Non sono io

 

La testimonianza di Giovanni Battista, secondo il quarto evangelista, si concentra sulle ripetute risposte – “non sono io” – date ai sacerdoti e leviti, che vengono da Gerusalemme, nel deserto, per interrogarlo. Non è il Cristo, né Elia, né il profeta. Dunque, chi è il battezzatore?

Deve aver sicuramente destato curiosità tra la gente, e forte sospetto nelle autorità religiose, lo strano personaggio che grida, chiama alla conversione e immerge nelle acque del Giordano chi va da lui. Il suo annuncio ha tutto il sapore dell’incombente giudizio di Dio, assomiglia ai profeti che reclamano obbedienza a Jahvè, cui il potere costituito non sembra essere fedele.

Israele ha conosciuto vari personaggi, lungo la propria storia, che si sono presentati al popolo, in contrasto con il potere regale e sacerdotale, e hanno fatto tutti una brutta fine. Anche a Giovanni, infatti, toccherà morire, per aver contestato l’immoralità di un piccolo sovrano.

Ma qui siamo di fronte ad uomo diverso, che non guarda indietro, ai precetti antichi, alla purità legale, all’Alleanza dei padri. Il Battista “non è”, perché non sta nelle caselle della memoria d’Israele, ma nel futuro di tutti. È la voce di uno che deve venire, perciò annuncia: «Lui viene dietro a me, ma io non ho titolo per sciogliergli il legaccio del sandalo!».

La scena evangelica si carica, così, di mistero; cresce l’attesa di sapere a chi altri Giovanni prepara la strada. Lui si espone, ma per ritrarsi; si fa avanti, attira su di sé l’attenzione, ma poi si fa da parte. Questo è il compito del servitore, anzi, ancora meno, perché neppure è in grado di sciogliere i calzari del suo signore.

L’evangelista la chiama «testimonianza di Giovanni», e ciò fa pensare alla sua particolarità. Infatti, il Battista non attesta ciò che ha visto; annuncia colui che è nascosto: «in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete!». In certo senso, attende anch’egli di vedere colui che sta per venire.

In questa particolare posizione sta la forza e la debolezza del testimone di Gesù: rischia per colui che sa essere il Signore, eppure non lo vede; crede che egli è presente, ma deve trovarlo e imparare a riconoscerlo. In sostanza, Giovanni ci indica il modo col quale stare di fronte e in mezzo agli altri, in nome del Signore. È un uomo decentrato, che sfugge al protagonismo dell’io, perché chi lo ascolta è spinto a guardare avanti, a non fermarsi, per continuare a cercare insieme.

Il Natale del Signore, ormai prossimo, riceve un senso da una sincera disposizione alla scoperta del nuovo che si affaccia nelle nostre vite, che non sempre è quello che ci aspettiamo. Per molte persone saranno giorni di festa, di lieto incontro con parenti e amici. Ma per altri si apriranno ferite antiche, profonde, dolorose.

Chiediamo al Signore di fasciare le piaghe dei cuori spezzati – come scrive il profeta Isaia, pensando al Messia venturo –; prendiamoci cura di coloro che restano ai margini, afflitti dalla solitudine, dalla malattia, dall’indigenza.

La domenica “gaudete” è un appello a rendere felici gli altri, mettendo un po’ da parte noi stessi. La lezione ci viene dal Battista, che ripete con insistenza: “non sono io” il protagonista.  

Don Maurizio

III Domenica di Avvento – Vangelo e omelia (17 dicembre)

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