La prima domanda che oggi Gesù rivolge ai suoi discepoli è di carattere generale: «Chi dicono gli uomini che sia il Figlio dell’uomo?». Certamente si riferisce a se stesso, seppur in modo indiretto: è una specie di sondaggio socio-culturale. La risposta è altrettanto vaga: alcuni ti scambiano per un altro, tipo Giovanni Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti. Si fa, dunque, fatica a dire chi sia Gesù, da parte della gente, che lo incontra in modo saltuario. Questo è anche comprensibile, perché solo chi gli sta più vicino sa qualcosa in più di lui.
La seconda domanda, perciò, è diretta: «E voi, chi dite che io sia?», tradotta in modo un po’ lezioso, che in realtà significa: “Chi sono io per voi?”. Pietro dà una risposta esatta, da catechismo, e Gesù lo loda non per la sua intelligenza, rimandando ad una rivelazione del Padre. Su questo punto occorre soffermarci un attimo.
È giusto considerare la professione di fede di Pietro, e la successiva promessa di guidare la Chiesa, ma essa nascerà dal suo costato trafitto, e di questo Pietro non sa ancora nulla. Infatti, il suo entusiasmo sarà smorzato da Gesù, appena questi annuncerà la sua passione, poco dopo. Dunque, non si può trascurare l’unità letteraria del testo odierno di Matteo: è necessario tener conto anche del prosieguo, che ascolteremo domenica prossima.
A Gesù interessa far crescere, nei suoi amici, la disponibilità a scoprire chi stanno seguendo, chi è veramente colui di cui si fidano. E questo non può avvenire che facendo attenzione ad ogni passo fatto insieme a lui: non basta il fascino del Maestro che insegna e guarisce. Egli non chiede, infatti, soltanto chi sono secondo voi, o cosa pensate di me, ma che posto ho nel vostro cuore? E lo fa con l’umiltà di chi si espone, lasciando che altri dicano di lui, dicendo di se stessi.
Facciamo dunque attenzione alla forza rivelatrice della sua domanda: da ciò che si risponde, più che la definizione di chi è lui, emerge la posizione che abbiamo nei suoi confronti. A Gesù sta a cuore il coinvolgimento, la disposizione ad affidarsi, la relazione di amore. Per questo, ci sarà bisogno di tempo, e solo attraverso l’esperienza della sua morte e risurrezione i suoi discepoli potranno accedere, con la grazia della fede pasquale, alla sua piena identità. Allora la domanda rivolta a Pietro – insistente, per tre volte – riceverà il suo senso pieno: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene davvero?». La sua risposta, personale e decisiva, sarà finalmente: «Tu sai tutto, Signore! Tu sai che ti voglio bene!» (Gv 21,17).
Dall’esperienza di Pietro, impariamo che non basta sapere chi è Gesù, secondo il catechismo. È necessario attraversare l’impegnativo sentiero della fiducia, disseminato di prove e incertezze, per arrivare a professare il nostro amore per lui. Ciò sarà possibile solo quando avremo creduto al suo infinito amore per noi. La fede della Chiesa, senza amore, sarebbe vana.
Don Maurizio
