Il Signore della vigna

La parabola dei vignaioli omicidi, inizialmente, ci riempie di tristezza. Nonostante la cura amorevole del proprietario della vigna – «la circondò con una palizzata, vi scavò un torchio e costruì una torre» – i suoi contadini tradirono la fiducia di colui che l’aveva affidata loro: percossero, uccisero, lapidarono i servi inviati a controllare.

Gesù riprende il canto della vigna del profeta Isaia – che abbiamo ascoltato nella prima lettura –, per richiamare l’attesa paziente di Dio nei confronti del suo popolo. Mentre, però, il profeta lamentava l’infruttuosità della vigna, nonostante tutte le sue cure – «Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi» –, nella parabola, emerge l’irresponsabilità di coloro che l’hanno in gestione, anzi la cattiveria, fino alla loro follia: come potrebbero entrare in possesso dell’eredità, una volta ucciso il figlio del proprietario? Inoltre, sorprende la decisa ingenuità del signore della vigna, che, dopo aver visto uccidere i servi, mette a rischio perfino la vita del figlio.

Siamo di fronte all’incomprensibile amore di Dio, non solo alla pervicacia umana. Il Signore non molla mai, al punto di rimetterci di persona. Questa è la storia di Gesù, anticipata nel racconto, prevista e messa in conto da Dio. Con la citazione della parola del Salmo – «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”» –, Gesù opera un radicale ribaltamento: lo sconfitto è il vincitore. Con lui, tutti gli scartati della terra saranno a fondamento del mondo nuovo. Questa è la logica di Dio, che perdona e rilancia anche di fronte all’estrema resistenza e durezza umana.

Sappiamo quanto questa parola evangelica risulti dirompente: senza perdono non c’è pace!

Preghiamo il Signore perché in Terra santa possa risuonare il grido profetico inascoltato di Isaia, che lamentava con preoccupazione: «Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi».

Don Maurizio

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