Padre accoglie e perdona, risana e purifica, ed è proprio il suo agire che rivela e compie tutto ciò. I profeti parlavano in nome di Dio, Gesù è Dio in persona, e chi lo incontra vede finalmente il suo volto filiale.

La novità di Gesù, che suscita stupore, è proprio questa: l’imprevista presenza, in mezzo al suo popolo, del Dio che ancora non conoscono. Ne hanno avuto l’annuncio, ma la sua presenza umile e potente sconvolge le idee che si sono fatte di Dio. Non è un legislatore, ma il Padre, che ha inviato il Figlio, e con lui lo Spirito.

Anche noi cristiani facciamo fatica ad entrare in questa relazione d’amore, che libera dall’ansia di renderci graditi al superiore, come se il Signore avesse i tratti dei potenti della terra, che governano e dominano. Gesù, invece, ci invita a cambiare sguardo: è l’amore provvidente di un Padre, che si prende cura di tutti i suoi figli, a partire dai più deboli e bisognosi. Il suo unico Figlio è venuto proprio a rivelare questo diverso tipo di autorità. E per il male, in ogni sua forma – diavolo compreso – non c’è più spazio. Questo non può che darci fiducia e speranza: non saremo noi a scegliere chi deve dominare e vincere. Si tratterà prima di tutto di affidarci a quello che apparirà come sconfitto sulla croce, ma che in realtà è il vincitore: il Crocifisso Risorto, il Signore.

Don Maurizio

IV Domenica T.O. – Vangelo e omelia (28 gennaio)

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