La metamorfosi di Gesù

Nel brano evangelico di oggi, Gesù porta con sé tre discepoli – Pietro, Giacomo e Giovanni –, per mostrare loro un anticipo della luce della risurrezione, perché non si perdano d’animo nei giorni della croce. Essi, infatti, saranno con lui nel Getsemani, ove la figura del Maestro comincerà ad assumere il profilo della passione. Sarano giorni in cui egli non udrà più la voce del Padre, che oggi si fa sentire con parole mirabili: «È questo il mio Figlio, l’amato, ascoltatelo!».

Gesù usa una pedagogia con i suoi amici, che lo seguono fidandosi, ma senza ancora aver chiara la mèta verso cui egli solo sa di arrivare. Da una parte, infatti, li protegge, e, dall’altra, affida loro un compito che dovranno ricordare: «Non dite a nessuno della visione, fino a quando il Figlio dell’uomo non sia stato risvegliato dai morti».

Siamo così posti dinanzi a due forme diverse, da non separare e da non confondere: la trasfigurazione del Risorto e la sfigurazione del Crocifisso.

L’episodio raccontato dal vangelo di Matteo ci offre lo spunto per riflettere su una esperienza che riguarda tutti: le trasformazioni che avvengono in varie circostanze della vita. La parola greca impiegata dal vangelo – metamorfosi – significa proprio cambiamento di forma, ovvero dell’aspetto esteriore con cui si configura ogni oggetto corporeo o fantastico, o una sua rappresentazione. Le cose e le persone cambiano, al punto che non sempre è facile distinguere se è davvero così o se siamo noi a cambiare modo di vederle.

I tre discepoli sono incantati, confusi e impauriti, non sanno bene che cosa sta capitando, sia sul monte dove brilla uno spiraglio di luce, sia nella notte della cattura e dell’abbandono. Eppure Gesù li tiene con sé, senza spiegare più di tanto. Questa è un’esperienza che possiamo riconoscere, quando, al cambiare delle forme, rimaniamo nel dubbio se sogniamo o siamo svegli. Ci sono momenti nella vita nei quali ci sentiamo spodestati della certezza di vedere bene e di comprendere.

Questa non è solo la prova cui siamo sottoposti come credenti, quando pensiamo di tenere fissa in testa un’idea di Dio, che sempre sfuggirà al nostro controllo e al possesso. È anche l’esperienza di quando fatichiamo a cogliere nei cambiamenti, nostri o degli altri – persino quelli sconvolgenti – la mano provvidente e amorosa del Signore, che mai ci abbandona.

La nuova forma che Gesù assume sul monte Tabor servirà a ritrovare fiducia nel momento dello smarrimento. Il ricordo del suo volto luminoso tornerà a splendere oltre l’oscurità del sepolcro. All’evento della sua morte e risurrezione, i discepoli di Gesù sempre dovranno tornare, imparando a cercare la forma di Dio dove è più sfigurato: nei deboli, nei poveri, nei sofferenti. Perché solo in quei volti avverrà la metamorfosi del mondo, quella che solo Dio è capace di compiere: dal dolore alla gioia, dalla morte alla vita.

Don Maurizio

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