L’ispirata e sorprendente confessione di fede di Pietro, nel vangelo di domenica scorsa, sembra oggi avere una battuta d’arresto. L’amico, che sente annunciare un destino doloroso dal Maestro, si mette davanti, per difenderlo, ma Gesù reagisce con forza: «Vattene dietro a me, Satana! Tu sei per me un inciampo». Certamente, il Maestro non ce l’ha con Pietro: è il ragionare troppo umano che l’ostacola, e ad esso non vuol dare ascolto.
Pietro, come chiunque altro vuol stare vicino al Signore: «deve rinunciare ad affermare se stesso, prendere la propria croce e seguirmi». Il punto decisivo è proprio questo: mettere da parte se stessi, con la pretesa di guadagnare il mondo intero, perché la vita si trova donandola.
Una fuorviante comprensione del prendere la propria croce e rinnegare se stessi ha fin troppo segnato certe spiritualità doloriste. Come se al Signore facesse piacere l’autonegazione, il disprezzo di sé e della propria vita. In realtà, l’appello di Gesù è rivolto alla libertà – «se uno vuol venire dietro a me» –, che si acquista al prezzo dell’offerta generosa di tutte le proprie energie.
Si tratta, dunque, dello slancio dell’affidamento, di quell’impeto amoroso che nulla trattiene di sé, quando si avverte l’opportunità della pienezza. Certo, non mancano freni e resistenze interiori, specialmente quando la posta si alza. Perciò, Gesù non promette vita senza prove, ma la croce che salva è la sua, non la nostra. A noi tocca solo di non fuggire, di non mettere avanti noi stessi, ma di rimanere dietro, con il coraggio e la fiducia di chi è pronto a scoprire il volto di un Dio diverso da quello che immaginiamo. Egli non invidia la nostra aspirazione alla felicità, anzi, la riempie di quella pienezza che da soli non possiamo darci.
Per imparare a distoglierci da noi stessi, non ci resta che volgere a Gesù il nostro sguardo.
Un Signore che non ha servi,
che entra nei palazzi dei potenti solo da prigioniero.
Tenerissimo con i più deboli, deciso con gli arroganti.
Incantato dai fiori del campo e dagli uccelli del cielo,
col passo rapido e leggero dei puledri d’Egitto.
Le mani abituate alla pialla da Giuseppe,
la veste, semplice e solenne, tessuta da Maria
La voce chiara e diretta, come il suono del flauto di ragazzi sulla piazza,
che ora invita a danzare festanti, ora canta lamenti e raccoglie lacrime.
Il cuore abitato dal volto del Padre e dal soffio dello Spirito,
la mente colma di compassione per tutti.
Con gli occhi sorridenti e pensosi di Dio.
Don Maurizio
