Restituite dunque

Due gruppi, con posizioni diverse nei confronti del potere fiscale degli oppressori romani, si presentano a Gesù per avere una risposta: «è permesso dare il tributo a Cesare oppure no?». I farisei consideravano con disprezzo i collaborazionisti ebrei – come ad esempio Matteo –, che riscuotevano le tasse per conto dei romani; i partigiani del re Erode Antipa, invece, ritenevano giusto pagare il tributo. Sembra dunque che il problema sia solo tra loro. In realtà, essi tendono un tranello a Gesù: da come risponde potrebbe farsi nemici, prendendo posizione nei confronti del potere.

Il census pro capite era di un denaro romano, che, intorno all’effige dell’imperatore, recava la scritta: “Tiberio Cesare, figlio del divino Augusto”. Gesù chiede di vedere questa moneta, e da qui prende spunto per rispondere, senza sottrarsi, come aveva fatto, ad esempio, sulla questione della provenienza di Giovanni Battista. Ci sono sfide che il Signore raccoglie, e altre che evita. In questo caso, egli coglie al volo la possibilità di smascherare il potere umano, senza contrapporlo a quello divino, che è di altra natura. Per lui, si tratta di restituire a Cesare e a Dio, di riconsegnare a ciascuno ciò che gli appartiene.

Che cosa, dunque, appartiene a Cesare? Un metallo, seppur costoso, ma niente di più, nonostante porti impressa la pretesa di discendenza divina. Alle orecchie degli interlocutori potrà apparire come legittimazione dell’oppressore romano, ma la cosa a Gesù non importa molto. Come quando gli chiederanno se è tenuto a pagare la tassa al tempio, egli manderà Pietro a raccogliere in bocca a un pesce la moneta per onorare il debito cultuale.

Invece della polemica, Gesù preferisce la libertà: il problema non è pagare col denaro, né Roma né Israele. Ciò che conta è spendere la propria vita con generosità e amore. Solo questo è il diritto di Dio, per questa ragione egli è venuto, e ciò comporta molto di più e molto altro rispetto ai poteri umani, politici o religiosi che siano.

Cesare e Dio – persino il Dio del tempio di Gerusalemme – chiedono monete, sottomissione, prezzi materiali. Il Padre, che ha consegnato il Figlio al mondo, quando chiede vuol donare, non ha bisogno di avere qualcosa da noi, perché tutto ciò che siamo viene da lui.

Restituire, dunque, è il verbo che dice rispetto delle proporzioni. Alla società civile – come pure alla comunità religiosa – ciascuno di noi deve rispetto, collaborazione, impegno per il bene comune. Nei confronti del Signore la partita è un’altra, non opposta, ma di segno diverso. Con lui, ciascuno di noi mette in gioco il cuore, la mente, le forze, la vita.

Gesù ci rivela che il potere di Dio è il rovescio della moneta umana: ha il volto umile, sofferente e amoroso del vero Figlio, che non è venuto per essere servito, ma per servire, e dare la sua vita in dono per tutti. 

Don Maurizio

XXIX Domenica – Vangelo e omelia (22 ottobre)

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