Celebrare la solennità del Corpo e del Sangue di Cristo significa riflettere sulla straordinaria novità con cui Gesù ha deciso di rimanere con noi, nel mondo, fino alla fine del tempo, una volta che se n’è tornato in cielo, dal Padre che lo ha mandato. Ai suoi discepoli, riuniti a cena con Lui per l’ultima volta, ha affidato il compito di fare questo in sua memoria: Egli sarà sempre presente allo spezzare il pane e bere il vino, in ricordo della sua morte e risurrezione.
Si è trattato di un gesto di estrema creatività, se consideriamo almeno due cose. La prima. Era l’ultima volta che tutti stavano insieme a mensa. I discepoli non avrebbero potuto ricordarlo sulla croce: quasi tutti erano fuggiti via. Perciò, Gesù ha voluto essere ricordato in un momento di festa, come anticipo del banchetto finale nel regno di Dio, nell’eternità beata, offrendo così a tutti il segno della piena comunione con Dio e tra noi.
Seconda cosa. Gesù ha rovesciato una prassi comune alle religioni. Non sono più i fedeli ad offrire cibo alla divinità, ma è Dio stesso che si dà in cibo a noi. Le religioni, in genere, si sono preoccupate di presentare vivande alle loro divinità, considerandole simili a sé. Sacrificare agli dèi, in effetti, significa principalmente dar loro da mangiare, perché il cibo è dono divino che dev’essere in certo senso restituito. In tal modo, gli dèi assomigliano agli uomini, ma a partire dagli uomini stessi.
Da ciò seguono anche regole alimentari, che stabiliscono cibi leciti e altri proibiti. Non solo per Israele vale questa prassi, ma anche per l’Induismo, il Buddismo, l’Islam. Per i cristiani, invece, non ci sono limitazioni nei riguardi dell’alimentazione. Abbiamo imparato questa libertà proprio grazie alla parola di Gesù: «non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo» (Mc 7,15).
Ma c’è di più, proprio nel vangelo di oggi: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, e io in lui», dice Gesù, e con ciò stabilisce il vincolo della comunione, anche tra noi, nel suo amore. Se c’è una cosa che il Signore chiede è di ricevere il dono di se stesso: non vuole avere qualcosa da noi, ma che noi riceviamo ciò che lui offre, tutta la sua vita per noi. «L’uomo è ciò che mangia», diceva il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, riducendo l’umano ad un radicale materialismo. Paradossalmente aveva ragione: coloro che si nutrono del Corpo e del Sangue del Signore diventano parte di lui, del suo corpo che è la Chiesa. Rendiamo dunque grazie per il regalo più grande, con le parole di san Tommaso d’Aquino: «Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli».
Don Maurizio
