Al centro del brano evangelico di oggi risalta il cuore smisurato del Signore: egli perdona sempre, perdona tutto. Pietro offre l’occasione a Gesù per raccontare come vanno le cose tra Dio e noi, e tra le persone umane. Nel primo caso – di un debito enorme, persino insolvibile –, di fronte alla supplica disperata di un servo, il re: «commosso alle viscere, lo lasciò libero e gli rimise il debito».
Nel caso dei rapporti tra noi, le cose non vanno allo stesso modo. Il servo liberato è impietoso verso il suo debitore: dimentico della grazia ricevuta senza alcun merito, lo fa gettare in prigione. La stessa supplica che egli aveva rivolto al re – «sii magnanimo verso di me» –, quando gli viene rivolta dal suo pari, non trova eco nel suo cuore.
Dimenticare, ecco il problema che Gesù rileva con tristezza: «Servo cattivo, io ti ho rimesso tutto quel debito perché tu mi hai supplicato. Forse non dovevi anche tu aver misericordia del tuo compagno di servizio come anch’io ho avuto misericordia di te?».
Siamo così messi di fronte al nucleo incandescente del Vangelo, dove si annulla la logica del dare e avere, nel segno disumano della clemenza, che ha il conio inimmaginabile del divino. Aver pietà, lasciarsi commuovere dal grido disperato di chi non ce la fa a pareggiare, mettere da parte la legittima pretesa della restituzione: questa è la magnanimità di Dio, impressa nello sguardo di Gesù verso ognuno di noi.
A noi, imprigionati dalla consuetudine del calcolo, della proporzione, e delle migliori istanze di giustizia, è rivolto un appello che oltrepassa ogni misura. Anzi, un metro c’è, e Gesù ci invita a riconoscerlo nella forma dell’orazione: «rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Dal suo dono deriva un compito per ciascuno di noi: perdonare perché perdonati.
Non cadiamo però nell’inganno di pensare che il perdono sia una conseguenza imposta dal ricambio. Il primo servo cade nell’illusione di poter pareggiare i conti col Signore – «sii magnanimo verso di me e ti restituirò» –, come se fosse alla sua portata la capacità mettersi a posto con Dio. Forse è proprio per questo che diviene impietoso verso il suo compagno: continua la logica del ricambio e, di fatto, dimentica che nei suoi confronti questa è stata superata.
La condizione che Gesù pone al perdono abita nel cuore sanguinante di chi è stato capace di supplicare, perciò è pronto a riconoscere la ferita nascosta nell’animo del fratello e della sorella che ci ha fatto soffrire. Non c’è bisogno di aspettare che qualcuno ci chieda scusa: di un cuore misericordioso abbiamo bisogno anzitutto per noi stessi. Attenzione dunque all’ambiguo motto del “non dimenticare”, perché ciò non avvenga di nuovo: potrebbe nascondersi qui l’infelice paralisi della inclemenza.
Don Maurizio
