Prendi parte alla gioia del tuo signore

 

La parabola dei talenti, affidati da un signore ai suoi servi, merita di essere letta con attenzione, perché potremmo essere tentati di semplificare il discorso. A prima vista, infatti, sembra che tutto dipenda dalle capacità umane di mettere a reddito i beni altrui, per meritare un premio, o, al contrario, per ricevere una punizione. Ne deriverebbe un’immagine distorta del Signore, che toglie a chi non ha anche quel poco che gli resta.

Dunque, andiamo con ordine. Il signore del racconto di Gesù affida a dei servi i suoi averi, il suo capitale. Forse non ha figli, e vuol sapere chi tra loro può ereditare le proprie sostanze. Invece di consegnare il suo denaro ai banchieri, lo mette nelle mani di tre servi, con quote diverse: ad uno cinque talenti, ad uno due, ad un altro uno. Si tratta di somme ingenti, se pensiamo che un talento era pari a 6.000 dracme, l’equivalente di 25,80 kg di argento.

In realtà, quindi, non si tratta di una messa alla prova dei servi, ma di un atto di grande fiducia: Gesù racconta di un padrone, ma in sostanza parla di un padre, di suo Padre, che affida tutto di sé a noi.

I doni che abbiamo ricevuto il Signore non li vuole indietro per sé, lo si capisce bene dalle risposte che dà al primo e al secondo servo, che presentano il frutto del loro impegno: «Ben fatto, servo buono e fedele, sei stato fedele in poche cose, ti porrò a capo di molte, prendi parte alla gioia del tuo signore».

Il problema si pone, invece, per il servo «cattivo e pusillanime», che ha considerato il signore «un uomo duro», che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso. È la sua visione di Dio che non va: non ha compreso che il talento affidatogli è un’opportunità per lui, non qualcosa da restituire. Infatti, il suo talento sotterrato viene dato al primo servo.

Può capitare anche a ciascuno di noi di temere, di non sentirsi capace o all’altezza. Questo è il momento di credere che il Signore si fida di te, ti ama, e ciò che ti chiede, in realtà, te lo ha già donato. Ti sta domandando di accogliere, non di restituire. Proprio quando pensi di non farcela, è il momento di chiedere aiuto: i propri doni vanno condivisi, vanno messi in relazione con gli altri. Per questo il signore della parabola dice: «Ma allora avresti dovuto consegnare il mio denaro ai banchieri». Gli interessi che il Signore vuol riscuotere sono i nostri, non i suoi, ovvero il nostro bene pieno; questa è la gioia del Signore di cui vuol metterci a parte.

In conclusione, da questo racconto impariamo che si perde solo ciò che si nasconde. Quel che siamo, i nostri talenti, le capacità che ciascuno di noi ha ricevuto dalla vita, per grazia di Dio, deve essere condiviso, soprattutto con i più poveri e i più deboli: solo così frutta e si moltiplica.

Oggi, VII giornata mondiale dei poveri, papa Francesco ci indirizza un chiaro messaggio, che getta luce anche sul brano evangelico: «I poveri sono persone, hanno volti, storie, cuori e anime. Sono fratelli e sorelle con i loro pregi e difetti, come tutti, ed è importante entrare in una relazione personale con ognuno di loro». Dunque, «Non distogliere lo sguardo dal povero» (Tb 4,7).

Don Maurizio

XXXIII Domenica – Vangelo, omelia e testimonianza di P. Gabriele

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