Erano pieni di meraviglia

 

Nella festa della Santa Famiglia di Nazaret contempliamo, in un unico quadro, il bambino Gesù, con Maria e Giuseppe, nel tempio della città in cui si compirà il destino doloroso e glorioso di questo figlio misterioso, umanamente imprevisto, venuto dall’altezza di Dio, nascosto ai margini dell’impero. Risalta qui una prospettiva diversa, e complementare, rispetto a quella umana: non una coppia che ha un figlio, ma un Figlio che ha bisogno di genitori. Per diventare umano, l’Altissimo ha cercato una mamma – il suo cuore, il suo grembo – con vicino un giovane innamorato, forte e coraggioso.

Maria e Giuseppe vanno a Gerusalemme, per presentare il bambino alla comunità religiosa d’Israele, nel tempio, dove si cerca Dio, ma dove Egli non abita. Lo sanno i due anziani Simeone e Anna, che aspettano di vedere il giorno annunciato del nuovo ed ultimo segno della sua presenza.

Il Signore dell’universo e della storia umana è avvolto in fasce, veste panni umili, tra le braccia di una giovane donna che non lo trattiene: è lì per offrirlo. Simeone «lo accolse tra le braccia e benedisse Dio». Maria e Giuseppe ricevono e donano, sanno che il Figlio non è venuto solo per loro: la famiglia nasce da lui, non da loro.

Celebrare la Santa Famiglia di Nazaret, per noi, significa accogliere l’invito a scoprire il mistero che abita le relazioni d’amore, i vincoli umani coniati dalla grazia, l’allargamento d’orizzonte delle reciproche appartenenze. L’amore è sempre in cerca di casa, vive di speranza e di attesa, si nutre di stupore e d’incanto: «suo padre e sua madre erano pieni di meraviglia per le cose che si dicevano di lui». Maria e Giuseppe c’insegnano la cura, la custodia e l’affidamento, non il possesso, il dominio, l’affermazione di sé.

Essi hanno rinunciato al loro protagonismo non perché hanno fatto del figlio un idolo. Gesù ha imparato il rispetto e la delicatezza verso le donne, perché ha visto la tenerezza di Giuseppe nei confronti di sua madre. Se ha appreso la sensibilità verso i poveri e i più fragili, è grazie all’umiltà e all’essenzialità che gli hanno insegnato i suoi genitori.

Tutto ciò potrà sorprenderci – e non sarebbe un male –, ma questo è il modo col quale il Signore ha scelto d’imparare ad amare in modo umano. Così, grazie a Maria e a Giuseppe, l’io divino di Gesù ha preso umanamente coscienza di sé: Giusto piovuto dalle nubi, Salvatore germogliato dalla terra. Le famiglie del nostro tempo sperimentano grandi incertezze, vivono il senso della precarietà, sono in cerca di stabilità; spesso, ricevono e si procurano ferite, fanno fatica a rimanere unite. Alcune di queste prove le ha sperimentate la Santa Famiglia di Nazaret, ma qui non è mai venuto meno lo stupore, la capacità di lasciarsi sorprendere da quel figlio che ha dato vita ai genitori. Forse è proprio questa la conversione di cui abbiamo bisogno: rovesciare l’illusione di dare vita, per imparare a riceverla.

Don Maurizio

Santa Famiglia – Vangelo e omelia (31 dicembre)

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