La voce e la Parola

 

Il principio del vangelo secondo Marco è affidato all’annuncio di Giovanni il Battezzatore, nel deserto. Un inizio insolito per una bella notizia, che sembra nascondersi piuttosto che manifestarsi. Forse ci saremmo aspettati una solenne proclamazione in città, in mezzo alla folla, per attirare l’attenzione di più gente possibile. Invece è la voce di un messaggero strano, vestito di peli di cammello, che mangia cavallette e miele selvatico. Ha il sapore della follia, la scena di un invasato visionario. Non è lui la novità che sta per arrivare, ma soltanto il segnale: lui immerge nell’acqua, un altro immergerà nello Spirito.

La cornice è il deserto, il luogo dell’ambivalenza, dell’aridità e del silenzio; lo spazio vuoto dove nessuno può abitare a lungo: chi ci va deve spostarsi continuamente. In questo contesto comincia il vangelo di Gesù Cristo, l’avventura del Figlio di Dio in mezzo a noi. Giovanni è uno che, mentre annuncia, al tempo stesso cerca, aspetta gente che senta la sua voce. Poi verrà uno che si dovrà ascoltare. In verità, Giovanni annuncia colui che è la Parola, e la cerca, non la possiede, perciò grida, invoca, supplica.

C’è una differenza tra sentire e ascoltare, come tra la voce e la Parola. Si può sentire un suono e non distinguerlo, si possono udire delle parole, ma non capirne il senso. Forse è ciò che capita anche a noi, quando sentiamo proclamare le letture bibliche, senza però cogliere colui che ci parla, il Signore. Anzi, ancor più precisamente, senza avvertire che lui è la Parola fatta carne, che è venuto ad abitare con noi.

Il tempo di Avvento è l’occasione per avventurarci nel deserto silenzioso del cuore, dove si combatte l’estenuante lotta tra noi stessi e la voce della coscienza, che non coincidono, perché lì, nell’intimo dell’animo, cerca di porre la sua tenda il Signore, e non gli è facile farsi spazio, in mezzo a troppi suoni spesso disarticolati.

Il deserto è un simbolo potente dell’interiorità: talvolta sembra disabitato da Dio, che resta in silenzio, ma anche luogo di incontro salvifico con la sua voce, con la sua Parola. Tocca a noi non sfuggire al silenzio di Dio, in attesa di abitare il silenzio con Dio. Diceva santa Madre Teresa di Calcutta: «Dio parla nel silenzio del cuore. Ascoltare è l’inizio della preghiera». Per entrare in contatto con noi, il Signore ha scelto una via che possiamo riconoscere attraverso l’esperienza dell’amore. Quante volte restiamo in attesa di una parola di colui o colei che amiamo, e quanta pena ci dà il suo silenzio. Ma solo così cresce il desiderio, insieme all’incertezza di non essere amati. In questo modo scopriamo quanto sia importante la voce: lo sappiamo bene quando non c’è più una persona amata, di cui non sentiremo più la voce, anche se ne ricorderemo le parole. Ecco, il Signore, anche quando sembra lasciarci nel deserto, sappiamo che si tratta solo di un tempo, per breve o lungo che sia: di certo verrà, per tenerci con sé per sempre.

Don Maurizio

II Domenica di Avvento – Vangelo e omelia (10 dicembre)

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