28 dicembre: Domenica della Santa Fammiglia di Gesù
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 2,13-15.19-23
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

La festa della santa Famiglia di Nazaret ci invita a ricomporre la scena del presepe, che abbiamo contemplato nei giorni scorsi. Adesso è in movimento, anzi in fuga verso una terra straniera, a causa della minaccia di Erode. Una famiglia singolare e normale al tempo stesso, quella di Nazaret, in cui riconosciamo i tratti delle nostre, specialmente quando attraversano le difficoltà. Singolare ed unica, perché abitata dal Figlio di Dio; normale, perché vive il travaglio della vita da custodire e proteggere quando è in pericolo.
Maria e Giuseppe sono necessari, non semplici comparse vicine al protagonista. Il Figlio di Dio è piccolo, ha bisogno di cure, a loro è affidato perché possa “crescere in età, sapienza e grazia”. Merita riflettere attentamente sulle vicende trasmesse dai pochi racconti dell’infanzia di Gesù, che non sono invenzioni degli evangelisti, ma preziose tracce della testimonianza di Maria. Non li avremmo ricevuti altrimenti, checché ne pensino gli studiosi. Quella di Gesù non è una favola piovuta dal cielo: è l’avventura della carne di Dio, del suo Figlio veramente uomo, in tutto come noi “eccetto il peccato”.
Il Signore ha voluto imparare come gli esseri umani piangono, hanno fame, hanno paura, hanno bisogno di protezione, soffrono, lavorano, pregano, amano. A Giuseppe tocca il compito di stare vicino a Maria e a Gesù, di “prendere con sé il bambino e sua madre” nel momento del pericolo, e di portarli lontano da chi teme di perdere il potere. Questa vicenda ci fa percepire cosa significhi davvero incarnarsi per il Dio per noi fin troppo invisibile. Adesso non ci sono più scuse: non ci è più permesso di immaginare un Dio lontano, distratto, impassibile, forse solo frutto delle nostre paure, che sentiamo irraggiungibile, persino disinteressato delle cose umane, specialmente di quelle più dolorose che ci affliggono.
Dio è con noi, è l’Emmanuele; non vuole stare lontano, e per mostrarcelo ha scelto la via delle esperienze comuni, quella di un bambino indifeso, di un ragazzo che impara un mestiere, di un giovane coraggioso e generoso che offre la vita per gli altri. Potrà apparirci fin troppo umana, ma questa è la storia che raccontano i vangeli, con il suo sorprendente epilogo della morte e risurrezione, dal quale nasce la fede della Chiesa.
Paolo VI, nel suo viaggio in Terra santa nel 1964, così dipingeva il quadro della santa famiglia di Nazaret, che dà coraggio alle nostre: «La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo».
21 dicembre: IV Domenica di Avvento
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 1,18-24
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Oggi, il vangelo di Matteo ci presenta quella che potremmo chiamare “annunciazione a Giuseppe”, il promesso sposo di Maria, che probabilmente ha già saputo dalla sua fidanzata che è in attesa di un figlio. Possiamo immaginare cosa sarà passato nella mente e nel cuore di un giovane innamorato, prossimo al matrimonio. Lo sconvolgimento del progetto comune, nella luce della fede, affidati insieme al Signore che li ha chiamati all’amore. Com’è possibile che Maria sia incinta se entrambi hanno aspettato di sposarsi? Che cosa è successo alla sua amata? La fiducia è crollata in un attimo; non sanno più cosa fare; forse è meglio andare ognuno per la propria strada.
Scrive l’evangelista: «Aveva già in cuore questi pensieri, quand’ecco un angelo del Signore gli si manifestò in sogno». Non sono le parole di Maria a rassicurare Giuseppe: ci pensa il Signore, con la delicatezza di chi sa entrare nel cuore e nella mente, in uno dei rari momenti in cui Giuseppe riesce a dormire: «Giuseppe, figlio di Davide, non aver paura di prendere con te Maria, tua sposa». Non c’è un altro uomo che ti ha preso il posto, stai tranquillo, è lo Spirito santo che dona a voi due una nuova vita: accoglierete e custodirete la vita senza fine. Gesù, il Figlio di Dio, sarà figlio vostro.
Il sogno dei due giovani innamorati non è distrutto; il Signore ne costruisce un altro, più grande, inatteso, inimmaginabile. Quel Dio in cui credono non li ha traditi, con loro vuol assumere il volto di bambino, di giovane, di vero uomo. Solo così anche noi impareremo che Dio ha bisogno dell’umanità, non vuol farne a meno. Solo così Maria e Giuseppe sapranno che Dio vuol farsi nutrire, farsi prendere per mano e crescere insieme a noi. Il mistero li supera, ci oltrepassa tutti, ma non da fuori: dentro questa storia d’amore infinito che ci avvolge, oggi e per sempre.
Ascoltiamo le parole ispirate di Sartre, il filosofo non credente, incantato dal mistero della Vergine pallida, nella notte di Natale del 1944, tra i prigionieri di guerra, che gli chiesero di parlare del Natale. Egli così immaginava Maria e poi Giuseppe: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia. […] E Giuseppe? Giuseppe, non lo dipingerei. Non mostrerei che un’ombra in fondo al pagliaio e due occhi brillanti. Poiché non so cosa dire di Giuseppe e Giuseppe non sa che dire di se stesso. Adora ed è felice di adorare e si sente un po’ in esilio. Credo che soffra senza confessarselo. Soffre perché vede quanto la donna che ama assomigli a Dio, quanto già sia vicino a Dio. Poiché Dio è scoppiato come una bomba nell’intimità di questa famiglia. Giuseppe e Maria sono separati per sempre da questo incendio di luce. E tutta la vita di Giuseppe, immagino, sarà per imparare ad accettare».
14 dicembre: III Domenica di Avvento
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 11,2-11
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Potrebbe giustamente meravigliarci la domanda che i discepoli di Giovanni Battista, ormai in prigione, rivolgono a Gesù: «Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare qualcun altro?». Essi hanno sentito delle opere che egli ha compiuto, ma resta una incertezza, probabilmente dovuta al momento di crisi che Giovanni sta attraversando. Nonostante il Battista abbia incontrato Gesù sulle rive del Giordano, e lo abbia riconosciuto come l’inviato da Dio tanto atteso, adesso i dubbi lo assalgono: teme di aver fallito la propria missione di precursore, sperimenta tutta la propria fragilità, non sa cosa pensare. Tra non molto la sua testa cadrà, per la crudeltà della madre di Salomè; tutto il suo impegno per annunciare il Messia sembra vanificato; ha bisogno di essere rassicurato.
L’esperienza di Giovanni il Battezzatore assomiglia anche alla nostra, di credenti messi alla prova nei momenti di oscurità. Per quanto nutriamo fiducia in Gesù, talvolta non veniamo risparmiati dal dubbio. Ed è qui che il Signore risponde indicando dei segni: «Andate ad annunciare a Giovanni ciò che udite e vedete».
L’accoglienza e la cura degli ammalati, colpiti dalle più diverse infermità, e l’annuncio del Vangelo ai poveri: questi sono i segni della presenza salvifica di Gesù in mezzo a noi, che oggi agisce attraverso coloro che si fanno prossimi ai più deboli. Nel momento in cui dubitiamo della presenza del Signore, egli ci invita a guardare a ciò che di buono avviene intorno a noi, per mezzo delle fragili mani dei suoi discepoli, di quella Chiesa che non fa rumore, e di quella umanità che quotidianamente opera nella giustizia e nell’amore.
Il Battista, agli occhi di Gesù, rappresenta tutti coloro che attendono e preparano la sua strada, anzi, a lui che è la via, la verità, la vita. Egli ne tesse l’elogio – «fra i nati da donna non è mai sorto nessuno più grande di Giovanni il Battezzatore, ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» – per dire che è grande chi si fa da parte per lasciare spazio ai piccoli.
Quando ci assalgono i dubbi, e siamo tentati dallo scoraggiamento, dal pensiero del fallimento, guardiamo a tutto il bene che silenziosamente ci circonda: nascerà così nel cuore un’intima gioia, la consolazione di sapere che il Signore non ci abbandona mai. Non c’è da aspettare qualche altro salvatore: colui che è venuto non se n’è andato, è rimasto con noi nell’eucaristia e nei poveri. Come ha scritto papa Leone nella sua prima esortazione apostolica: «Quel Gesù che dice: “I poveri li avete sempre con voi” (Mt 26,11) esprime il medesimo significato quando promette ai discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20)» (Dilexi te 5).
30 novembre: I Domenica di Avvento (anno A)
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 24,37-44
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Il tono minaccioso di una inattesa e improvvisa catastrofe, usato da Gesù per annunciare il suo ritorno, può spaventarci. Le tre situazioni che egli paragona a questo evento ultimo della storia non sono certo incoraggianti: il diluvio che colpì l’umanità nei giorni di Noè; un uomo e una donna presi mentre sono al lavoro; il ladro che viene di notte. Perché Gesù ci parla della sua definitiva venuta, del giorno del giudizio in modo così drammatico e pauroso? Non è egli forse il Signore misericordioso, che pazienta nell’attendere, e non vuol perdere nessuno di quelli che il Padre gli ha dato?
Queste parole di Gesù ci invitano a riflettere sulle situazioni imprevedibili, a cominciare da quella della propria fine personale, o di chi abbiamo caro, prima ancora che della fine del mondo. In verità, egli ci raccomanda di spostare lo sguardo: piuttosto che concentrarci su ciò che può accadere di tragico, dobbiamo volgerci al suo venirci incontro. Se guardiamo alla fine della vita come ad un evento distruttivo, ne usciamo di sicuro smarriti e scoraggiati. Se invece crediamo all’abbraccio del Signore, allora si accende la speranza: non andremo incontro al nulla, ma a colui che ci ama. Qui sta la differenza fondamentale tra il pensiero alla morte come fine e l’orizzonte di luce acceso dalla risurrezione del Signore.
Il tempo di Avvento comincia così, allungando lo sguardo verso la sua ultima venuta, che riguarda tutti a cominciare da quella di ciascuno. Il Signore Gesù viene qui ed ora, nel presente che viviamo, con tutte le nostre difficoltà e incertezze. Non servirebbe a molto temere il futuro senza curarci del presente, dove l’amore nutre la vita, strappa dalla solitudine, crea legami che nulla potrà spezzare.
La preparazione al santo Natale del Signore offre a tutti – anche a coloro che non hanno il dono della fede – un orizzonte di speranza, perché nessuno viva l’oggi temendo che il domani sarà peggiore. La tentazione di volgersi indietro, con la nostalgia di un paradiso perduto, o quella di guardare al domani, con l’incubo delle catastrofi, si affaccia sempre alla nostra porta. Il rischio è di chiudersi in una immobile solitudine, dove non c’è più spazio per gli altri, né per la gioia che ogni piccolo atto d’amore porta con sé, come anticipo della pienezza.
Ecco allora la proposta della fede, che si rinnova in questo tempo di attesa del Natale: la piccola storia personale di ciascuno di noi è il luogo in cui rinascere, è lo spazio che il Signore può abitare, dove la cura per i fratelli e le sorelle più deboli dà sapore alla vita. Se crediamo al suo amore indiscutibile, le parole finali di Gesù non potranno suonare come una minaccia, ma come un invito all’impegno lieto e generoso: «Perciò anche voi siate pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non vi aspettate».
23 novembre: Gesù Cristo Re dell’Universo
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 23,35-43
In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Il regno di Dio è il tema centrale dell’annuncio di Gesù, ma non è stato chiaro cosa intendesse fino al momento culminante della sua vita. Persino il titolo posto da Pilato sulla croce lo ha frainteso: il re dei Giudei. Ma proprio da quel trono, dove Gesù non ha più alcun potere né su gli altri né su se stesso, si rivela la vera signoria di Dio, che consiste nell’offrire la propria vita fino in fondo, solo per amore.
Per comprendere le parole di Gesù occorre guardare ai fatti: il Signore è venuto per servire, non per spadroneggiare; per innalzare gli umili e rovesciare i potenti dai loro troni. La sua onnipotenza è l’amore, il perdono, la misericordia, non l’annientamento dei nemici. Tutto questo diventa chiaro nell’ora della sua sconfitta, in mezzo a due ladroni, abbandonato da quasi tutti gli amici. Da questo momento in poi, non sarà più possibile immaginare un Dio lontano dai nostri dolori, disinteressato delle sofferenze nelle quali sembra abbandonarci. La fede cristiana riconoscerà nella pasqua di Gesù, crocifisso e risorto dai morti, il volto amoroso di Dio, Signore e salvatore, vicino a tutti i sofferenti della storia. La tentazione da cui fuggire sarà sempre quella di giudicarlo assente e impassibile, oppure di considerarlo sovrano e giudice spietato.
L’evangelista Luca ha conservato e ci ha trasmesso il prezioso dialogo tra i tre crocifissi. In quelle parole risuonano anche i nostri pensieri: a volte, quando reagiamo con rabbia al dolore: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!»; a volte, quando troviamo rifugio e fiducia nella sua compagnia: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Quando non sappiamo trovare ragioni e vie d’uscita dalla sofferenza, nel nostro cuore si mescolano scoraggiamento e speranza; temiamo la solitudine e l’abbandono, ma è proprio in questi momenti che Gesù ci ascolta, in silenzio, ci guarda, si commuove con noi, e ci promette: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
Certamente, facciamo fatica a credere a questa promessa; ci dibattiamo nel chiaroscuro della fede, avvolti nell’oscurità del dolore, che toglie forze e lascia senza parole. Eppure proprio qui Gesù ha voluto nascondere la sua potenza, rinunciando ad evitare persino la morte, perché dentro l’abisso egli ha acceso la luce della speranza nella risurrezione.
Proviamo ad avvicinarci a Gesù crocifisso e risorto, alla sua finestra che sporge sull’eternità, dove entreremo con lui e con le persone amate. Con una bella immagine, papa Leone così invitava i giovani al loro Giubileo, il 3 agosto scorso: «Facciamoci uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio. Ci troveremo di fronte a Lui, che ci aspetta, anzi che bussa gentilmente al vetro della nostra anima (cfr Ap 3,20)».
16 novembre: XXX Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 21,5-19
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Nelle ultime domeniche dell’anno liturgico, le parole di Gesù si volgono al futuro ultimo della storia, con toni a prima vista minacciosi. In realtà, la storia è sempre stata disseminata di terremoti, carestie, pestilenze e fatti terrificanti, al punto da far temere la sua fine. Eppure lo sguardo di Gesù è colmo di speranza, e ci infonde fiducia: «Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto». Ai suoi amici, il Signore promette salvezza, proprio dentro il mare turbolento della storia: ci chiede solo la pazienza e la perseveranza, senza lasciarci scoraggiare da tutto ciò che di triste accade intorno e persino dentro di noi.
La tentazione di cercare scorciatoie, ripari, soluzioni abbreviate è propriamente umana. In mezzo alle difficoltà, cerchiamo giustamente una via d’uscita, magari riponendo fiducia in chi fa promesse a buon mercato. Invece, Gesù ci invita alla cautela e alla prudenza: «Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro!». Ciò significa diffidare di improbabili salvatori umani che offrono illusioni: chi ci salva è Gesù, il Signore che sale sulla croce, scende nell’abisso della morte e risorge. In tal modo, egli è vicino a tutti i sofferenti, e soprattutto agli scartati e agli emarginati che non hanno protezione.
Oggi, i poveri celebrano il loro Giubileo, nella IX Giornata mondiale dei poveri, in occasione della quale papa Leone ha inviato un messaggio che fa riflettere, e soprattutto ci invita ad impegnarci per la giustizia e la carità.
«Il povero può diventare testimone di una speranza forte e affidabile, proprio perché professata in una condizione di vita precaria, fatta di privazioni, fragilità ed emarginazione. Egli non conta sulle sicurezze del potere e dell’avere; al contrario, le subisce e spesso ne è vittima. La sua speranza può riposare solo altrove. Riconoscendo che Dio è la nostra prima e unica speranza, anche noi compiamo il passaggio tra le speranze effimere e la speranza duratura. […]
I poveri non sono oggetti della nostra pastorale, ma soggetti creativi che provocano a trovare sempre nuove forme per vivere oggi il Vangelo. […] Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità. Come osserva Sant’Agostino: “Tu dai del pane a chi ha fame, ma sarebbe meglio che nessuno avesse fame, anche se in tal modo non si avrebbe nessuno cui dare. Tu offri dei vestiti a chi è nudo, ma quanto sarebbe meglio se tutti avessero i vestiti e non ci fosse questa indigenza”».
Anche i piccoli segni che qui in San Sepolcro ci sforziamo di offrire ai nostri amici poveri – il pasto mensile insieme in chiesa, i vestiti, una piccola offerta settimanale – diventino per tutti noi un’occasione di incontro con i volti, le storie e la vita delle persone, per imparare a non giudicare, e ad accogliere con semplice amore evangelico i nostri fratelli e sorelle nei quali Gesù si rende presente.
9 novembre: Dedicazione della Basilica Lateranense
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 2,13-22
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Più volte distrutta durante il corso dei secoli, la basilica di San Giovanni in Laterano, edificata nel IV secolo da Papa Silvestro I, fu sempre ricostruita, e l’ultima sua riconsacrazione avvenne nel 1724. In quell’occasione venne stabilita ed estesa a tutta la cristianità la festa che oggi celebriamo. La Chiesa sceglie di proclamare il brano della “purificazione del tempio” da parte di Gesù, nella redazione del quarto vangelo, per mostrare il rapporto che c’è tra gli edifici sacri e la persona del Figlio di Dio, morto e risorto, presente in mezzo a noi.
Il luogo autentico dell’incontro con Dio è il suo corpo donato e il suo sangue versato sulla croce per amore, presente nell’eucaristia. Questo è il cuore pulsante della nostra fede, dal quale viene la salvezza. Gesù è l’unico Signore e Salvatore di tutti. Per riconoscere questa verità indiscutibile, i discepoli del Signore dovranno fare un cammino lento e faticoso, attraverso il dubbio e l’incertezza, il tradimento e l’abbandono.
L’episodio della cacciata dei venditori dal tempio, con l’annuncio della sua tragica fine – «Distruggete questo tempio, e io in tre giorni lo faccio risorgere!» – deve aver davvero impressionato i discepoli, la gente e soprattutto le autorità religiose d’Israele, se tutti i vangeli lo narrano, al punto che diventerà un importante capo d’accusa nel processo che condannerà a morte Gesù. Il quarto evangelista ne dà persino un’interpretazione diversa, possibile solo dopo la Pasqua: «Ma lui intendeva dire del tempio del suo corpo. Una volta risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono: proprio questo intendeva dire».
In questa luce, la nostra attenzione si sposta dal gesto provocatorio verso il commercio intorno al culto ebraico, al quale Gesù non è molto interessato, tanto che la legge di Mosè lo prevedeva. “La casa del Padre suo” non sono le mura dello spazio sacro, ma la sua persona, perciò la Chiesa sarà un tempio spirituale aperto a tutti, edificato con le pietre vive dei credenti, sulla pietra d’angolo scartata dai costruttori.
Come vediamo dai vangeli, Gesù preferisce comunicare più con i segni che con le parole: essi incidono profondamente, lasciano traccia; le parole, invece, possono essere equivocate. Il grande segno che egli ci ha donato è la sua passione, morte e risurrezione, sul quale c’è poco da discutere: lui è il Signore che dona la vita per amore, il resto è tutto secondario.
Per questa ragione, i cristiani celebrano la sua Pasqua con l’eucaristia. Ogni domenica ci riuniamo in una chiesa, ma le pietre vive siamo noi, le membra del suo corpo unite al capo. Dunque, la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense, sede del successore di Pietro, non è altro che il richiamo alla permanente alla cura che dobbiamo avere del luogo sacro in cui siamo adunati, perché esso indica anzitutto la porta aperta di uno spazio accogliente per tutti i deboli assetati d’amore.
1 novembre: Tutti i Santi
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Oggi, la solennità di Tutti i santi ci invita ad alzare lo sguardo al cielo, e ringraziare il Signore per il dono di una moltitudine immensa di fratelli e sorelle che hanno creduto, sperato e amato, nel nome di Gesù, senza risparmio. Perciò essi sono nella pienezza della vita e della gioia: sono beati, come ci ha ricordato il vangelo.
Potremmo scoraggiarci al pensiero che queste persone sono diventate “perfette”, ma dimenticheremmo che la santità è stata prima di tutto opera della grazia di Dio, del suo amore che le ha attratte e condotte, non senza le resistenze e le cadute che avvengono per tutti noi. Ci porterebbe fuori strada l’idea che i santi sono stati supereroi: il segreto che li accomuna è l’umiltà, la piccolezza che, come per Maria, ha permesso al Signore di fare cose grandi. Questo ci dà fiducia, c’è per tutti la chiamata a diventare migliori, a lasciarci plasmare dall’amore insistente di Gesù, che ci vuole felici. Certo, la pienezza della gioia è rimandata più avanti, quando il cammino sarà compiuto, ma intanto possiamo sperimentarla col perdono.
Lasciarci rialzare dopo aver inciampato riempie il cuore di gioia, ci fa sentire amati sempre e comunque, nonostante e persino attraverso la debolezza.
Purtroppo ci sono due idee sbagliate che circondano il tema della santità. Una è quella che ci fa ritenere dei privilegiati alcuni, come se fossero dei predestinati, dei genii innati, ai quali è costato poco fare le cose più difficili. L’altra, all’opposto, è quella di pensare che l’impegno sovrumano ha ottenuto i risultati impossibili per chi ha meno risorse, e fa più fatica anche nei piccoli miglioramenti.
Se fosse così, nell’uno e nell’altro caso, la maggioranza dell’umanità sarebbe tagliata fuori. In verità, non è così: tutti siamo chiamati alla santità. Se leggiamo le vite dei santi, ci accorgiamo di quante prove i santi hanno dovuto sostenere, soprattutto nella vita quotidiana. Per questo, Gesù, nelle beatitudini di oggi, ci incoraggia, in due direzioni. La prima vale per tutti i sofferenti: poveri, piangenti, affamati, perseguitati – quattro categorie di persone che sono la gran parte dell’umanità. Poi, le altre quattro categorie, che si prendono cura degli altri: miti, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace. Anche questi sono una moltitudine immensa, silenziosa, nascosta, che non fa rumore. Forse tra noi ci sono più santi di quanti immaginiamo.
La festa di oggi ci infonde speranza e fiducia: il Signore Gesù è vicino a chi soffre – e sono tanti nel mondo –, e dà forza e coraggio a tanti altri che si prendono cura dei fratelli e delle sorelle più deboli. Ci rivolgiamo ai santi, che sono nostri modelli e intercessori – come ci ha insegnato il concilio Vaticano II – per domandare a questi fratelli e sorelle che hanno lasciato dietro di sé un sovrappiù di amore di sostenerci nel cammino incidentato che ci è posto dinanzi. Ci protegga la Vergine santa, madre di tutti i santi.
26 ottobre: XXX Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 18,9-14
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

La parabola di oggi risulta fin troppo chiara. La valutazione che Gesù dà di chi pensa di essere giusto e disprezza gli altri ci trova evidentemente d’accordo, forse perché ci sentiamo distanti da entrambi i personaggi. Non vorremmo mai essere dalla parte del fariseo, e forse neppure da quella del pubblicano. Il primo presume troppo di sé, non gli basta di mostrare la propria giustizia di fronte a Dio, ma si permette anche di giudicare l’altro. Il secondo fa un mestiere disonorevole – esattore delle tasse per conto dell’oppressore romano –, e fa bene a chiedere perdono.
Ciò che fa la differenza è l’atteggiamento del cuore, dal quale nasce la preghiera: lunga e ostentata del fariseo, breve ed essenziale del pubblicano; l’uno in piedi, rivolto a sé stesso; l’altro distante e pentito, di fronte a Dio.
A Gesù qui non pare interessare tanto ciò che ciascuno ha fatto della propria vita – l’osservanza compiaciuta della Legge, l’ingiustizia consapevole –, ma come ci si presenta al Signore, e quale responsabilità ne segue. Nel caso del fariseo c’è la convinzione di essere a posto per aver tenuto fede ai precetti; egli crede che questo è ciò che Dio si aspetta da tutti, e si sente autorizzato a giudicare chi non lo fa. Nel caso del pubblicano, nessuna giustificazione di sé – «O Dio, sii buono con me, che sono un peccatore!» –, che potrebbe anche suscitare l’impressione di una facile autocommiserazione.
La conclusione di Gesù fa pensare ad un cambiamento nella vita del pubblicano – «quest’ultimo scese a casa sua nella condizione di giusto, a differenza dell’altro» –, come se dal suo pentimento fossero nate delle conseguenze decisive. Forse è proprio questa la domanda che la parabola rivolge anche a noi: che cosa deriva dalla nostra preghiera? È solo una autorappresentazione, sia essa compiaciuta o penitente, che ci lascia senza la responsabilità di un effettivo cambiamento? O non è piuttosto la presa di coscienza di come siamo, da cui sgorga il desiderio di corrispondere al Signore e agli altri con rinnovato amore?
La preghiera autentica muove alla conversione anche il cuore pieno di sé; sposta perfino lo sguardo compiaciuto per il bene fatto a Colui che ne è la sorgente; si accorge dell’altro, distante e umiliato, per rialzarsi insieme e riprendere il cammino. Chi si pone di fronte al Signore con sincerità, consapevole delle proprie mancanze, mentre chiede scusa, prende la decisione di cambiare strada, convinto che con la grazia del Signore può farcela.
Il brano evangelico di oggi vale per tutti noi: ci invita a non esaltarci, e a non umiliare gli altri; come pure a non scoraggiarci, e a riprendere con fiducia il cammino, certi che per Gesù non c’è debolezza dalla quale egli non possa risollevarci.
19 ottobre: XXIX Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 18,1-8
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

La parabola del giudice ingiusto, resistente nei confronti della vedova disperata, serve per incoraggiare i discepoli di Gesù nel pregare il Padre insistentemente, senza stancarsi, con la fiducia di essere ascoltati. Eppure ciascuno di noi sa bene che essere ascoltati non vuol dire necessariamente venir esauditi. Ma ciò che conta, per Gesù, è la fiducia, anzi, la domanda finale è ancora più esplicita: «il Figlio dell’uomo, alla sua venuta, troverà la fede sulla terra?». Allora, ci chiediamo: qual è il legame tra la fede e la preghiera?
Se credere significa nutrire la ferma convinzione che il Signore ci vuol bene, pregare vuol dire affidarci come figli al Padre, certi che lui saprà cosa è meglio per noi. Prima di insegnare ai discepoli il “Padre nostro”, Gesù lo ha detto chiaramente: «il Padre vostro infatti sa bene di che cosa avete bisogno ancor prima che gli facciate una richiesta» (Mt 6,8).
D’altra parte, non sempre un genitore esaudisce le richieste dei figli, ma non per questo si mette in discussione la certezza di essere amati. Tuttavia, a differenza di quanto avviene nelle relazioni familiari, la preghiera cristiana ha accenti diversi, che vanno dalla supplica al ringraziamento, dal lamento alla lode. Gesù stesso ha pregato così.
Al Signore possiamo manifestare quanto di più intimo si agita nel nostro cuore, senza la pretesa di avere subito una risposta. Questo avviene grazie al dono della fede, che dispone l’animo ad accogliere un bene non immediatamente riconoscibile. In verità, non si tratta di convincere il Signore a darci ciò che chiediamo, come se fosse questione di trovare il modo giusto per ottenere.
Gesù ci raccomanda tre cose: «Chiedete e vi sarà dato. Cercate e troverete. Bussate e vi sarà aperto» (Mt 7,7). Cosa chiedere, se non un cuore pieno di amore, aperto all’accoglienza? Dove cercare, se non vicino a noi, in mezzo alle persone più deboli? A quale porta bussare, se non al cuore sempre aperto del Signore, al quale non sfugge nulla di noi?
Quando seguiamo queste indicazioni, ci accorgiamo che si genera in noi un processo di azione che supera la passività: non ci aspetteremo più che cada dall’alto quanto domandiamo, ma diventeremo parte attiva di un processo di amore, che passa dal Signore a noi, e raggiunge gli altri. Questa è la forza che viene dalla preghiera comunitaria: «se due tra di voi si metteranno d’accordo su una qualsiasi cosa per farne richiesta, sarà concessa loro da parte del Padre mio. Dove due o tre, infatti, sono radunati nel mio nome, io sono là, in mezzo a loro» (Mt 18,19-20).
In questo momento doloroso, in cui non c’è pace nel mondo, non c’è pace nella terra di Gesù, salga a Dio la nostra preghiera insistente, perché egli tocchi il cuore almeno dei popoli, anche quando i potenti restano sordi al loro grido.
12 ottobre: XXVIII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 17,11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Nell’episodio evangelico di oggi, Gesù guarisce dieci lebbrosi, ma uno solo torna indietro a ringraziarlo. Gli altri nove obbediscono al suo comando: vanno a presentarsi ai sacerdoti, ma non ascoltano la loro coscienza di risanati. Prendono il dono e dimenticano chi glielo ha fatto. Gesù li ha inviati dai sacerdoti, per essere riammessi da quella religione che li ha esclusi, perché la malattia è segno del peccato. Ora, finalmente Dio li può accogliere come figli del suo popolo.
Questa scena ci interroga sul modo di rappresentarci il Signore. È colui che giudica e scarta i malati-peccatori, o colui che accoglie, purifica e merita riconoscenza? Probabilmente il samaritano, che torna ai piedi di Gesù per ringraziarlo, ha un motivo in più per temere i sacerdoti: è tre volte escluso, perché malato, peccatore e samaritano. Ma la domanda di Gesù riguarda tutti i risanati: “E gli altri nove dove sono?”. Siamo di fronte ad un amore che oltrepassa tutti i confini, abbatte i muri e ridona vita, aldilà di ogni merito.
Giovedì scorso, papa Leone ha pubblicato il suo primo documento magisteriale, l’esortazione Dilexit te – purtroppo poco considerata dai media. Merita che la leggiamo: tratta dell’amore verso i poveri. Così scrive il papa: «Non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione: il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei poveri Egli ha ancora qualcosa da dirci» (n. 5).
Guardare ai poveri e ai sofferenti, oggi, significa ascoltare il loro grido, che sale da ogni parte della terra. Tra i pregiudizi persistenti, c’è ancora quello di chi ragiona solo in termini di meritocrazia: chi prospera lo merita, chi è povero e sta male è per colpa sua. «I poveri non ci sono per caso o per un cieco e amaro destino. Tanto meno la povertà, per la maggior parte di costoro, è una scelta. Eppure, c’è ancora qualcuno che osa affermarlo, mostrando cecità e crudeltà» (n. 14). In queste espressioni risuona l’eco della teologia della prosperità, cara a certi ambienti neocalvinisti nordamericani. Papa Leone non lo scrive, ma si capisce dal senso.
Poi il papa si chiede: «Tante volte mi domando perché, pur essendoci tale chiarezza nelle Sacre Scritture a proposito dei poveri, molti continuano a pensare di poter escludere i poveri dalle loro attenzioni» (n. 23). In verità, la missione ecclesiale verso e con i più deboli e scartati ha un chiaro fondamento evangelico: «i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo» (n. 110). «La Chiesa, quindi, quando si china a prendersi cura dei poveri, assume la sua postura più elevata» (n. 79).
5 ottobre: XXVII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 17, 5-10
In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Oggi il Vangelo ci mette davanti a due parole che, a prima vista, sembrano non avere molto in comune: la fede, che può sradicare un gelso, e il servo, che si riconosce per ciò che è: uno che ha fatto soltanto il proprio dovere. In realtà, queste due immagini sono due volti della stessa realtà: la fede vera.
Gli apostoli chiedono a Gesù: “Aumenta la nostra fede!”. È una preghiera che nasce anche dal nostro cuore. Quante volte, davanti alle difficoltà, ai fallimenti, alla fatica di amare, abbiamo detto anche noi: “Signore, dammi più fede!”. Gesù, però, non promette di aumentarla, come se si trattasse di una quantità da moltiplicare. Risponde con un paradosso: basta una fede grande come un granello di senape – minuscola, quasi invisibile – per compiere cose impossibili. Gesù non ci chiede una fede spettacolare, ma una fiducia autentica, che si abbandona a Dio anche quando non capisce tutto, anche quando non vede i risultati. La fede non è questione di forza, ma di fiducia. Non nasce dal calcolo, ma dall’amore.
Poi il Vangelo ci parla del servo che, dopo aver lavorato, non pretende un premio, ma semplicemente dice: “Quello che dovevamo fare, l’abbiamo fatto”. È una parola dura, ma liberante. Gesù ci ricorda che la vera fede si riconosce nel servizio, nella fedeltà quotidiana, nelle cose piccole fatte con amore e senza aspettarsi applausi. Essere “semplici servi” non vuol dire sentirsi senza valore, ma riconoscere che tutto – anche il bene che facciamo – è grazia. È il Signore che ci dà la forza di servire, di amare, di perseverare.
E allora, forse oggi Gesù ci invita a cambiare prospettiva: non chiedere una fede più grande, ma una fede più vera; non cercare segni straordinari, ma vivere con amore il quotidiano; non misurare il valore del nostro servizio dai risultati, ma dalla gratuità del cuore. Se ogni gesto, ogni parola, ogni attenzione verso l’altro nasce da questa fiducia umile in Dio, anche noi, come quel piccolo granello di senape, potremo smuovere alberi, montagne, e cuori. Perché il primo ostacolo ad essere rimosso è il nostro io, consegnato alle mani sapienti del Signore, che ci tratta come amici, e non più servi.
21 settembre: XXV Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 16,1-13
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Il brano evangelico di oggi ci invita a riflettere sul nostro rapporto con i beni terreni, alla luce dell’insegnamento di Gesù. Ci sono beni che non ci appartengono, perché affidati a noi da altri, e beni di nostra proprietà. Dei primi, come dei secondi, possiamo disporre in modi diversi: da persone libere o da schiavi.
L’amministratore disonesto viene lodato da Gesù per la sua scaltrezza: nel momento in cui si trova in difficoltà, perché perde il lavoro, egli ricorre all’inganno, froda, imbroglia il suo padrone. Non è certo questo l’esempio da seguire, ma la prontezza nel trovare una soluzione conveniente. È un invito alla saggezza per chiunque di noi si trovi in una situazione simile. Siamo capaci di cercare soluzioni opportune nei momenti critici?
Le parole che seguono fanno luce su questa prospettiva: «fatevi degli amici con la ricchezza disonesta», ovvero utilizzate le cose materiali per fare il bene. Non si tratta di disprezzare il denaro in quanto tale, ma di servirsene opportunamente, così come di tutto ciò che è a nostra disposizione.
Il tema è dunque quello della libertà: se si è attaccati alle cose, ne diventeremo schiavi; se ce ne serviamo per gli altri, saremo liberi, perché: «Non potete servire Dio e la ricchezza».
Può sorprendere che Gesù metta sullo stesso piano del padrone Dio e la ricchezza, ma è solo per provocare la riflessione sulla differenza. Il Signore non ci domina, ci vuole liberi; le ricchezze, se non impiegate per il bene, specialmente dei più bisognosi, diventano un cattivo padrone.
L’insegnamento di Gesù è chiaro: occorre scegliere chi servire. Il Signore si è fatto nostro umile servo, ci dona tutto di sé, senza risparmio; il denaro ci fa sentire padroni, ma è lui che ci rende schiavi. Per evitare l’alternativa, Gesù ci suggerisce di stare con lui, dalla sua parte, senza temere di perdere qualcosa. In fondo, la libertà può fare paura più della servitù, ma proprio per questo il Signore ci ha indicato la via: dietro a lui, nessun timore di perderci; senza di lui, attaccati ai nostri beni, rimarremo a mani vuote. Forse la cosa peggiore è che lasceremo anche i fratelli e le sorelle più poveri a mani vuote, e di questo dovremo rendere conto.
14 settembre: Esaltazione della Santa Croce
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 3,13-17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Nelle nostre chiese è presente il Crocifisso, al quale ci inchiniamo con venerazione, eppure la presenza reale di Gesù non è lì, ma nell’eucaristia, sull’altare e nel tabernacolo, dove il Risorto ci attende per essere adorato. La croce è il segno del vertice di un amore ineguagliabile, quello del Figlio che il Padre ha donato al mondo per la salvezza di tutti, eppure resta un luogo residuo, temporaneo, non permanente, tanto che don Tonino Bello vi aveva posto l’iscrizione: “collocazione provvisoria”.
Oggi, celebrando la festa della Esaltazione della santa croce, innalziamo il nostro sguardo all’altezza del Signore immolato, agnello innocente, consegnato nelle mani di uomini che, senza pietà, lo hanno trafitto. Non possono, quindi, non venirci in mente gli innumerevoli crocifissi che oggi, come sempre lungo la storia, sono vittime della crudeltà della guerra, che nasce dall’odio e non conosce perdono.
Varrebbe a poco celebrare Gesù crocifisso senza provare profonda commozione per tutto il dolore del mondo, che Dio ha tanto amato al prezzo di una libertà che non usiamo da fratelli e sorelle, ma come nemici gli uni degli altri.
Perché la croce? – ci chiediamo –, dinanzi al sacrificio di Gesù. Perché le croci, nella vita degli uomini? La differenza non sta nelle cause, che spesso sono le stesse, ovvero il potere dei più forti sui più deboli, ma negli effetti. Dalla croce di Gesù, abbracciata senza colpa, con l’offerta inerme di sé, viene il perdono e la salvezza, che il Risorto offre mediante lo Spirito. Dalle croci umane spesso viene il rancore, la rabbia, l’odio. Allora, è mai possibile rovesciare questa prospettiva, che sembra spingere solo verso la vendetta?
Noi cristiani siamo posti drammaticamente di fronte al senso della croce del Signore, che tutti abbraccia con misericordia: «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». La condanna di chi fa il male appartiene alla giustizia, la salvezza anche di chi lo infligge viene dal cuore di Dio. Tuttavia, ciò non significa abbandonare i più deboli in balìa dei più forti, ma lottare, senza armi, per il ristabilimento della pace, perché il Signore vuol spezzare le catene dell’odio, che imprigionano, in una spirale senza fine, chi commette il male e chi lo subisce.
La croce di Gesù è santa perché lui è il santo, che ha fatto del patibolo uno strumento di salvezza, il passaggio verso la vita senza fine. Guardiamo alla croce con il cuore colmo di speranza, perché siamo certi che ogni lacrima sarà asciugata da colui che, per amore, ha preso con sé l’infinito dolore innocente.
7 settembre: XXIII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 14,25-33
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Nel brano evangelico di oggi, torna a più riprese l’espressione forte di Gesù: «non può essere mio discepolo». Amare il Signore più di tutti i propri affetti e legami, portare la propria croce dietro di lui e rinunciare ai propria averi sono le condizioni per essere discepoli, che sembrano scoraggiare chi si avvicina a Gesù. Amore, croce e distacco dai beni, tuttavia, non sono sullo stesso piano: il primo è la premessa del secondo e del terzo. Chi sceglie di stare dietro a Gesù è informato sulle conseguenze. C’è una componente di rinuncia a sé che deriva dall’amore, ma ciò non significa annullarsi, né fare del sacrificio in quanto tale un valore. Chi ama conosce bene questo processo, sa che ci sono priorità tali da mettere in secondo piano altre cose, perché l’amore esige una sorta di spogliamento, in favore dell’altro. Ad una certa negazione di sé, in realtà, corrisponde l’affermazione dell’altro, il proprio volgersi in suo favore, lasciando da parte il proprio io. Non ne seguirà la propria tristezza come prezzo della gioia altrui, ma la propria gioia per la gioia dell’altro. Basta ricordare le proprie esperienze di generosità per comprendere questa conseguenza dell’amore.
Con i due esempi che si frappongono a questi insegnamenti – il calcolo della costruzione di una torre e la decisione di andare in guerra con pochi soldati – Gesù mostra, a colui che vuol essere discepolo, con quale sapienza valutare la propria disponibilità, e le energie che richiede la fede. Non saranno certo i calcoli umani a disporre il cristiano alla sequela. Ma rendersi conto di cosa comporta credere è comunque necessario, per non cadere nell’illusione che tutto scorra liscio. La grazia divina domanda collaborazione umana: non può fare tutto lui, non possiamo fare tutto noi.
Quante volte, infatti, la nostra scelta di fede è tentata dalla superficialità, come se fosse sufficiente compiere atti religiosi, limitandoci alle pratiche devote, senza disporci ad un dono più impegnativo e costante.
Il Signore è leale con noi, non ci inganna: non ci mette davanti una scalata impossibile, ma il suo amore esigente, sul quale possiamo contare. Essere discepoli significa decidersi per l’amore più grande – il suo – e per i fratelli e le sorelle più deboli, con la sapienza di chi si lascia attrarre dalla grazia, e mette tutte le proprie forze a servizio, con la consapevolezza necessaria.
Domandiamo a Gesù di insegnarci la via della sequela: la impareremo strada facendo, cadendo e lasciandoci rialzare, sempre sostenuti dalla speranza che egli non ci abbandonerà mai.
31 agosto: XXII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 14,1.7-14
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Il contesto del brano evangelico di questa domenica ci aiuta a comprendere l’insegnamento di Gesù, sintetizzato nelle parole: «chiunque si innalza sarà abbassato, e chi si abbassa sarà innalzato».
In giorno di sabato, Gesù è invitato a pranzo da un capo dei farisei, che non sono proprio suoi amici; infatti, lo osservano con sospetto. Il testo di oggi tralascia il racconto della guarigione di un idropico, proprio di sabato, di fronte ai farisei. La cosa non riceve repliche, ma non passa certo inosservata: è una conferma della sua trasgressione della legge, perché per lui, che è Dio, contano più le persone fragili delle regole umane.
Quindi Gesù inizia il suo discorso sulla scelta dei posti ad un banchetto di nozze, suggerendo di invertire l’ordine delle precedenze: «non accomodarti al primo posto, va’ a metterti all’ultimo posto». Chi lo ascolta capisce che egli mette in discussione la pretesa di credersi più importanti degli altri e degni di considerazione. Prosegue poi rivolgendosi direttamente al capo che lo ha inviato: «quando dai un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, ma mendicanti, storpi, zoppi, ciechi». È la motivazione che conta: «così sarai felice perché costoro non hanno da contraccambiarti».
Gesù ha accettato l’invito in un contesto insincero e ostile, e non vuol mettersi dalla parte di chi pensa di includerlo tra le persone che contano, perciò si fa voce di coloro che vengono esclusi: i poveri e gli ammalati. Chi si aspetta da lui un contraccambio, non lo riceverà: Gesù può solo donare senza attendersi ricompensa; lo stesso devono fare coloro che lo hanno invitato.
Con le sue parole, il Signore ci mette di fronte al nostro bisogno di considerazione e di scambio, che non è un male, ma lo diventa quando è concepito dal calcolo, dalla preferenza e genera esclusione. Si riceve davvero solo se si dona gratuitamente, e ciò avviene quando gli altri non sono in condizione di ricambiare.
Sappiamo bene che, nei rapporti umani, vige la legge non scritta del “do ut des”: io do affinché tu dia. Ora, la proporzione tra il dare e il ricevere serve a garantire equilibrio e giustizia, ma non la felicità. Perciò Gesù va oltre il perbenismo formale: valgono a poco le visite di cortesia, il protocollo e l’etichetta, se non si riconosce che gratuitamente abbiamo ricevuto e gratuitamente dobbiamo donare.
Diversamente, ci sarà sempre chi resta fuori da questa logica, perché non ha nulla da ricambiare. In realtà, il discorso di Gesù sposta l’attenzione sul rapporto con Dio, dal quale noi tutti riceviamo una grazia senza alcun merito. Qui si fonda lo squilibrio della non reciprocità tra il donare e il ricevere Prima abbiamo ricevuto, perciò siamo chiamati a donare: la nostra è solo una risposta alla precedenza del bene ricevuto, mai un primo passo che aspetta restituzione.
17 agosto: XX Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 12,49-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Quello di oggi è un brano evangelico difficile. Alle nostre orecchie suona stridente, abituati come siamo a sentire parole diverse, soprattutto sulla pace. Sembra che Gesù voglia destare un’attenzione particolare nei confronti della sua missione. Il fuoco, la divisione, il contrasto sono temi e immagini ambivalenti. Non rimandano soltanto ad aspetti negativi, provocano piuttosto una riflessione sul messaggio di Gesù, che non permette facili accomodamenti.
Viene qui in luce la dimensione purificatrice del Vangelo. Il fuoco dello Spirito portato da Gesù, da una parte riscalda il cuore, dall’altra elimina le scorie del male; è consolazione nella prova, e segno del giudizio che separa l’autenticità dalla falsità.
La seguente espressione di Gesù sul battesimo che lo attende – ovvero l’imminente esperienza della passione – collega al fuoco il simbolo battesimale dell’acqua, per dire come l’immersione dolorosa nella morte, la separazione dell’anima dal corpo, avverrà anzitutto in lui, nella sua sorte personale. Da quella inaudita scissione nascerà una nuova umanità: purificata, perdonata, riconciliata. Lo esprimerà bene san Paolo: «Egli infatti è la nostra pace, lui che ha fatto dei due una cosa, abbattendo la barriera del muro divisorio e annullando nella sua carne l’inimicizia» (Ef 2,14).
Cosa significa, dunque, che Gesù non è venuto a portare la pace sulla terra, ma la divisione, specialmente all’interno delle famiglie? L’esperienza della vita cristiana registra momenti in cui scegliere secondo il Vangelo ci pone di fronte a un bivio. Pensiamo alla decisione di accogliere o meno un figlio, all’interno di una coppia; alla scelta da fare nei confronti della vita di un malato terminale, la cui sofferenza appare insopportabile; alla tentazione di vendicare una grave offesa subita; all’istinto di protrarre una guerra all’infinito.
Quale pace è possibile, quando sembrano esserci buone ragioni per rispondere al male col male, credendolo un bene? Ci sono poi divisioni che nascono all’interno di rapporti familiari, per cose molto più ordinarie, come: gli interessi economici, le infedeltà coniugali, l’educazione dei figli, i doveri fiscali, l’incompatibilità caratteriale, la competizione per la carriera, l’ambizione e la sete di denaro.
In tutto questo, la via della pace è possibile solo se ci lasciamo purificare dal fuoco dell’amore, che il Signore accende nei cuori disposti a lasciarsi illuminare e riscaldare. Gesù ci mette di fronte a ciò che viviamo ogni giorno non per scoraggiarci, ma per offrirci l’opportunità di abbandonare l’egoismo personale, di gruppo, di popolo, di nazione.
Ci saranno sempre divisioni, e la pace resterà sempre un sogno, ma la grazia del Signore non mancherà mai di indicarci e donarci la possibilità di immergerci nel suo amore, che perdona, risana e salva.
15 agosto: Assunzione della Beata Vergine Maria
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 1,39-56
In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

La Chiesa celebra oggi il compimento celeste della esistenza terrena di Maria, la madre di Gesù, il Figlio di Dio. Non sono i racconti evangelici a darci prova di questo evento, ma la coerente comprensione della fede, attestata da una tradizione ininterrotta, e confermata dal fatto che non esiste una tomba né un luogo che ricordi la sepoltura di Maria.
Nel 1950, papa Pio XII proclamava solennemente: «l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (Cost. Ap. Munificentissimus Deus, 1 nov. 1950). Senza specificare il modo della conclusione del corso della vita terrena di Maria – morte o dormizione –, veniva affermata la piena partecipazione della Vergine santa al destino glorioso del Figlio. Partecipe della sua morte e risurrezione, ella è stata assunta nella gloria del cielo in anima e corpo.
Nel brano evangelico della visitazione di Maria, sulle labbra della cugina Elisabetta compare un’espressione che ci fa intuire questo destino straordinario: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Poiché Maria è stata la perfetta credente, per lei valgono pienamente anche le promesse della fede: è beata nella gloria celeste presso Dio. L’intimo legame col suo Figlio, grazie alla sua maternità divina, fa sì che sia resa partecipe dello stesso destino ultimo.
Oggi contempliamo Maria là dove noi tutti siamo chiamati, quando sarà concluso il nostro cammino terreno. Perciò la liturgia ci invita a guardare a Maria come “segno di consolazione e di sicura speranza”: dov’è lei, accanto a Gesù, saremo anche noi, nella pienezza della vita.
Maria sta dalla parte delle creature: non è una divinità femminile, né la femminilità divinizzata. Perciò, teniamo ferma la nostra fede nella potenza della grazia di Dio, che ha ricolmato di doni quella ragazza di Nazaret, “piena di grazia” e “assunta nella gloria”, che ci è data come madre, perché seguiamo il suo Figlio sulla via dell’amore.
La visita ad Elisabetta ci ricorda che la prima risposta di Maria al dono della concezione di Gesù è la carità verso la cugina, in attesa come lei di un figlio non immaginato. Entrambe portano in grembo un dono inatteso, differente per l’origine fisica, eppure simile per la provenienza divina. L’anziana sterile e la giovane vergine accolgono e si incontrano: è il segno della nuova umanità. Il Signore fa sorgere dal basso ciò che dona dall’alto, nei modi che lui solo sa fare.
Preghiamo Maria con la più antica preghiera della tradizione cristiana, affinché continui ad accompagnarci sulla strada che ella ha felicemente terminato: «Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta».
10 agosto: XIX Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 12,32-48
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

Il brano evangelico di oggi contiene diversi insegnamenti, che ruotano intorno all’immagine della coppia servo-padrone. Potremmo lasciarci ingannare dall’idea che Gesù intenda paragonare il rapporto tra il Signore e noi a quello tra padrone e servi. In realtà, Gesù non ci chiama servi, ma amici, e il Padre suo ci insegna a pregarlo come Padre nostro.
In effetti, però, molte relazioni al tempo di Gesù erano segnate dai rapporti gerarchici del tipo servo-padrone. In qualche modo, anche noi oggi possiamo assimilare questo tipo di dipendenza alle badanti, ai collaboratori familiari, agli operai, ai dipendenti di azienda. La conclusione del brano ci aiuta a comprendere come Gesù consideri il senso di queste relazioni: “A chi è stato affidato molto, sarà domandato ancora di più”. Il che vuol dire che esistono responsabilità verso le persone, non riducibili a rapporti di lavoro. Perciò, non basta la giustizia: è necessaria la carità.
Se non consideriamo gli altri come fratelli e sorelle, saremo trattati come quei servi che il Signore, al suo arrivo improvviso, punirà duramente. Se invece li avremo trattati con amore, sarà lui a farci sedere a mensa e passerà a servirci.
Gesù ha a cuore relazioni di reciprocità nel servizio: lui è il Signore e il Maestro che lava i piedi ai discepoli; che non è venuto per essere servito, ma per servire; e il più grande tra noi sarà il servo di tutti. Il rovesciamento delle relazioni, in forza della carità, è il dono più prezioso che Gesù ci ha fatto: il vero potere è donare la propria vita, non sacrificare quella degli altri.
Oggi, più che mai, è di questa testimonianza che ha bisogno il nostro mondo, lacerato da guerre e odio senza fine. Occorre essere pronti e solerti nel reagire al male col bene, all’istinto di vendetta col perdono, alla guerra con la pace. Preghiamo perché i potenti della terra smettano di trattare i loro popoli come servi, come carne da macello, asservita agli interessi del mercato delle armi, dove i più piccoli e i più deboli sono ridotti a scheletri viventi, affamati e umiliati fino all’estremo della disumanità.
Verrà un giorno in cui a loro – e a noi – sarà chiesto conto delle responsabilità avute verso i fratelli e le sorelle più fragili, che ci sono stati affidati e che abbiamo incontrato sulla nostra strada. Che il Signore non ci trovi complici di chi ha le mani sporche di sangue, ma con le nostre piene di amore, di misericordia e di perdono.
La forza della fede cristiana risiede proprio nell’inermità, che sembra debolezza, perché dà il senso dell’impotenza. In realtà, è il solo modo con il quale Gesù si è posto davanti ai piccoli signori del suo tempo. La domanda: “perché mi percuoti?”, rivolta ai suoi crocifissori, risuona ancora nel grido soffocato di troppi innocenti, vittime di un odio inspiegabile, proprio nella stessa terra che ha udito la stessa domanda di Gesù.
20 luglio: XVI Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 10,38-42
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Potrà apparire come una ingrata scortesia quella di Gesù nei riguardi di Marta, che lo accoglie in casa sua e si prodiga al suo servizio. Il confronto con la passività di Maria sua sorella, incantata ai piedi del Signore, sembra svalutare l’impegno generoso di Marta. Ma proprio qui sta la provocazione di Gesù, raccolta dall’evangelista Luca e rilanciata a noi lettori: per il Signore, conta più il servizio materiale o l’ascolto contemplativo?
Le comunità cristiane di oggi continuano a chiedersi quale sia la parte migliore tra l’azione e la contemplazione, ma in tal modo sembrano non dare del tutto ascolto all’elogio di Gesù nei confronti di Maria: «si è scelta parte buona, che non le sarà sottratta». L’unica cosa di cui c’è bisogno è accorgersi del Signore in mezzo a noi. Potremmo fare molte cose per lui, con le migliori intenzioni, ma varrebbe ben poco senza il cuore rivolto a lui, attenti alla sua parola, al suo silenzio, alla sua presenza.
In realtà, è la stessa Marta ad offrire a Gesù l’occasione per un deciso, seppure delicato, rimprovero: «Signore, non t’importa che mia sorella abbia lasciato me sola a servire?». Come per dire: chi conta di più, tra me e lei, ai tuoi occhi? Il problema dunque è nostro, quando pretendiamo di stabilire confronti e gerarchie. Per tale ragione, la sapienza credente ha sempre cercato di coniugare lavoro e preghiera, azione e ascolto, attività e riposo, carità e silenzio.
Il brano evangelico di oggi, al di là della falsa alternativa, pone l’accento sull’ospitalità, sul fare spazio al Signore e agli altri nella nostra casa, nelle nostre zone di conforto, nel nostro cuore, laddove accogliere significa agire e ascoltare, sapendo riconoscere l’ordine delle cose. Varrebbe a poco dare un’offerta al mendicante, senza prima chiedergli il nome, ascoltare le sue parole, sentire col cuore il suo bisogno.
In un momento drammatico come quello che stanno vivendo troppe popolazioni inermi, offese e ferite dall’arroganza di chi tiene in mano solo armi, col cuore pieno di odio e di crudeltà, l’appello all’ospitalità, al nutrimento, all’ascolto ci interroga profondamente. Non basta cercare spiegazioni al perché: occorre alzare la voce in difesa dei più deboli, mettersi al loro servizio, pregare per la clemenza, il perdono, la pace. Soprattutto nella terra di Gesù, dove in nome di un dio che non è suo Padre, continuano a scorrere fiumi di sangue, con la strage di nuovi innocenti. Ha ragione il cardinale Pietro Parolin a ricordare che «i cristiani sono un elemento di moderazione proprio all’interno del quadro del Medio Oriente e anche nei rapporti tra palestinesi ed ebrei». Preghiamo Dio che il cosiddetto “errore” non sia il primo passo per l’eliminazione anche dei cristiani.
13 luglio: XV Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 10,25-37
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Assomiglia a un dialogo tra due rabbini quello di Gesù con il dottore della legge, nato da una provocazione, per vedere cosa conta di più nella legge di Mosè. Sul precetto di amare Dio e il prossimo c’è accordo, questo potrebbe bastare, ma il dottore insiste, vuol sapere chi è il prossimo. Gesù racconta una storia semplice, quotidiana, che capita in un contesto pericoloso come quello della strada che va da Gerusalemme a Gerico.
L’uomo mezzo morto, incappato nei briganti, giace sul ciglio della strada, chi passa di lì non può ignorarlo. Eppure un sacerdote e un levita lo vedono e lo evitano: non possono contaminarsi, la legge li vuole puri per il culto, il loro Dio non sarebbe contento. Il samaritano, invece, che non ha la preoccupazione di obbedire alla legge, «appena lo vide, si sentì commosso nelle viscere». Seguono subito una serie di gesti concreti, che passano dal cuore alle mani, fino a coinvolgere un altro, l’albergatore. La cura non è superficiale, il samaritano vuole assicurarsi che il poveretto si rimetta del tutto.
Con questa storia, Gesù parla di sé, raccontando di un altro. Lui, escluso, marginale, non integrato nel sistema religioso ebraico, vede e si ferma, ha compassione di tutti i sofferenti, dei feriti nel cuore e nella carne, degli abbandonati. Di ciascuno di noi. Per capire chi è il prossimo, quindi, non c’è da cercare vicino o lontano, ma basta vedere il Signore che si accosta a noi, si prende cura delle nostre piaghe, vi versa l’olio della consolazione e il vino della speranza, e ci affida ai fratelli e alle sorelle, perché ci aiutino a rimetterci completamente.
Se riconosciamo nel Signore Gesù il Dio che si è fatto prossimo a questa nostra umanità ferita, faremo meno fatica a comprendere che a ciascuno di noi è affidato il compito di farci prossimo degli altri, dei più deboli e vulnerabili, di fare lo stesso. Anzi, la parabola dischiude uno scenario ulteriore, se confrontata con un’altra parola di Gesù: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Alla fine, il Signore, pur di venirci a trovare, non è solo il buon samaritano dell’umanità, ma anche colui che si nasconde nel mezzo morto. Questo è il segno che egli fa di tutto per incontrarci là dove siamo, sulle strade del mondo che, come quella tra Gerusalemme e Gerico, sono oggi sempre più insanguinate, ma anche attraversate da tanti buoni samaritani silenziosi e operativi, che vedono, si fermano e si prendono cura.
8 giugno: Domenica di Pentecoste
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 14,15-16.23b-26
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

L’antica sequenza di Pentecoste, che oggi anima la nostra preghiera, esprime la bellezza del dono che il Padre e il Figlio effondono sulla Chiesa nascente, e su quella di ogni tempo. La promessa di Gesù è compiuta: «il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
Non ci resta che accogliere lo Spirito, come già facemmo nel battesimo e nella cresima, per lasciarci abitare dal dolce ospite dell’anima, Colui che imprime il volto del Figlio in noi, e ci insegna a pregare insieme il Padre nostro, riconoscendoci fratelli e sorelle, nell’unica famiglia umana ed ecclesiale.
Quando siamo abbattuti, Egli ci consola; se non sappiamo cosa decidere, ci consiglia; dove brancoliamo nel buio, ci fa luce; in mezzo alla prova, ci fortifica; nel pianto, asciuga le nostre lacrime.
Ogni nostra invocazione, anche quella soffocata dalla tristezza, che fatica a rivolgersi a Dio, è suscitata in noi dallo Spirito Santo. Come grido di una partoriente, si fa supplica, perché abbia fine il dolore e fiorisca la vita. Con tutta la creazione, che soffre e geme per le doglie del parto, nasciamo come figli amati, segnati dall’impronta del Padre e del Figlio, in un mondo che ha ancora le porte chiuse al dono della pace.
A questa umanità, segnata da troppo dolore, per l’odio e la vendetta senza fine, il Signore non si stanca di rinnovare il suo dono: ci continua a regalare se stesso, tutto se stesso. Grazie allo Spirito, i credenti cercano nuove vie per la riconciliazione, con la sapienza, la scienza e l’intelletto, che non attingono ai calcoli umani della convenienza, ma al consiglio e alla fortezza che vengono dal Signore.
Preghiamo lo Spirito santo, anzi chiediamo a Lui di insegnarci a pregare, perché neppure sappiamo cosa sia conveniente domandare. Che il Signore ci doni la pietà verso i sofferenti, il timore di offendere e di scartare i più deboli. Lo Spirito Santo, padre dei poveri, riempia il nostro cuore della tenerezza di Dio; ci insegni ad accarezzare il volto di chi è ripiegato su se stesso, solo e abbandonato.
In quest’ora drammatica, in cui il mondo si affaccia sul baratro della guerra, lo Spirito Santo pieghi la mente rigida dei potenti, riscaldi i cuori gelidi di coloro che restano indifferenti al dolore degli altri, drizzi le menti sviate di chi è acceso dal rancore.
Abbiamo tutti uno smisurato bisogno d’amore, di perdono e di pace. Che il Signore ascolti la nostra supplica: «Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano i tuoi santi doni. Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna».
25 maggio: VI Domenica di Pasqua
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 14,23-29
In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

I discorsi di Gesù, in prossimità della sua passione, ci vengono riproposti dalla liturgia nel tempo pasquale, per aiutarci a volgere lo sguardo indietro e in avanti. Indietro, verso il Padre che lo ha inviato, con fiducia nelle sue promesse. In avanti, in attesa dello Spirito che verrà, con la speranza di vederne il compimento. Gesù è preoccupato del duplice turbamento che colpirà il cuore dei suoi amici: prima, per la sua morte; poi, per la sua nuova scomparsa in cielo, perciò vuole rassicurarli: “il Paraclito che dà conforto – quello Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome – penserà lui a insegnarvi ogni cosa”.
C’è sempre qualcuno che invia qualcun altro, per affidargli una missione, nessuno abbandona nessuno. Anche i discepoli – ovvero anche noi – sono così vincolati al progetto d’amore: siamo tutti inviati in mezzo agli altri per annunciare Gesù, il Signore, che ci ama incondizionatamente. La catena degli inviati resta salda se ancorata al Padre, che ha mandato il Figlio, che rimane con noi mediante lo Spirito, nonostante scompaia alla vista e torni al Padre.
Al Signore sta a cuore che passiamo dal turbamento alla pace. Questo è il dono del Risorto: “Pace lascio a voi, la mia pace dono a voi – non come la dà il mondo, io la dono a voi”. Di questa pace abbiamo urgente bisogno, soprattutto nel momento in cui il Signore sembra scomparire dalla nostra vista, in questo mondo abbandonato alla follia della guerra. Come facciamo a resistere all’istinto della rabbia, quando sappiamo che a Gaza sono stati uccisi nove dei dieci figli della dottoressa Alaa al-Najjar? Perché, Signore, avviene questo? Com’è possibile che nel cuore umano non vi sia pietà, e non si riesca a dire basta alla vendetta? L’unica risposta viene dalle parole di papa Francesco, il 4 gennaio 2017: “Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto”.
Noi cristiani siamo ancora di fronte alla passione di Gesù, alla morte degli innocenti, e non possiamo che invocare la pace, il perdono, la fine della violenza, senza farci prendere dalla spirale dell’odio. Con papa Leone, vogliamo ripetere le parole della sua prima udienza generale: “È sempre più preoccupante e dolorosa la situazione nella Striscia di Gaza. Rinnovo il mio appello accorato a consentire l’ingresso di dignitosi aiuti umanitari e a porre fine alle ostilità, il cui prezzo straziante è pagato dai bambini, dagli anziani, dalle persone malate”.
Ascoltare il vangelo della pace, dell’amore che perdona e riconcilia è l’unica cosa che ci dà speranza. Confidiamo nel cuore buono di tutti coloro che, con indignazione, e senza violenza, sono disposti ad accogliere il grido che sale da quella Terra: santa per la grazia della Pasqua del Signore, e insanguinata dal sacrificio di troppi innocenti.
27 aprile: II Domenica di Pasqua
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

La domenica ottava di Pasqua, dedicata alla misericordia, ci presenta almeno tre motivi su cui meditare: la pace, il perdono e la fede. Il primo è l’insistenza di Gesù sulla pace. Tre volte ripete ai discepoli: “Pace a voi!”, sorpresi dalla sua visita nel luogo dove erano riuniti a porte chiuse – le porte chiuse del loro cuore desolato –, ai quali mostra i segni della passione, per rassicurali che è proprio lui. Come loro, anche noi abbiamo bisogno di pace nel cuore, tra i popoli, nel mondo di oggi sconvolto da troppi pezzi di una terza guerra mondiale. Il crocifisso-risorto ci offre il suo dono pasquale: preghiamo perché i potenti della terra, riuniti per un momento davanti al corpo esamine del Papa, accolgano questa supplica che viene dal cielo e dal grido soffocato dei poveri della terra.
Il secondo motivo è il perdono che Gesù affida alle fragili mani dei ministri della sua Chiesa. Tutti abbiamo bisogno di misericordia, di riconciliazione, di salvezza. Il Signore perdona e chiede di perdonare: senza misericordia non c’è pace. Per noi cristiani questi doni del Signore risorto sono un compito da accogliere e realizzare.
IL terzo motivo viene dall’esperienza di Tommaso, il discepolo assente la sera di quello stesso giorno, ma presente otto giorni dopo, insieme con gli altri. Un’assenza provvidenziale, ché ci offre l’occasione per capire come si sentono coloro che dubitano, ai quali manca il dono della fede, perché hanno bisogno di prove dirette, e non si fidano della testimonianza di altri. Tommaso prova invidia, si sente escluso dal privilegio concesso agli altri. Ma Gesù lo sorprende: “Metti qui il tuo dito, guarda le mie mani!”. Ciò che Tommaso ha di fronte sono le ferite del crocifisso: questo è il suo Signore e il suo Dio, l’amico che per amore ha dato la vita. Questi è colui che va riconosciuto.
L’esperienza della fede non cancella le tracce della prova e del dolore, ma le trasforma in affidamento, in compagnia, nella nuova presenza reale e sfuggente del Signore, come era avvenuto per Maria di Magdala e i discepoli di Emmaus. Il Signore c’è, è vivo, eppure scomparirà dalla vista. Ciò che lascia vuoto è il sepolcro, non il cuore colmo di meraviglia e di gratitudine dei suoi amici.
In questa domenica “in albis”, anche noi siamo invitati a rivestire l’abito bianco dei neofiti, con in mano la rosa bianca degli amici più poveri, che hanno salutato per ultimi Papa Francesco, ma che saranno i primi accanto a lui nel regno dei cieli. Che non manchi in noi la riconoscenza per il dono che abbiamo ricevuto per il suo ministero petrino. Papa Francesco, prega per noi. Semper in Christo vivas, Pater Sancte!
30 marzo: IV Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 15,1-3.11-32
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola:
«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

La parabola del padre misericordioso e dei due figli racconta di Dio e di noi, in modo straordinario. Parla di lontananza e di prossimità, di morte e di risurrezione. Si comincia dalla perdita. Per il figlio più giovane, il padre è come morto: gli chiede l’eredità; e il padre dirà che questo suo figlio era morto. Quanti genitori si specchiano in una simile condizione, per le più diverse situazioni! La legittima aspirazione alla libertà di un figlio, talvolta, porta a sacrificare tutto, persino a perdere ciò che ha di più caro, la base sicura della vita, senza valutarne le conseguenze estreme.
Dall’altra parte c’è il figlio maggiore, schiacciato dal senso di responsabilità, che osserva le regole, adempie servizi, fa tutto ciò che è comandato, ma non è contento. Alla fine, non è felice il giovane, che si ritrova in un porcile, povero e affamato; non è felice il fratello, che non osa chiedere nulla per far festa con gli amici, perché vive nel timore.
Potremmo pensare ad un padre che ha fallito nel suo ruolo educativo: il giovane se ne va, con le pretese; l’altro rimane, col cuore chiuso. La parabola di Gesù mette a nudo, con estremo realismo una verità scomoda: la vita delle relazioni familiari è una prova per tutti. E di fronte alle situazioni critiche viene fuori la verità del cuore.
Il figlio più giovane è spinto dalla fame, è vero, ma ha anche il coraggio di guardarsi dentro: riconosce di aver mancato contro il cielo e davanti al padre. Fa un esame di coscienza e si mette in cammino verso casa, adesso senza più pretese. Da lontano, il padre, che lo aspetta, lo vede, gli sobbalza il cuore e gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia. Riprende così la vita perduta. Non conta più il passato doloroso per entrambi, adesso c’è ancora domani.
Quattro segni, persino eccessivi agli occhi di tutti – dei servi e del fratello maggiore –, celebrano la rinascita del figlio perduto e ritrovato: la veste della dignità, l’anello dell’autorità, i sandali della libertà (gli schiavi andavano scalzi), il vitello dell’abbondanza.
Come si fa a non gioire tutti insieme? Questa è la domanda che dovrebbe sorgere in chi ascolta o legge la parabola. Eppure c’è una resistenza. Il fratello sembra non farcela, è come se gli venisse tolto qualcosa. Non si capisce quanto tenesse al fratello, anzi, la sua rabbia si rivolge nei confronti del padre, che chiama tutti a far festa.
La parabola ci lascia in sospeso. Ai due primi momenti forti – il dolore iniziale del distacco e la gioia dell’abbraccio ritrovato – segue la triste resistenza del figlio maggiore. Non sappiamo se e quanto sia durata. Certo è che questa è la parabola della vita: un groviglio di esperienze e di sentimenti nel quale lo sguardo del Signore è l’unico che oltrepassa qualunque fallimento. Solo il suo amore senza limiti è capace di lasciar andare, di accogliere il rifiuto, di perdonare e di donare vita in abbondanza, persino in eccesso, oltre ogni merito. Questa è la nostra speranza.
23 marzo: III Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 13,1-9
In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Due temi principali emergono dal brano evangelico di questa terza domenica di quaresima: lo sguardo in avanti di Gesù, dinanzi alle sventure umane, e la pazienza del Signore rispetto alle nostre lentezze e resistenze. Con gli esempi iniziali, Gesù riflette su due diversi casi di sventura. Il primo, dovuto alla rivolta popolare, probabilmente guidata da zeloti della Galilea, sedata duramente da Pilato con la loro uccisione. Il secondo è la tragedia in seguito al crollo di una torre, sotto la quale muoiono diciotto persone.
Le due situazioni dolorose sono molto diverse: l’una è conseguenza di una ribellione, l’altra è un disastro naturale. Agli occhi di Gesù sembra che non ci sia differenza, perché: «se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo». Il suo sguardo, dunque, si allunga in avanti, sul risultato, che è il perire comunque. Così, egli sposta l’attenzione dalle cause agli effetti. Poco importa di chi è la colpa: dei ribelli, che vanno verso la morte, o della torre che crolla, e uccide chi si trova lì sotto per caso.
Potremmo dire che qui si affaccia “lo sguardo pasquale” di Gesù: non serve cercare i colpevoli, ma vedere cosa può venire di buono dalle situazioni critiche. Quando leggeremo la passione – la domenica delle Palme e il Venerdì santo – non saremo presi dalla rabbia nei confronti di coloro che fanno del male a Gesù. Quei racconti saranno capaci di trasmetterci l’amore col quale il Signore trasforma la cattura in offerta, più che di indurci a cercare i colpevoli.
Questo cambiamento di sguardo è richiesto anche a noi, ogni volta che siamo attratti dalla ricerca delle cause, invece che andare oltre, verso gli effetti positivi che possono derivare anche dalle situazioni più dolorose. Ciò significa convertirsi: passare dallo sconforto alla speranza, dal male al bene, dalla morte alla vita.
Vi è una ragione di fondo che ci spinge in questa direzione: la paziente misericordia di Dio, che non si stanca di attendere, di darci tempo, confidando che ce la possiamo fare, con la sua grazia e per il suo insistente amore. La parabola del fico apparentemente sterile, con la quale si chiude il brano, ci insegna proprio questo: «Signore, lascialo ancora per quest’anno, finché io abbia il tempo di vangargli attorno e di gettare il letame».
Ad un primo sguardo, pare che il padrone della vigna sia più impietoso del vignaiolo, quasi che il Padre sia meno misericordioso del Figlio. In realtà, vengono qui rappresentati due modi di guardare i limiti, le resistenze, le lentezze – dei quali il primo, quello dell’impazienza, è più nostro che di Dio. D’altra parte, la conclusione della parabola ci avverte: «E se in futuro darà frutto, bene, altrimenti lo taglierai». Dunque, possiamo fare affidamento sulla pazienza di Dio, ma senza abusarne.
16 marzo: II Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 9,28b-36
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare.
Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Una chiave per comprendere la ragione della presenza di Mosè ed Elia sul Tabor potrebbe essere che questi si trovano con Gesù per portargli la consolazione di cui ha bisogno. Anche Mosè ed Elia avevano vissuto eventi paragonabili a quelli scatenati dalla reazione di Pietro all’annuncio della passione (cf. Mc 8,31- 38; Mt 16,21-23). L’analogia è data dal fatto che al modo in cui Gesù interpreta il rifiuto di Pietro (una nuova tentazione, analoga a quelle all’inizio del suo ministero), così Mosè aveva vissuto l’esperienza deludente del vitello d’oro (Es 32) ed Elia quella della fuga verso l’Oreb dopo aver constatato l’insuccesso della sua opera, davanti al popolo che assecondava i profeti di Baal (1Re 18,10-40).
Questi due fatti ebbero luogo proprio su un monte, dopo un fallimento del popolo di Israele che aveva, nel primo caso, costruito un idolo e, nel secondo, sostenuto i sacerdoti di Baal contro cui Elia doveva lottare. Non solo: il vitello d’oro era stato costruito con la complicità di Aronne, il fratello con il quale Mosè dovrà riconciliarsi e per il quale dovrà pregare. Mosè ed Elia, dunque, soccorrono Gesù e gli danno coraggio e conforto per le prove che ha già sostenuto, e quelle che deve ancora vivere: loro sanno bene cosa comporti il rifiuto che Gesù sta ormai sperimentando, perché l’hanno sperimentato in prima persona.
In Gesù, Mosè ed Elia si incontrano, vedono Gesù nella gloria, e gli portano il loro conforto. Al termine, il Padre conferma ai tre discepoli, Pietro incluso, la strada che Gesù dovrà intraprendere. La presenza di Mosè ed Elia non è solo per i discepoli, ma è la consolazione per il Figlio che sta per andare a Gerusalemme. Gesù deve essere consolato e rafforzato – come farà l’angelo al Getsemani, secondo il racconto di Luca, nel momento della lotta estrema (cf. Lc 22,43-44) – circa il suo esodo, ovvero a riguardo del suo futuro, e anche per le altre prove che ha vissuto.
Il brano del vangelo di oggi ci invita a nutrire fiducia nella presenza di Gesù vicino a noi, nel momento della prova. Il Padre consola il Figlio e noi discepoli, ci accompagna e ci sostiene, con la grazia dello Spirito, perché non ci scoraggiamo. Oltre l’oscurità del dolore si accende sempre la luce della speranza, la gloria della risurrezione.
9 marzo: I Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 4,1-13
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Cari amici e care amiche,
sono trascorsi diciotto anni senza Sr Ilaria, e noi siamo ancora qui, fedeli a questo appuntamento annuale, per celebrare la santa Messa in sua memoria, grati per averla conosciuta e amata. Ringrazio anzitutto don Angelo, che tiene vivo il suo ricordo in ogni occasione, soprattutto venendo a celebrare a Casa Ilaria, una volta ogni due mesi. Poi ringrazio tutti voi, che con tanto affetto continuate a tener viva nel vostro cuore la sua presenza.
Quest’anno celebriamo il Giubileo ordinario, dedicato alla virtù della speranza. Anche noi vogliamo essere pellegrini di speranza, seguendo l’indicazione di papa Francesco, per il quale sale a Dio la nostra incessante preghiera, in questo momento di grande prova, affinché possa ritrovare la salute e tornare al suo servizio, nel modo possibile.
Il vangelo di questa prima domenica di quaresima ci mostra come Gesù ha reagito di fronte a tre tentazioni: la fame, il dominio sugli altri, la rinuncia all’umanità. Non possiamo far altro che metterci dinanzi allo specchio dell’esperienza di Gesù, per cercare di comprendere qualcosa anche dell’esistenza di Ilaria. La parola di Gesù è sempre capace di illuminare la nostra vita su ciò che ci sta a cuore, e su quello di cui abbiamo paura o non ci sentiamo capaci di fare.
Ci sta a cuore Ilaria, la testimonianza della sua vita, spesa per nutrire e curare i malati e i poveri del Centrafrica. Qui, la risposta di Gesù alla tentazione di sfamare sé stesso la troviamo nella condivisione, nello spendersi per gli altri, nel dare vita a chi soffre non solo mancanza di pane, ma anche di salute e dignità. Gesù rinuncia a trasformare le pietre in pane perché questo è compito nostro: tocca a noi, al nostro Paese e all’Europa, trasformare le armi in cibo, e smettere di vendere morte, con giustificazioni che mai potranno convincere la coscienza dei credenti. Beati sono gli operatori di pace, non coloro che preparano la guerra o, peggio ancora, quelli che non sanno porvi fine.
Gesù poi rinuncia a dominare il mondo, si offre come un Dio debole, incapace di mettere a posto i regni della terra, ancor oggi sconvolti da dittatori prepotenti e sanguinari, persino nella Terra santa. Quante volte siamo tentati di rimproverare al Signore di non intervenire nel mondo, dimenticando che il suo agire per amore è proprio ciò che lo ha reso vulnerabile. Egli ci salva donando la sua vita, non togliendola ai cattivi. Ilaria ha fatto così: si è spesa fino a morire, e dal suo seme caduto in terra è nata vita nuova, in Africa e qui da noi. Senza questo sguardo di fede nella potenza dell’amore che si dona, non comprenderemmo nulla del Dio che è Gesù, il Figlio amato, che ha preso con sé la sua amata figlia, Ilaria.
Alla terza tentazione, Gesù si sottrae evitando di esibirsi in un inutile spericolato volteggio. Non vuol rispondere al nostro desiderio di vedere un Dio trionfante, che poi sarebbe più disumano che divino. Egli è venuto per servire, non per farsi servire. Ilaria ce lo ha mostrato con chiarezza: stare con i poveri e i malati non consente privilegi; non si può andare nel deserto vestiti di morbide vesti. L’essenzialità con cui Ilaria ha vissuto riflette l’immagine di Gesù servo e Signore, venuto per dare la vita in abbondanza.
Il nostro pensiero va dunque alla sua vita, alle tracce di luce e di amore che ha lasciato dietro di sé, e che noi abbiamo raccolto a Casa Ilaria, qui vicino a noi, e laggiù in Africa, dove ancora Sr Irène assiste i malati, all’ospedale di Bossemptélé, grazie al sostegno di tante persone generose.
Oggi come non mai, la vita di Ilaria grida una verità che, da cristiani, non possiamo tacere, perché proviene dalle labbra di Gesù stesso: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada» (Mt 26,52). Basta con la guerra! Basta con le armi! Non ci sono ragioni sufficienti per uccidere, mai. Se non abbiamo il coraggio di gridare: “pace”, ci saranno sempre buoni motivi per preparare la guerra: la legittima difesa, la sicurezza, la propria terra, la nazione.
Occorre che si alzino voci in difesa della vita e della dignità delle persone, soprattutto le più fragili e indifese. Come cristiani, non possiamo accettare che i vuoti legislativi nazionali vengano colmati da leggi regionali sul suicidio assistito, privando di fondi necessari le cure palliative. Siamo una regione accogliente, una città inclusiva, ma ciò non significa togliere sostegno a chi è più debole.
Ilaria ci ha mostrato con i fatti che la vita si spende, non si toglie; che il malato si cura, non si abbandona; che il povero si assiste, non si emargina. A poco varrebbe ricordare Ilaria senza trarre conseguenze concrete e coraggiose dal suo esempio. Siamo qui a far memoria di una giovane donna, religiosa e medico, con la gratitudine di chi vuol coltivare la pianta nata dalla sepoltura di un seme pieno di vita, irriducibile alla scomparsa nella terra.
Il prezioso tempo della quaresima, da poco iniziato, è occasione di grazia per tutti noi. Vogliamo ravvivare la nostra fede e la nostra carità – con ímpigro amóre, come cantava un inno liturgico antico. Camminiamo nella speranza, verso la Pasqua del Signore, sostenuti dal quel sovrappiù di amore che Ilaria ha lasciato dietro di sé, al quale attingono i ragazzi di Casa Ilaria, come i poveri dell’Africa. Ritrovare dignità; ricevere cura da rapporti sani, con la terra e con gli altri; imparare la solidarietà e il rispetto per chi è più fragile: queste sono le radici della pace, qui affonda il cuore di Ilaria. Con lei nel cuore avanziamo, con lento passo, incontro al Signore, certi che Lui ci viene incontro e ci risolleva sempre.
A Nostra Signora di Lourdes affidiamo tutte le persone ammalate, dinanzi alla grotta dove Ilaria disse il suo primo sì a Gesù, decidendosi per la vita religiosa. Prima di tutto, le affidiamo papa Francesco, che ha dato un’impronta radicalmente evangelica al suo ministero, e si è speso senza risparmio per tutti. A lui noi tutti dobbiamo riconoscere di aver detto un “no” alle armi lungo un intero pontificato, purtroppo da solo.
Prima di concludere questa riflessione, mi sento di rilanciare una proposta che già avanzai qualche anno fa. Sarebbe bello, per il 20esimo anniversario di Sr Ilaria, tra due anni, pubblicare un libretto con le testimonianze di tutti coloro che ne custodiscono un ricordo personale, anche indiretto, su come ella ha vissuto la fede, la speranza e l’amore per Gesù e per i fratelli.
Come penultima cosa, desidero esprimere viva gratitudine a papa Francesco per aver nominato arcivescovo di Pisa padre Saverio Cannistrà, carmelitano, che qui venne a celebrare la Messa per un anniversario di Ilaria. Questo è un grande dono per la nostra Chiesa pisana. Chissà se non ci ha messo una manina Ilaria.
Infine, desidero lasciare la parola a Ilaria, che così scriveva l’8 luglio 2000, anche quello un anno santo, in cui dal suo cuore sgorgava un pensiero profondo, illuminato dal Vangelo: «Quale volto mi mostri Gesù? Il volto di un Dio debole? Sì, debolissimo… eppure così forte da non avere paura di mostrare la propria debolezza; da sceglierla come stile di vita e di rapporti… “io vi dico di non opporvi al malvagio”. Occorre accettare di mostrarsi inermi, trasparenti. Occorre accettare gli schiaffi, le offese all’amor proprio e alla propria intelligenza… occorre accettare di camminare lentamente, di fare un miglio in più… Tu l’hai fatto. Tu l’hai compiuto in te… non come esempio di comportamento, ma come rivelazione del volto di Dio che è così. No, tu non sei un Dio vittorioso, trionfante… […] Come si può comprendere il pensiero di Dio? Come si può giudicare il criterio con cui agisce? Trovo in questa pagina del Vangelo una grande pace… quella di cui avevo bisogno al termine di questo giorno… “a chi vuole toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello”».
2 marzo: VIII Domenica del Tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 6,39-45
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

Nel brano evangelico di oggi, Gesù dispensa ai suoi discepoli alcuni insegnamenti sapienziali, con la consueta forma della parabola. Parte da un cieco, che pretende di guidare un altro non vedente, e finisce con i frutti dell’albero, a volte buoni, a volte cattivi. In mezzo, c’è il caso di chi vuol correggere l’altro da un difetto, che crede di vedere bene, mentre invece il proprio giudizio è oscurato da un difetto più grande. Tre parole possono aiutarci a riflettere: responsabilità, umiltà, il cuore e le parole.
Anzitutto, responsabilità. Chi è posto in un ruolo di guida educativa o di comando – come le autorità pubbliche, gli insegnanti, gli educatori, i ministri del culto, i genitori – ha un compito delicato: le persone si fidano, non debbono essere ingannate, né condotte fuori strada. Questa condizione di responsabilità ci chiede un continuo esame di coscienza. A volte, infatti, pretendiamo dagli altri ciò che noi non facciamo per primi. Può capitare di dare buoni consigli insieme a cattivi esempi.
Il caso di colui che pretende di correggere l’altro, mentre il difetto che vede non è altro che il proprio, e magari ben più consistente, invita ciascuno di noi all’umiltà: prima prendi coscienza di te, poi avvicinati al tuo fratello con delicatezza e rispetto. La correzione fraterna è cosa buona, ma solo alla condizione di non fare da maestri senza credibilità. Meglio essere discepoli in cammino con altri, perché il Maestro e il Signore è uno solo, e non sei tu.
L’ultimo esempio impiegato da Gesù è tratto dal frutto che viene dall’albero, paragonato al rapporto tra il cuore e le parole. Dall’albero buono, come dal cuore buono, vengono frutti buoni, ovvero parole buone, e viceversa. Qui sta la sintesi anche degli insegnamenti precedenti.
La relazione con gli altri richiede attenzione e cura. Si possono guidare i fratelli e le sorelle se si è consapevoli delle proprie responsabilità, e soprattutto degli effetti che hanno a lungo termine i nostri esempi. Merita correggere ciò che vediamo non andar bene negli altri senza mettersi su improbabili piedistalli. Le parole che usiamo rivelano chi siamo, prima ancora di comunicare un contenuto.
Dietro a questi insegnamenti, che sembrano di semplice saggezza popolare, spicca la persona di Gesù, il Maestro e Signore, che merita di essere ascoltato perché, oltre al suo esempio, è colui che ci dona la grazia della conversione. Infatti, non è alla portata del solo sforzo umano la svolta dal comando al servizio, dal giudizio all’umiltà, dal cuore alle parole buone, che incoraggiano, risollevano, danno speranza.
Vediamo come, anche oggi sui media, parole aggressive, gesti di prepotenza, atteggiamenti arroganti vengano proposti con la pretesa della verità. Sembra che ci si debba fare ragione con la forza, mentre la via di Gesù è sempre di un’altra natura: è autorevole solo un amore paziente e rispettoso, anche se non subito.
23 febbraio: VII Domenica del Tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 6,27-38
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.
Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Le parole di Gesù, del vangelo di oggi, non hanno bisogno di essere interpretate: dobbiamo solo metterle in pratica, anche se sappiamo che non è alla nostra portata amare i nemici e fare del bene a coloro che non ci amano. Chi di noi non ha sperimentato la difficoltà nelle relazioni, il rifiuto, persino il conflitto? L’istinto umano è naturalmente orientato alla difesa, quando si viene aggrediti. Viene spontaneo reagire o, nel migliore dei casi, prendere distanza dalle minacce.
Eppure Gesù indica una via opposta, umanamente incomprensibile: «amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi calunniano». Egli cerca anche di proporre delle ragioni per fare ciò che appare irragionevole. Tutti sono capaci di voler bene a chi lo merita e ricambia; tutti sono pronti a prestare a chi restituisce. Allora perché agire diversamente, se la legge della convivenza è la reciprocità?
Lo sguardo di Gesù si allunga, oltrepassa la logica delle proporzioni, e si volge in alto, all’Altissimo: «perché egli è buono verso gli ingrati e i cattivi». La misura di Dio non è paragonabile alla nostra: il Signore vuole bene a coloro che si sottraggono all’amore, a quelli che scappano, rifiutano e reagiscono male. Questo è ciò che ha fatto Gesù: tutta la sua vita, fino alla passione e alla morte, mostra questo amore insistente, gratuito, disarmato, che noi potremmo giudicare sprecato.
Perché il Signore fa così, e ci invita a imitarlo? Non è inutile amare chi non vuole essere amato? Qui Dio gioca la partita della speranza con questa umanità, alla quale è continuamente rubata. Egli non smette mai di sperare che l’amore possa trovare casa nel cuore chi lo fugge. Spesso abbiamo paura di essere amati, pensiamo di doverlo meritare, di non essere all’altezza della gratuità.
Vi è un solo modo per uscire dalla spirale dello scambio alla pari: accogliere senza giudicare, donare senza aspettarsi riconoscenza. Certo, potremmo restare delusi, e questo è ciò che avviene quasi sempre. Ma proprio qui sta la forza della fede cristiana: gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente doniamo.
Se i rapporti tra le persone non attingono più in alto, laddove la fede ci fa riconoscere il bene che il Signore vuole a tutti i suoi figli, sarà ben difficile imparare la fraternità. Perciò Gesù ci chiama “figli dell’Altissimo”, e ci raccomanda: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso». Chiediamo al Signore la memoria grata del perdono ricevuto: potremo così restituire gratuitamente ciò che ci è stato donato senza alcun merito.
16 febbraio: VI Domenica del Tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 6,17.20-26
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Oggi, il vangelo di Luca ci presenta una versione diversa e complementare del cosiddetto discorso della montagna, in Matteo, che qui si svolge in pianura. Invece di otto beatitudini, Gesù qui ne proclama quattro, insieme a quattro guai. Quelle matteane dicono beati, in generale, coloro che soffrono (i poveri in spirito, gli afflitti, gli affamati di giustizia, i perseguitati per la giustizia, e gli insultati nel nome di Gesù), e coloro che operano il bene (i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace). Le beatitudini lucane sono circoscritte a coloro che soffrono: i poveri, gli affamati, i piangenti, i disprezzati. Seguono poi i guai, rivolti a coloro che si beano di se stessi: i ricchi, i satolli, i gaudenti, gli adulati.
Gesù parla in modo diretto a coloro che ha di fronte – a voi –, e mette in evidenza il contrasto tra chi è messo alla prova dalla vita e chi se la passa bene. Non si tratta di destini paralleli. Piuttosto è probabile che la condizione di coloro che versano in povertà, nella fame, nel pianto e nel disprezzo, dipenda in certo modo da chi si gode egoisticamente la vita. Dolore e gioia si mescolano, nell’esistenza quotidiana, fino a separare gli uni dagli altri, come se per ciascuno fosse previsto unun destino fatale.
Agli occhi di Gesù non è così. Per lui le sorti si rovesciano, e non solo perché saranno premiati i primi e puniti i secondi. Non c’è questa minaccia nelle parole di Gesù, ma un avvertimento. Il Signore promette di prendersi cura di chi è solo, triste e sconfortato. Chi invece basta a se stesso è messo in guardia: non pensi di conservare per sempre la propria momentanea felicità: le cose possono cambiare in peggio.
Si è felici solo quando qualcuno si prende cura di noi, quando mostriamo un’indigenza che domanda aiuto, e accetta di riceverlo. È una gioia diversa quella di coloro che vengono risollevati rispetto a quella di chi se la procura da sé. Perciò, Gesù promette beatitudine a chi adesso sta male: «vostro è il regno di Dio», ossia il Signore si prenderà cura di voi, poveri e sofferenti. Ma in questa promessa c’è di più: saziare chi ha fame tocca a chi è nell’abbondanza; le lacrime sul volto di chi piange attendono una mano che accarezza; difendere i disprezzati tocca a chi ama la giustizia.
Gesù non si limiterà a lasciare che le cose vadano come vanno, anche se a qualcuno potrà sembrare che Dio non intervenga nelle cose umane. Egli ha affidato ai suoi discepoli il compito di fare, nel suo nome, come ha fatto lui. Ce lo ricorda la preghiera semplice di san Francesco: «Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace: dove è odio, fa ch’io porti amore; dove è offesa, ch’io porti il perdono; dov’è discordia ch’io porti l’unione; dov’è dubbio fa’ ch’io porti la fede; dov’è l’errore, ch’io porti la verità; dov’è la disperazione, ch’io porti la speranza. Dov’è tristezza, ch’io porti la gioia, dove sono le tenebre, ch’io porti la luce».
9 febbraio: V Domenica del Tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 5,1-11
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

La scena evangelica di oggi è piena di sorprese. Potremmo dire che è una specie di invasione della grazia divina nella vita quotidiana di gente comune. Gesù sale sulla barca di Simone, senza chiedergli permesso, vuol parlare alla folla, a distanza di sicurezza, perché tutti possano vederlo.
Al tempo stesso, è una scusa per stare vicino a Simone e ai suoi compagni. La sua barca è leggera, dopo una notte di pesca andata a vuoto. «Prendi il largo, verso l’acqua profonda, e calate le vostre reti per la pesca». In queste parole c’è più di un consiglio. Gesù non è un marinaio esperto, ma conosce gli abissi del cuore umano, sa cosa si agita nella profondità dell’animo, perciò chiede fiducia.
Simone è combattuto tra l’esperienza, persino deludente, e il coraggio di dare ascolto ad una parola nuova. Accetta la sfida, e la sorpresa arriva, in modo sproporzionato: la sua barca rischia di non farcela, potrebbe affondare per la gran quantità di pesci catturati. Simon Pietro chiede aiuto a dei compagni, e poi si prostra dinanzi a Gesù. Di fatto si era fidato, ma in cuor suo erano rimasti dei dubbi. Adesso è convinto, c’è stato bisogno di una sorpresa sconcertante.
D’ora in avanti, Pietro può anche cambiare lavoro, non per l’insuccesso nel proprio mestiere, ma perché ha incontrato chi gli ha catturato il cuore. Perciò, Gesù gli dice: «D’ora in poi dovrai catturare uomini vivi». Questo è il senso proprio del verbo greco zogreo: “catturare vivo”, “tenere in vita”, “risparmiare”. Con Gesù, da adesso, Pietro dovrà incontrare persone cui dare vita.
In questo brano ci sono gli elementi principali che dicono l’agire del Signore con noi. Egli ci viene a trovare dove siamo, parte da lì e ci invita a prendere il largo. Raddoppia in tal modo i nostri desideri, li conduce ad una pienezza insospettata. La nuova comunità che Gesù raduna assomiglia ad una barca in mezzo al mare: quando lui è a bordo la raccolta oltrepassa le aspettative. Chi di noi non ha sperimentato la sovrabbondanza dell’amore smisurato del Signore nella propria vita?
Il racconto della pesca miracolosa ci riempie il cuore di fiducia e di speranza. Il Signore non toglie nulla, e dona tutto. Tocca a noi accettare, insieme alla sua parola nuova, anche le nostre esitazioni, le incertezze che ci permettono di riconoscere la potenza del suo amore, e di chinarci umilmente di fronte a lui. Non bastiamo a noi stessi: senza di lui non possiamo far nulla. Memori di questa esperienza, andiamo incontro ai fratelli e alle sorelle, non per tirarli nella nostra rete, ma per dar loro vita e risparmiarli dal male.
26 gennaio: III Domenica del Tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 1,1-4;4,14-21
Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

La terza domenica del tempo ordinario è stata dedicata da papa Francesco alla Parola di Dio, e questo è il sesto anno che la celebriamo. Il brano di oggi si apre con l’inizio del vangelo di Luca, dove l’autore dà conto della sua ricerca, fatta per mettere ordine ai fatti e a i detti di Gesù, ormai già diffusi oralmente da anni. Egli ha sentito i testimoni oculari, e ha deciso di scriverne il ricordo vivo e originario, perché non vada perduto ciò che è essenziale: l’annuncio di Gesù morto e risorto, il Signore venuto a salvarci. Dunque, la scrittura del vangelo serve a custodire la memoria dell’evento centrale della fede, affinché ogni generazione successiva – come la nostra – possa incontrarsi con Gesù Signore, parola fatta carne, vivo e presente in mezzo a noi.
Poi la scena si sposta nella sinagoga di Nazaret, villaggio ove Gesù ha trascorso la giovinezza. Qui, egli legge un brano del profeta Isaia, suscitando lo stupore dei presenti per l’attualizzazione che non ci si aspetta: «Oggi questa Scrittura si è compiuta per voi che l’ascoltate».
Che cosa si realizza nel momento in cui Gesù legge la Scrittura? Isaia aveva annunciato l’unzione dello Spirito sul Messia, attraverso dei precisi segni: la buona notizia per i poveri, la liberazione dei prigionieri, la vista donata ai ciechi, la libertà per gli oppressi, un anno di grazia per tutti.
Coloro che ascoltano Gesù si rendono conto che tutto questo egli lo sta già facendo. La voce di Dio, prestata al profeta Isaia, ha mantenuto la sua promessa, non c’è più da aspettare: qui e ora è presente la Parola di Dio incarnata; lo attestano i segni che egli compie.
Si dischiude così un orizzonte nuovo, impensabile, imprevedibile: le Scritture d’Israele cedono il passo a Gesù di Nazaret, ora è lui che si deve ascoltare. Agli antichi fu detto, ma adesso è lui che dice. Qui c’è più di Abramo, di Mosè, di Giona, di Salomone, di tutti i profeti: c’è il Figlio. La svolta è decisiva: Dio nessuno l’ha mai visto, molti l’hanno cercato, intuito, atteso, ma è venuta l’ora di guardarlo in faccia, di incontrare lo sguardo di Gesù, il Figlio amato, in cui il Padre si è compiaciuto, e ci chiede di ascoltarlo.
Da questo momento, i cristiani non sono più un popolo del libro, ma la comunità dei credenti nel Verbo incarnato, crocifisso e risorto. Le conseguenze di questa rivelazione sono molteplici. La fede non può ridursi a legge, a ideologia, a sistema di valori. È incontro vivo con una persona, il Figlio di Dio che mostra il volto del Padre, mediante lo Spirito. Il mondo divino è sceso in terra, per dare speranza a tutti i poveri, tra i quali i primi siamo noi: deboli assetati d’amore e di perdono. Dio non ha paura di contaminarsi con la fragilità, di mostrarsi piccolo e bisognoso di accoglienza. Dalle sue piaghe siamo stati guariti. Questo è l’anno di grazia che ci è offerto, per ricominciare con gioia.
19 gennaio: II Domenica del Tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 2,1-11
In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

La vita pubblica di Gesù è segnata da un duplice inizio: con l’acqua del fiume Giordano e con il vino delle nozze di Cana. Due segni che prefigurano la porta e il culmine dei sacramenti cristiani: il battesimo e l’eucaristia.
Questo prezioso racconto, conservato solo dal quarto evangelista, racchiude tutti gli elementi fondamentali dell’esperienza di fede, e lo fa in modo sorprendente. Nel contesto del banchetto nuziale di gente comune, segno dell’umanità che festeggia l’amore, sono presenti Maria, Gesù e i discepoli, simbolo della Chiesa nascente. Ma a Cana manca qualcosa. Alle nostre feste, senza il vino migliore, che rallegra e dà il senso pieno della letizia, si rischia di finire con la delusione, nella tristezza.
Maria si accorge di questa mancanza e, da donna attenta ai particolari, che serba tutto negli occhi e nel cuore, chiama in causa Gesù. Lui preferirebbe non esporsi – «non è giunta la mia ora», risponde un po’ imbarazzato –, ma la madre sa che l’iniziale no del Figlio, può diventare un sì. Quella di Maria è una preghiera, forse il segno della sua permanente intercessione, che sempre rivolgerà al Signore per noi, e non si ferma qui. Si rivolge ai servi: «tutto quello che vi dice, fatelo!». Passa così dalla preghiera al comando. Questa è Maria: da invitata, invita; chiede a Gesù e chiede a noi; si mette in mezzo, e si fa da parte.
Ciò che succede è davvero inatteso. Sei giare d’acqua diventano vino, per un totale che oscilla tra i 480 e i 720 litri. Un’enormità, segno della sovrabbondanza cui tutti potranno attingere e allietarsi. Gesù passa in questo modo dall’invitato marginale al protagonista assoluto della festa. Alla fine appare come lo sposo, che invita alla sua festa molti più invitati di quelli della prima lista. Non ci si doveva accorgere di lui, ma da quel momento «i suoi discepoli credettero in lui».
Dal racconto di Cana impariamo tre cose importanti. Primo: accanto a Gesù c’è sempre Maria, attenta, discreta e determinata, che parla con lui e con noi, e ottiene da entrambi il meglio per tutti. Secondo: anche quando il Signore sembra non rispondere ai nostri bisogni, è capace di raggiungerci in modo inaspettato. Terzo: Dio non è invidioso del nostro desiderio di felicità, prende parte alla nostra gioia, anzi la colma della sua presenza.
In conclusione, i doni di Dio superano sempre le attese umane. Gesù non ci farà mancare l’acqua viva, mediante il battesimo; non verrà mai meno il vino nuovo del banchetto eucaristico, quando saremo immersi nella sua morte e, per la sua risurrezione, rinasceremo alla vita senza fine.
Chiediamo a Maria santissima di renderci pronti ad ascoltare la parola potente del Figlio, sussurrata alle orecchie del cuore, perché anche a noi ella ripete: «tutto quello che vi dice, fatelo!».
12 gennaio: Battesimo del Signore
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 3,15-16.21-22
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Con la festa del battesimo di Gesù si conclude il tempo di Natale, e inizia il tempo ordinario. La liturgia ci fa compiere il salto dall’infanzia del Signore alla sua vita pubblica, inaugurata dall’immersione nel destino del suo popolo, attraverso le acque del fiume Giordano. Gesù abbandona la sua la vita nascosta nella casa di Nazaret, dopo i lunghi anni di silenzio e di preparazione alla missione. I vangeli hanno avuto la saggezza di non riempire questo vuoto, lasciando alla parola scritta la testimonianza antica, pubblica e universale dei discepoli che lo hanno incontrato da adulto.
Sulle rive del Giordano, Gesù si presenta dinanzi al Battista, il quale rassicura la gente: «Chi viene è più forte di me. Egli v’immergerà in Spirito santo e fuoco». Si compie così il tempo dell’attesa messianica, preparato dalla predicazione dei profeti, dei quali Giovanni è l’ultimo. Ora è presente il Figlio: inviato dal Padre e consacrato dallo Spirito.
La scena del battesimo mette l’accento su questo passaggio di consegne: Giovanni diminuisce e Gesù cresce. L’annuncio del tempo ultimo non sarà più la minaccia incombente del giudizio, ma l’avvento del regno di Dio, con la cifra della pazienza, della misericordia, del perdono. Il Figlio è l’amato, in cui il Padre si compiace; su di lui scende lo Spirito in forma corporea: tutto di Gesù è avvolto dall’amore divino, che lo accompagnerà nel suo cammino verso la pasqua.
La vera novità di questa manifestazione del Signore – Epifania, infatti, non è solo l’adorazione dei Magi, ma anche il battesimo e le nozze di Cana – sta nel fatto che Dio non lo si dovrà più cercare in cielo, al di là del mondo, ma qui tra noi, dove egli ha posto la sua tenda, ed è venuto a cercarci. È il Signore che viene a trovarci dove siamo; a noi tocca lasciarci trovare.
«È venuto nella sua casa, ma i suoi non lo hanno accolto; a quanti però lo hanno accolto, ha concesso di diventare figli». Così abbiamo sentito ripetere dal quarto evangelista nell’inno letto il giorno di Natale e nella seconda domenica. Ciò rimanda al nostro battesimo, quando i genitori ci hanno presentato al Signore, per accogliere il dono di diventare figli grazie al Figlio. Quel giorno, pieno di gratuità, che non ricordiamo, anche a ciascuno di noi è stata rivolta la parola che Gesù ha udito in occasione del suo battesimo: «Sei tu il mio Figlio, l’amato». Dunque, siamo figli amati, fratelli e sorelle in una famiglia più grande, che ogni domenica si riunisce per rendere grazie, e ravvivare il dono ricevuto. Come ci suggerisce papa Francesco, andiamo a ritrovare la data del nostro battesimo, perché da lì è iniziata l’avventura di fede e di amore che ci ha fatto cristiani. Non stanchiamoci di continuare a passare dal “si” al “grazie”, per il dono ricevuto senza alcun merito.
1 gennaio 2025: santa Maria Madre di Dio
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 2,16-21
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Oggi ha inizio l’anno civile, nel nome di Maria santissima Madre di Dio e di Gesù suo Figlio. Come lei, siamo invitati a conservare le parole che abbiamo ascoltato in questo tempo di grazia, ma soprattutto ad accogliere il Verbo fatto bambino. Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi, lo abbiamo visto in faccia; la prima è stata Maria, sua madre. Questa sconvolgente novità ha fatto risplendere una luce eterna sull’intera umanità. Dio non è più frutto della nostra immaginazione, il suo volto sorprende ogni umano desiderio di divina invisibilità. Non abbiamo più bisogno di andarlo a cercare in cielo; è venuto lui a trovarci sulla terra, come abbiamo cantato nel tempo di Natale: «Piovano il Giusto le nubi: si apra la terra e germogli il Salvatore».
I pastori se ne andarono lodando Dio «per tutte le cose che avevano udito e visto». Sono loro i primi annunciatori della pace che viene dal cielo, donata a l’umanità che Dio ama: hanno visto il Bambino e lo raccontano. Anche noi, dunque, siamo chiamati a fare lo stesso: ad annunciare la pace, a diventare operatori di pace, nel nome del Signore.
Il messaggio di papa Francesco, per la 58esima giornata mondiale della pace, ha un tema collegato esplicitamente all’anno giubilare appena inaugurato: Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace. Le parole del papa – fin troppo isolate – sono un appello concreto ai potenti della terra, su almeno tre cose urgenti e inderogabili, che non dobbiamo lasciar cadere, e per le quali siamo tutti impegnati a pregare e a collaborare.
1. «Riconoscendo il debito ecologico, i Paesi più benestanti si sentano chiamati a far di tutto per condonare i debiti di quei Paesi che non sono nella condizione di ripagare quanto devono […].
2. Inoltre, chiedo un impegno fermo a promuovere il rispetto della dignità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, perché ogni persona possa amare la propria vita e guardare con speranza al futuro, desiderando lo sviluppo e la felicità per sé e per i propri figli […].
3. Oso anche rilanciare un altro appello […], per le giovani generazioni, in questo tempo segnato dalle guerre: utilizziamo almeno una percentuale fissa del denaro impiegato negli armamenti per la costituzione di un Fondo mondiale che elimini definitivamente la fame e faciliti nei Paesi più poveri attività educative e volte a promuovere lo sviluppo sostenibile, contrastando il cambiamento climatico. Dovremmo cercare di eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il proprio futuro senza speranza, oppure come attesa di vendicare il sangue dei propri cari. Il futuro è un dono per andare oltre gli errori del passato, per costruire nuovi cammini di pace».
22 dicembre: IV Domenica di Avvento
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 1,39-45
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Due donne s’incontrano nella casa di un villaggio di montagna. La più anziana riceve con gioia la visita della giovane cugina. Elisabetta, nella sua età avanzata, ha ricevuto la grazia insperata di un figlio tanto desiderato, con tutta l’esitazione incredula del marito Zaccaria. Maria, promessa sposa di Giuseppe, si è trovata di fronte alla più inimmaginabile sorpresa dello Spirito di Dio: da lei nascerà il Figlio dell’Altissimo. Entrambe sono in attesa di un bambino, del quale sanno già il nome, scelto dal Signore: si chiameranno Giovanni e Gesù.
Maria se n’è andata in fretta dal villaggio di Nazaret, forse anche per non farsi tormentare dalle chiacchiere di paese. Perciò, va a trovare colei che può capirla, e anche per aiutarla: gliel’ha detto l’arcangelo che la cugina è al sesto mese di gravidanza; rimane da lei per circa tre mesi, fino alla nascita di Giovanni.
Strette nell’abbraccio, s’incontrano madri e figli in un sussulto di gioia. Fuori e dentro, tutto si commuove. Non si entra in contatto mai da soli: c’è tutto ciò che siamo nell’abbraccio, tutto il peso e tutta l’intimità di una vita. Anzi, qui c’è la storia di una salvezza attesa, che supera ogni propria aspirazione. Per questo, le due donne hanno ricevuto grazia: Elisabetta, quella di generare il precursore; Maria, la pienezza del dono. Eppure non sono due strumenti inerti, ma due donne libere e coraggiose, con accanto uomini forti, che non si lasciano prendere dallo smarrimento.
Con un linguaggio struggente, così lo scrittore Luigi Santucci immagina il dialogo tra le due incantate gestanti:
«Elisabetta: “Ora un uomo è spuntato nel mio ventre: gli farò occhi per guardare i tramonti viola di Gerusalemme sulle cupole, voce per spaventare le antilopi del deserto, spalle per restar dritto al cospetto di potenti […]. E sono io mentre ti parlo che ricamo tutte queste cose attorno al suo chicco di carne, perché io non sono più sterile”.
Maria: “Io resterò qui nella tua casa, imparerò l’ombra che fanno i mobili seguendo il giro del sole, i vani dove il vento zufola sonoro, il diverso cigolare degli usci, l’odore di ciascuna erba dell’orto. La mia visita sarà lunga, finché io abbia potuto vuotare il mio cuore dello spavento e l’anima mia sia abituata a una gioia che ucciderebbe gli angeli e renderebbe pazze le pietre. Tu abbracciami e abbi pietà della mia gioia. Tienimi stretta mentre io canterò una sola volta per sempre ciò che a me sola, piccola come una goccia, è stato destinato”».
Con il termine “Visitazione”, la tradizione cristiana ha chiamato questo incontro di due più due. La parola gioia entra per la prima volta nei vangeli; la buona novella ha inizio qui, e la dobbiamo a quel sorriso invisibile, nell’oscurità di un grembo che sussulta. Il Signore ha fatto visita a questa umanità fragile e aperta al dono incontenibile del suo amore. Non ci resta che avvicinarci in punta di piedi al Natale di Gesù, come i pastori insonni, pronti a riconoscere l’annuncio degli angeli.
15 dicembre: III Domenica di Avvento
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 3,10-18
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Nella domenica della gioia, per l’imminente venuta del Signore, il brano evangelico si accende di luminosa concretezza. Il cuore si rallegra non per un entusiasmo sentimentale, ma per le cose pratiche che cambiano la vita. Tre categorie di persone – la gente, i pubblicani e i soldati – si presentano a Giovanni il battezzatore, sulle rive del Giordano, e chiedono: «che cosa dobbiamo fare?». All’immersione nelle acque del fiume bisogna che corrisponda un’uscita che rinnova la vita. Servirebbe a poco un rito senza le conseguenze nei fatti.
Magari, molti si sono avvicinati al Battista con curiosità, attratti dal suo stile alternativo; il suo invito alla conversione è risuonato nelle orecchie e nel cuore, ma ora si tratta di fare un passo in avanti, verso gli altri. Poi verrà colui che battezza in Spirito santo e fuoco. Adesso occorre preparare la strada: spianare i monti dell’egoismo e colmare le valli del ripiegamento su se stessi.
Alla folla, Giovanni indica la via della condivisione: «chi ha due tuniche le condivida con chi non ne ha, e chi ha qualcosa da mangiare faccia lo stesso». Vi è qualcosa di più dello spartire il superfluo: è accorgersi dell’altro, del suo bisogno, della sua indigenza, che significa avvicinarsi, farsi prossimo, senza aspettare che l’altro chieda.
I pubblicani, che praticano l’odioso mestiere di esattori delle imposte per conto degli oppressori romani, cosa devono fare? L’ordine del Battista è perentorio: «Non esigete nulla più di quanto vi è stato ordinato». Una cosa simile se la sentono dire anche i militari in servizio: «Non minacciate nessuno né estorcete nulla, e accontentatevi delle vostre razioni».
La tentazione di abusare del proprio potere sugli altri è all’ordine del giorno, specialmente per chi traffica denaro e maneggia le armi. Ciò non vale solo per loro, ma anche per noi: coniugi, genitori, insegnanti, ministri del culto, politici, amministratori. Chiunque abbia una relazione di responsabilità è esposto al rischio di approfittare della propria posizione dominante, per trarne vantaggio. La conseguenza è triste, per tutti, perché si vive nel timore: da una parte, di perdere il potere, dall’altra, di perdere la libertà.
Ecco allora il messaggio della domenica “gaudete”: il Signore Gesù viene tra noi per riconsegnare la libertà a tutti. Libertà di donare e condividere, libertà di accogliere e ringraziare. Il sorriso fiorisce sul volto chi fa un passo indietro rispetto alla propria affermazione, e un passo in avanti verso l’altro.
Giovanni Battista ci indica la strada: non è lui la via, ma solo colui che la prepara a Gesù: «Io vi immergo in acqua, ma viene chi è più forte di me». La forza del Signore si manifesterà presto nella sua estrema fragilità: nel bambino avvolto in fasce nella mangiatoia, bisognoso del calore del cuore di chi è pronto ad accoglierlo.
8 dicembre: Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 1,26-38
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

La solennità di Maria Immacolata ci invita a guardare, con intima dolcezza, a quella ragazza di Nazaret che il Signore ha preparato da sempre ad accogliere il suo Figlio, per donarlo a noi. Maria è la protagonista silenziosa dell’Avvento: insieme a lei, noi tutti ci disponiamo alla scoperta del volto umano del Figlio di Dio in mezzo a noi. Lei è stata la prima a sorridere al Signore in carne ed ossa: lo ha visto, lo ha abbracciato, l’ha nutrito.
Si affaccia oggi, così, il mistero del Natale di Gesù, grazie al sì libero e generoso di Maria. A questo evento decisivo per tutta la storia, ella si è disposta con la vita quotidiana, semplice, operosa, sognante. Insieme a Giuseppe, il suo futuro sposo, ha imparato ad amare e a prendersi cura, nel nome di Dio. Nel loro progetto ci sarà stata sicuramente la disponibilità ad accogliere figli. Ma ecco che sembra giungere inattesa una novità sconvolgente.
Maria è una ragazza sincera, perciò domanda, cerca di capire, riflette. Per quanto sia stata preparata ad una risposta affermativa, nel racconto dell’annunciazione traspare l’intreccio tra libertà e accoglienza: non sa bene come potrà avvenire ciò che le viene offerto, ma se si tratta di un figlio, ben venga. È l’amore dell’Onnipotente che saprà come fare, a lei non resta che dire: « Mi avvenga secondo la tua parola»; che potremmo anche intendere così: venga in me la tua Parola, il Verbo si faccia carne in me, io ci sono, lo aspetto.
Nella prima lettura, abbiamo visto la scena delle origini, dove l’uomo e la donna si nascondono, mentre il Signore li cerca. Nel brano evangelico, invece, dal Signore, che tramite il suo angelo cerca Maria, lei si lascia trovare. Certo, non senza timore e imbarazzo, ma con la trasparenza di un cuore impegnato dall’amore eppure libero e disponibile nei confronti di Colui dal quale nulla ha da temere.
Proviamo a metterci nei panni di Maria, e poi anche di Giuseppe. A noi sarebbe sembrato impossibile, e forse è stato così anche per loro. Infatti, l’angelo prosegue il dialogo, offrendo un argomento concreto: «Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio». Certo, si tratta di una situazione diversa, ma ciò vale a mostrare che, anche nella natura, «nulla è impossibile a Dio». Ma adesso, qui, siamo di fronte ad un salto spericolato della grazia, che va oltre ogni umana previsione: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra». Maria dice: «Eccomi», accoglie la proposta, l’angelo se ne va, lasciandola sola. Rimane Giuseppe. Con lui, anch’egli visitato in sogno, comincia l’avventura della nostra salvezza. I due giovani innamorati non vedono Dio come intruso nella loro vita, ma quale dono sorprendente, capace di trasformare il loro progetto in un amore più grande, per tutti, senza confini.
24 novembre: Gesù Cristo Re dell’Universo
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 18,33b-37
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Parlare di monarchia, al giorno d’oggi, risulta quanto meno sorpassato, fuori luogo e fuori tempo. Anche se le democrazie, nel mondo, non sembrano mantenere le promesse di governi migliori, partecipati, realmente rappresentativi. Persino la stessa storia del popolo ebraico non conservava una felice memoria dell’epoca monarchica. Al tempo di Gesù, poi, non erano certo esemplari l’imperatore romano o gli erodi.
Perché allora Gesù parla del suo regno, quando sa che può essere malinteso, come se minacciasse di sostituirsi ai sovrani del suo tempo, alimentando aspettative politiche? In effetti, poco dopo la nascita di Gesu, Erode, impaurito per la perdita del proprio potere, aveva ucciso molti bambini. Ora, in prossimità della passione, anche il prefetto romano Pilato lo interroga su questo: «Sei tu il re dei Giudei?» e, nonostante la risposta di Gesù, che va in un’altra direzione, egli scriverà così sulla croce.
È difficile spiegarsi per Gesù – «il mio regno non è di questo mondo» –; non si tratta del dominare gli uomini, di lottare per il potere. Egli non è venuto per questo, ma «per dare testimonianza alla verità». Pilato cerca di capire: l’esempio che Gesù cita, riguardo ai servi che non combattono per lui, non basta. Nonostante tutte queste complicazioni, noi cristiani celebriamo Cristo re dell’universo. Dunque, cosa significa? Che cos’è la signorìa di Gesù? Può davvero far tremare i potenti, al punto da doverlo eliminare? Paradossalmente, ciò che fa paura alle autorità religiose e politiche del suo tempo è la vulnerabilità del Signore: sorprende il suo essere inerme, pacifico, buono.
La questione può sembrare lontana da noi; in realtà ci riguarda. La domanda da farci è: a chi prestiamo fede? A chi merita dare ascolto e obbedire? Non per essere sottomessi, ma per diventare liberi. Perché accogliere la verità – che è Gesù in persona – significa proprio questo: affidarci a Colui che è venuto per servire e non per essere servito, e metterci a servizio degli altri, con amore e umiltà. Mentre ci sono uomini che non smettono di misurarsi sulla forza e il potere, il Signore continua ad offrirsi liberamente alla sua passione, in tutti coloro che non rispondono al male col male, che credono alla pace e non alla guerra.
Al termine di questo anno liturgico, il nostro sguardo è rivolto alla croce, dove Gesù è salito, per scendere nell’abisso della morte, e per salire ancora più in alto, al vertice dell’amore, nella gloria del Padre. Lui è il Signore degli umili, di tutti coloro che vuol strappare dalle innumerevoli croci sulle quali la storia tenta di inchiodarli. Eppure, lui è la Verità che rende liberi da ogni abuso di potere umano. Questa è la certezza della fede: Cristo nostra speranza. Il tempo di Avvento, ormai prossimo, ci introdurrà al Giubileo della speranza. Disponiamoci ad attraversare la porta della sua misericordia.
17 novembre: XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 13,24-32
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

Che cosa resta di questo mondo? Cosa rimane di questa umanità provata dai conflitti interiori e dalle lotte tra noi? A queste domande cerca di dare una risposta Gesù, nei discorsi escatologici, che ci accompagnano verso la fine dell’anno liturgico.
Siamo abituati a continue notizie negative: le guerre, gli sconvolgimenti metereologici per il cambiamento climatico, lo sfruttamento irresponsabile delle risorse del pianeta. Minacce di ogni genere, vicine o lontane, appesantiscono il cuore e la mente di tutti. C’è ancora speranza? Dov’è la promessa del Signore, che dice di essere venuto a salvarci?
Quando il ramo del fico diventa tenero e spuntano le foglie, sta per arrivare l’estate: è un esempio che dice qualcosa anche a noi. «Quando vedrete avvenire queste cose, riconoscete che il momento è vicino». Ma quale momento è prossimo? Si tratta forse della fine, o non piuttosto di un nuovo inizio? Gesù parla di ramo tenero, di estate imminente, e questo ci riempie di speranza, di fiducia: è la nuova creazione che passa attraverso le doglie di un parto.
Lo sguardo verso il futuro non deve scoraggiarci – sarebbe cedere alla tentazione del grande nemico, peraltro sconfitto –, perché il Signore non passa, le sue parole rimangono. Gesù è la Parola fatta carne per sempre. Per fede, sappiamo che con la morte e risurrezione di Gesù è iniziato il mondo nuovo; le sue frontiere attraversano i cuori spezzati, fasciati e risanati. Non preoccupiamoci di quando la scena di questo mondo finirà – non sa neppure Gesù il giorno e l’ora –; a noi interessa soltanto vivere l’attesa con gioiosa speranza che nulla andrà perduto. Il Signore raccoglie i cocci di questa umanità ferita e umiliata, per farne la sua ultima e più bella opera d’arte.
Ha un senso, allora, celebrare oggi la VIII Giornata mondiale dei poveri, che ha come tema: “La preghiera del povero sale fino a Dio” (Sir 21,5), accogliendo l’invito di papa Francesco a pregare per i poveri e insieme a loro. E poi, «Non dimentichiamo di custodire “i piccoli particolari dell’amore”: fermarsi, avvicinarsi, dare un po’ di attenzione, un sorriso, una carezza, una parola di conforto… Questi gesti non si improvvisano; richiedono, piuttosto, una fedeltà quotidiana, spesso nascosta e silenziosa, ma resa forte dalla preghiera. In questo tempo, in cui il canto di speranza sembra cedere il posto al frastuono delle armi, al grido di tanti innocenti feriti e al silenzio delle innumerevoli vittime delle guerre, rivolgiamo a Dio la nostra invocazione di pace. Siamo poveri di pace e tendiamo le mani per accoglierla come dono prezioso e nello stesso tempo ci impegniamo a ricucirla nel quotidiano».
10 novembre: XXXII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 12,38-44
In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Nel brano evangelico di oggi, Gesù mostra con due esempi concreti cosa intendeva il Signore, rivolto al profeta Samuele, in cerca di un re per il suo popolo: «io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore» (1Sam 16,7).
Nella prima scena, Gesù descrive il comportamento degli scribi – custodi della legge di Mosè –, ammantati di ampie vesti, alla ricerca di pubblico ossequio, in prima fila nelle sinagoghe e ai primi posti nei banchetti. Ma la loro segreta attività è depredare vedove e orfani, mentre pregano a lungo solo per ostentazione.
Gesù punta il dito su ciò che tutti sanno e vedono, ma non hanno la forza di contestare. Non rivela nulla di segreto: l’ipocrisia di chi cura l’aspetto esteriore, ma agisce male, è sotto gli occhi di tutti. Ha l’accento dei profeti la denuncia di Gesù: «Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri e per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro preda e per spogliare gli orfani» (Is 10,1-2). Può succedere che, in nome della legge di Mosè, si opprimano i più deboli. La religione dei precetti rischia sempre di dividere il mondo in due: ci sono gli eletti da una parte e gli scartati dall’altra.
Poi la scena si sposta nel tempio – l’altro caposaldo della religione d’Israele, accanto alla legge –, davanti alla camera del tesoro, dove si fa l’elemosina. Gesù vede una vedova povera che getta due spiccioli. Potrebbe tacere, il suo sguardo attento coglie qualcosa che sfugge a molti. Invece, egli chiama i discepoli e rivela ciò che lui solo ha percepito: a differenza di tutti gli altri, «lei invece, a partire dalla sua indigenza, ha gettato tutto ciò che aveva: la sua intera vita!».
Non è soltanto la condizione della povera vedova che qui risalta, ma il gesto che sgorga dal cuore, dalla profondità di colei che affida tutto ciò che ha al Dio che le hanno insegnato ad adorare. Ella non sa che la guardano davvero gli occhi del Figlio dell’Altissimo, seduto in silenzio vicino a lei.
Siamo così passati dall’invettiva profetica di Gesù, contro l’ipocrisia e l’ingiustizia degli uomini religiosi, alla tenerezza infinita del Signore, al quale non sfugge la verità del cuore. A chi voleva sapere qual è il comandamento più grande, ecco la risposta dei fatti: amare Dio con tutta la propria vita, nella semplicità che si affida, senza clamore.
Sono dunque scomparsi, in dissolvenza, i cattivi maestri, per lasciare ai discepoli il segno da cogliere e da seguire. L’invito è rivolto a noi, soprattutto nel momento in cui siamo più spinti dall’indignazione per l’incoerenza di alcuni, mentre vicino, di soppiatto, c’è chi, con umiltà, semina speranza e costruisce il bene senza rumore. E non solo: guardiamoci sempre dal giudicare le apparenze: perché è facile cadere nel tranello di apprezzare gli ipocriti e di disprezzare i poveri.
3 novembre: XXXI Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 12,28b-34
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

La discussione sul valore dei comandamenti della legge mosaica sembra appassionare molto gli interlocutori di Gesù. Dopo i sadducei, che lo hanno interrogato sulla risurrezione, adesso uno scriba – un tecnico della legge – gli domanda: «Quale comandamento è il primo tra tutti?».
Secondo il Talmud babilonese, i 613 comandamenti comprendono “comandamenti positivi”, gli atti che il credente deve compiere, e “comandamenti negativi”, quelli dai quali astenersi. Le proibizioni sono 365, che coincide con il numero di giorni dell’anno solare, e i precetti sono 248, ovvero il numero attribuito al numero di ossa e organi principali del corpo umano.
Le questioni vengono poste a Gesù, come se fosse un rabbino esperto, nel tentativo, a volte di capire come la pensa, altre volte per coglierlo in fallo e metterlo in difficoltà. Già questo modo di affrontarlo rivela l’incomprensione del suo modo di parlare e di agire. Ma Gesù non si sottrae: è disposto a perdere tempo, cercando comunque una via di dialogo.
La prima disputa che i vangeli ci raccontano avvenne nel deserto, col diavolo, condotta a colpi di citazioni bibliche. Adesso siamo di nuovo a discutere su ciò che conta di più. Interessa sapere come essere graditi al Dio d’Israele, che avrebbe promulgato una serie di norme per il suo popolo.
Gesù va alla sostanza: prende due passi biblici – anch’essi della Legge di Mosè – e li mette insieme: amare Dio e amare il prossimo. Punto. Tutto il resto è secondario. In realtà, egli risponde e non risponde, perché l’amore è libertà, creatività, non si può comandare, e se lo si comanda vuol dire che è un’esigenza alla quale obbedire col cuore, non per paura di non essere in regola. Amare espone, fa guardare oltre se stessi, sposta l’attenzione dall’io, che cerca di essere a posto, all’altro che ho di fronte: il Signore e le persone.
Lo scriba sembra apprezzare la risposta di Gesù, ed è interessante la sua osservazione conclusiva: amare «conta di più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Forse egli pensava ad una risposta tipo: “ricordati di santificare le feste”, ma viene colpito da ciò che sta a fondamento del culto. Gesù lo aveva già ricordato a scribi e farisei: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”» (Mc 7,6-7).
Il dialogo tra Gesù e lo scriba riguarda anche noi cristiani di oggi, spesso tentati di misurare la nostra conformità al volere divino sull’osservanza di regole. Non dimentichiamo che l’amore verso il Signore è sempre la grazia di una risposta al suo amore, e l’amore per gli altri esige molto di più dell’obbedienza a precetti e divieti: chiede di donare la vita, gratuitamente e senza misura.
27 ottobre: XXX Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 10,46-52
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Nel brano evangelico di oggi colpisce l’identificazione di un non vedente, seduto al bordo della strada a mendicare: si chiama Bartimeo, è figlio di Timeo. Uno scarto della società giudaica – uno che non vede, e perciò non è visto – ha un nome e un’origine. Diventa protagonista della scena colui che, per l’acquisita disabilità della vista, è destinato alla marginalità, anzi è persino abbandonato da Dio, perché considerato peccatore.
Il grido disperato del povero – «Figlio di David, Gesù, abbi misericordia di me!» – giunge potente alle orecchie di Gesù che gli passa vicino, nonostante l’insistenza di molti che lo vogliono zittire. Bartimeo invoca pietà, supplica il perdono: forse è consapevole di un’oscura pena che gli è inflitta, sicuramente più dagli uomini religiosi che da Dio, per una colpa che non ha.
Bartimeo ha sentito dire che c’è Gesù il Nazareno, sa della sua bontà, e della tenerezza con cui tratta le persone in difficoltà, perciò cerca di farsi udire in tutti i modi. Siamo di fronte alla fede di un disgraziato, che domanda grazia. Gesù lo lascia avvicinare – cosa disdicevole per uno trattato da indemoniato – e gli chiede: «Cosa vuoi che io faccia per te?».
Il resto è luce ritrovata, fuoco acceso nel cuore, gioia nuova della vita.
Cosa sappiamo noi del tormento di chi vive come un fantasma, senza alcuna dignità, cui si aggiunge il disprezzo alla pena? Quante volte ci dà fastidio la menomazione, la disabilità, la marginalità? Magari, nel migliore dei casi, ci sovviene un senso di pietà, ma difficilmente ci spostiamo da dove siamo. E se qualcuno di questi scarti ci avvicina, è facile irrigidirsi: cosa mi chiederà, cosa vorrà da me?
Gesù non si lascia avvicinare solo perché è il Signore potente, che purifica e risana, ma perché si lascia toccare il cuore, avverte dentro di sé la sofferenza dell’altro. È il Dio che non giudica chi già è giudicato dagli uomini, non scarta chi è già scartato, non spegne il lucignolo fumigante. Come credenti, abbiamo bisogno di questa conversione: dal sospetto all’accoglienza, dalla distanza alla prossimità, dall’imbarazzo alla naturalezza. Chi è ai margini sa già di non meritare nulla; la sua condizione, per quanto procurata da sé o da altri, è già punitiva. Ad un peso se ne deve forse aggiungere un altro?
Non si tratta che di ascoltare il cuore ferito col proprio cuore. Come ha scritto papa Francesco nella sua ultima enciclica Dilexit nos: «Identificandosi con i più piccoli della società (cfr Mt 25,31-46) “Gesù ha portato la grande novità del riconoscimento della dignità di ogni persona, ed anche e soprattutto di quelle persone che erano qualificate come ‘indegne’. Questo principio nuovo nella storia umana, per cui l’essere umano è tanto più ‘degno’ di rispetto e di amore quanto più è debole, misero e sofferente, fino a perdere la stessa ‘figura’ umana, ha cambiato il volto del mondo, dando vita a istituzioni che si prendono cura delle persone che si trovano in condizioni disagiate: i neonati abbandonati, gli orfani, gli anziani lasciati soli, i malati mentali, le persone affette da malattie incurabili o con gravi malformazioni, coloro che vivono per strada”» (n. 170)
20 ottobre: XXIX Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 10,42-45
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e disse loro:
«Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.
Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Due fratelli, figli di un pescatore, discepoli di Gesù, hanno un coraggio sfacciato – e persino ingenuo – nel presentarsi al maestro chiedendo di sedere ai primi posti, nella gloria che s’illudono di raggiungere insieme a lui. Con una calma olimpica, il Signore, invece di rimproverarli, coglie l’occasione per indicare la strada dell’ambito regno: «siete capaci di bere il calice che io bevo?». L’ombra della passione si allunga dinanzi agli ardimentosi Giacomo e Giovanni. Solo quando sapranno che accanto a Gesù ci saranno due ladri crocifissi, forse sarà chiara anche a loro la sorte degli amici più cari.
Gesù non vuole scoraggiarli, perciò indica un sentiero che percorrerà prima lui da solo, poi gli andranno dietro i discepoli. Per ora basta sapere che, quando si ambisce alle posizioni di rilievo, bisogna mettere in conto la rinuncia al potere sugli altri. Ma questa non è una strategia: stiamo da parte, e poi all’ultimo saltiamo fuori, e passiamo avanti a tutti. C’è solo da guardare a lui, al Signore e Maestro, che si è fatto servo e schiavo di tutti: «il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto a farsi servire, ma a servire e dare la sua vita come riscatto per la moltitudine».
Qui entra in gioco l’idea che ci siamo fatti del potere, di quello divino e di quello umano. Se pensiamo che l’onnipotenza di Dio consista nel dominio sul mondo e sulle creature, siamo fuori strada: non esiste un Dio padrone; se ce lo aspettassimo così, dovremmo accusarlo costantemente di assenteismo. Allora, come spiegare la sua debolezza rispetto alle ingiustizie e alla violenza umana, cui non pone argine? Il suo premio ai buoni e la sua punizione ai cattivi è solo rimandata al giudizio finale?
La proposta di Gesù rovescia la nostra visione umana, rivelando il volto amoroso di un Dio, suo Padre, che usa infinita pazienza con i cattivi e incoraggia i buoni a resistere al male; che, invece di annientare, dona sempre nuove occasioni di vita, anzi, dona la propria vita per amore di tutti.
«Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore». Questa indicazione ribalta radicalmente il senso del potere umano, alla luce di quello divino. Se Gesù, che è il Maestro e Signore, si china a lavare i nostri piedi, vuol dire che per salire all’altezza di Dio bisogna scendere negli abissi umani, per farsi piccoli con i più deboli e umili con i sofferenti.
Questa è la strada percorsa dal Signore: a lui ci affidiamo, con tutte le nostre fragilità e resistenze, per imparare a servire e non a dominare.
13 ottobre: XXVIII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 10,17-30
In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Il racconto evangelico di oggi lo conosciamo. Un giovane ricco corre entusiasta da Gesù, desidera sapere come fare per avere la vita eterna. Vuol dire che crede, si fida, sa che il Maestro è buono, e saprà indirizzarlo bene. Insomma, si attende un consiglio prezioso da uno che conosce la via – ma non ha ancora scoperto che lui è la Via.
Gesù rimanda il ragazzo ai comandamenti, a quel Dio buono, della legge, che chiede obbedienza ai precetti e ai divieti. Lo segue nella sua aspirazione: osservare regole, essere a posto, e andare in paradiso. Tutto questo il giovane l’ha già fatto, ma sembra che non basti, perciò chiede a Gesù un suggerimento ulteriore. E qui avviene il cambio di passo: «Allora Gesù, fissato lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse».
Se davvero il giovane vuole fare qualcosa in più, ha davanti a sé la persona giusta: colui che lo fissa negli occhi, chiede accesso al suo cuore, lo chiama ad uscire da sé, per accorgersi degli altri, dei più poveri, per liberarsi dal peso delle sue sicurezze. Il ragazzo non si aspetta di essere coinvolto così profondamente, chiede solo un saggio consiglio, non di mettere in gioco tutto se stesso. E la tristezza lo avvolge, cala sul suo volto, se ne va.
Qui siamo tentati di giudicare. Al posto di Gesù, noi saremmo delusi. Invece, quello triste è il giovane, non il Signore. Il suo sguardo amoroso non si ritira da lui, continua a seguirlo, magari con la speranza che ci ripensi e torni indietro. In fondo, è capitato altre volte: con uno dei dieci lebbrosi purificati, con il figlio che non vuole andare a lavorare nei campi e ci ripensa, con Pietro pentito dopo il rinnegamento. C’è sempre un’altra possibilità che il Signore ci offre. Nulla è mai del tutto perduto per lui.
Subito dopo, l’evangelista Marco introduce la scena del dialogo con i discepoli, impressionati da quanto è successo col giovane. Gesù fissa lo sguardo anche su di loro, su quelli che hanno lasciato fare a Dio, cui tutto è possibile. Alla propria casa, ai propri campi, ai propri parenti si aggiungeranno altre case, altri campi, altri fratelli e sorelle. La famiglia si allarga, ciò che sembra perduto viene ritrovato, anzi moltiplicato, nella nuova condizione del discepolato.
Con Gesù, si diventa ricchi quando si mette un po’ da parte se stessi, quando il cammello dell’io si sgonfia, e riesce a passare per la porta stretta del Vangelo della condivisione, del dono, della gratuità. Certo, non sarà facile, ma qui è in gioco la fiducia, anzi la fede nel Signore al quale niente è impossibile.
Facciamo, dunque, attenzione a non fermarci di fronte alle storie evangeliche interrotte. Come non sappiamo se il fratello maggiore del figliol prodigo è entrato in casa dopo l’insistenza del padre, così non sappiamo se il giovane ricco ci ha ripensato. L’incontro con Gesù non è mai inutile e senza effetto. E questa è la speranza che vale per noi e per tutti.
22 settembre: XXV Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 9,30-37
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Lungo i sentieri di Palestina, Gesù fa incontri, guarisce malati, caccia demoni, ridona speranza agli sfiduciati e insegna ai discepoli. Ma, per non alimentare false aspettative sulla propria illimitata potenza, annuncia il suo destino doloroso: «il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno». Questa è la parola che spaventa. Ciò che segue appare incomprensibile: «una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».
Stare con un Maestro che opera prodigi e predice la propria sconfitta non è semplice: chiunque di noi resterebbe confuso. Come può colui che è investito della potenza di Dio salvare gli altri e perdere se stesso? I discepoli «ignoravano il senso di questa parola e avevano timore di interrogarlo». Sulla eventuale tragica sorte di Gesù si allunga anche l’ombra del fallimento di coloro che lo seguono.
Per la strada, gli amici del Signore preferiscono parlare d’altro, e spostano l’attenzione da lui a se stessi: discutono su chi è il più grande tra loro. Forse è il modo di guardare alla parte vincente della storia: non si rassegnano alla disfatta. Una volta scoperto questo dialogo imbarazzante, Gesù interviene, si siede e parla ai dodici. Non c’è nulla di male a volere essere il primo, basta sapere qual è la condizione: il primo sarà l’ultimo e il servo di tutti. Proprio come lui, che non è venuto per essere servito, ma per servire, e dare la vita per tutti.
La croce, che si staglia all’orizzonte, non è lo smascheramento di un potere debole, la fine di un’illusione, ma la conseguenza dell’amore senza riserve, che offre e si lascia prendere, dona e perdona, accoglie e va oltre il rifiuto. Gesù va guardato come un bambino: con gli occhi dei piccoli, perché lui, il Signore, si è fatto piccolo, alla portata di tutti, indifeso e obbediente al Padre, che lo ha inviato.
Il brano evangelico di oggi ci invita a riflettere sulle nostre aspettative di credenti, talvolta delusi dalle non immediate risposte del Signore, specialmente nell’ora della prova. Egli continua a chiederci fiducia, pazienza, umiltà.
La segreta aspirazione dei discepoli – chi è il più grande? – forse è anche la nostra, quando ci confrontiamo con gli altri. Gesù non ci rimprovera per questo: ci avverte soltanto di essere pronti a non tirarci indietro nel momento in cui, per diventare i primi, dovremo imparare a stare con gli ultimi, con i più piccoli e più deboli. Perché è lì che egli si è nascosto, e per riconoscerlo occorrono occhi che si volgono dal basso in alto. Ma si può fare anche diversamente: basta ricordare ciò che papa Francesco disse ai giovani a Lisbona nel 2023, nella veglia per la Giornata mondiale della gioventù: «l’unica volta in cui è lecito guardare una persona dall’alto in basso è per aiutarla a rialzarsi».
15 settembre: XXIV Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 8,27-35
In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».
Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

Il vangelo di oggi ci pone di fronte alla novità radicale di Gesù, in modo delicato, progressivo, sorprendente. Egli la prende larga: «Chi dicono gli uomini che io sia?». Sembra un sondaggio, a prima vista. In realtà, a lui interessa sapere che spazio ha nel cuore dei suoi amici e, per segnalarne la differenza, si fa dire cose del passato, quelle già viste: Giovanni il Battista, Elia, uno dei profeti. Guardare indietro serve a cambiare sguardo.
«Ma voi chi dite che io sia?». Una traduzione antica, che non suona tanto bene. Forse sarebbe meglio intenderla così: Cosa pensate di me? Quanto conto io per voi? Gesù non è la risposta alle nostre domande: lui è la domanda. Niente che assomigli ad altri. La sua novità si avverte col cuore, o ci si fida o niente. Vuole sapere dell’amore, e questo spinge avanti, non indietro.
Pietro si lancia: «Tu sei il Cristo!». Forse neppure sa cosa sta dicendo, ma è il cuore che parla. E quando sente il Maestro che annuncia il proprio destino tragico, da amico, cerca di proteggerlo. Ecco che qui si butta troppo avanti, si mette di fronte a lui. Meglio rimettersi dietro, altrimenti dopo l’ispirazione alta di riconoscerlo come Cristo, avanza quella tutta umana di chi intende male.
Non deve meravigliarci la contraddizione di Pietro: è la nostra, quando si mescolano amore e paura, fiducia e timore. Gesù accoglie l’una e l’altra, sa bene che stargli dietro, seguirlo e continuare a fidarsi anche nel momento della prova non è semplice. Perciò, chiede disposizione a donare la vita, invece che a proteggersi.
La novità sconvolgente di Gesù sta proprio in questa complessa vicenda d’amore: un Dio che non detta leggi, ma sta vicino, accoglie gli slanci e le frenate, fa vibrare il cuore e lo accarezza quando trema. Egli sa che cosa proviamo di fronte a lui, per questo mai si scoraggia dinanzi alle nostre incertezze. Sarà lui – se siamo disposti a rimanergli vicino – a trascinarci con sé, in mezzo agli altri, verso il dono pieno della vita, che viene dalla sua morte e risurrezione.
Non ci resta che rispondere alla sua domanda: quanto conto per te? Ognuno sa che senza di lui non possiamo far nulla, e ciò che siamo è dono della sua grazia, mescolato a tutta la nostra fragilità, che egli ama e risana.
1 settembre: XXII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 7,1-8.14-15.21-23
In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate
la tradizione degli uomini».
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Lo scontro verbale tra Gesù e i farisei e gli scribi, sulla tradizione levitica – che dapprima riguardava i sacerdoti, e poi viene estesa a tutto il popolo –, rivela una profonda distanza tra il Vangelo e la legge e il culto d’Israele. Le espressioni di Gesù risuonano con forza: «Tralasciando il comandamento di Dio, voi vi attaccate alla tradizione degli uomini! Annullate bellamente il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione!».
Siamo di fronte a due modi sostanzialmente opposti di guardare a Dio e all’uomo. Nei confronti di Dio, le autorità religiose ebraiche credono di ottenere gradimento mediante l’osservanza di pratiche cultuali, come lavaggi di mani, cibi, calici, stoviglie, piatti di rame e divani. Per Gesù, conta il cuore aperto alla misericordia del Signore, che vede in profondità la persona, con i suoi limiti e i suoi desideri di bene.
Mentre i farisei immaginano Dio, e se lo rappresentano come un legislatore, burocrate e controllore della precisione di gesti esteriori, Gesù sposta l’attenzione sullo sguardo di Dio nei confronti delle persone. I primi partono da se stessi, costruiscono un Dio vigilante, la cui attenzione è rivolta alla forma, Gesù rivela il volto di un Padre che ascolta più il cuore delle labbra.
Cosa significa tutto questo per noi oggi? Molte persone hanno ricevuto una formazione religiosa piuttosto simile a quella familiare, dove giustamente si apprendono – o almeno si imparavano nel passato – buone regole igieniche, educative, di comportamento, che poco hanno a che fare con la cosiddetta “volontà di Dio”. Sono norme umane, utili per la buona educazione, ma nulla di così alto da provenire dal cielo.
Gesù fa fatica a spostare l’accento dai precetti umani a quelli divini; incontra resistenza, probabilmente perché è l’ordine sociale e religioso che interessa ai capi del popolo, preoccupati di controllare la vita dei fedeli. Ma al Padre del cielo non importa tutto questo: egli guarda a ciò esce dal cuore; Dio non vede l’uomo come l’uomo immagina Dio.
Gesù è venuto proprio a rovesciare la prospettiva: dato che non possiamo immaginare Dio, e soprattutto non è lecito crearlo a nostra immagine, ecco che lui ne svela il volto amoroso e compassionevole, insieme a quello esigente ed impegnativo, che domanda sincerità di cuore, coscienza limpida e coraggiosa.
Chiediamo al Signore che ci liberi dal sentirci a posto con lui e con gli altri quando osserviamo le regole, magari attenendoci al minimo, a ciò che costa meno. Gesù ci chiede di fare un passo in avanti, non solo di “non” fare il male, ma di fare il bene, senza trattenere nulla per noi. Il Vangelo domanda al cuore di aprirsi, non di dosarsi; chiede alla coscienza di amare senza riserve. Se non accogliamo questa spinta propulsiva della vera rivoluzione d’amore, rimarremo prigionieri dell’idea di un Dio creato da noi.
25 agosto: XXI Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 6,60-69
In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Alla fine di un discorso iniziato con la sorprendente esperienza della moltiplicazione dei pani e dei pesci, proseguito nella sinagoga di Cafarnao sulla manna del deserto e il vero pane del cielo, Gesù si trova davanti uno sconcerto generale: “Da quel momento molti dei suoi discepoli si tirarono indietro, e non andavano più con lui”.
Non è bastato il segno, né il confronto col passato dei padri dell’esodo, per persuadere i suoi ascoltatori di trovarsi davanti una novità inaudita. Dio non vuol sfamare solo lo stomaco, anche se è stato capace di farlo. Il passato e il presente sono annunci di una nuova presenza, che vuol raggiungere la profondità della vita, del cuore, dell’anima. Gesù in persona vuol stare con noi, desidera entrare in comunione intima, non gli basta dire cose e fare gesti: la sua carne e il suo sangue sono per noi, tutto di lui è per ciascuno di noi.
“Duro, questo discorso! Chi può prestarvi ascolto?”, gli rispondono. Trovarsi di fronte al “troppo” di Dio appare irricevibile. Non ce la fanno a capire, o meglio, a fidarsi di ciò che non sembra loro possibile, perché nessuno di noi potrebbe immaginare tanto. Ma per Gesù questo è solo un test, per vedere come i suoi amici potranno immaginarlo ancora con loro, una volta crocifisso, morto e sepolto. Lui sta guardando avanti, loro sono paralizzati nel presente. Dunque, se vogliono, possono tirarsi indietro, possono andarsene.
Ci sono momenti di crisi nella vita di ciascuno di noi, nella vita di fede come nelle esperienze umane. C’è un momento nel quale si è tentati di mollare, di chiudere, di lasciar perdere. Ed è lì che il Signore mostra a che punto arriva l’amore: lascia liberi, ci mette di fronte a noi stessi, mentre lui resta lì davanti ad aspettare. Non ci ricatta, non ci mette di fronte a tutto il bene ricevuto, non induce il senso di colpa. Con la tristezza nel cuore, egli è pronto a lasciare la corda lunga, ma non ad abbandonarci, mai.
L’episodio del vangelo di oggi è particolarmente significativo. L’istinto di Pietro – che nei vangeli torna ripetutamente – ci consola: “Andarcene da chi – Signore? Tu hai parole di vita eterna! E noi abbiamo creduto e riconosciuto che tu sei il Santo di Dio!”. Pietro risponde per sé e per gli altri discepoli. Non ce la fa a mollare, glielo dice il cuore, sa che le parole di Gesù l’hanno afferrato, gli restano dentro. Ed ecco che si apre la porta serrata dalla paura: Gesù potrà entrare col suo corpo e il suo sangue. Questa è la promessa. Questa, per noi oggi, è la realtà. Gesù rimane con noi fino alla fine del tempo, nell’Eucaristia e nei poveri e più vulnerabili.
14 luglio: XV Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco Mc 6,7-13
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Con il brano del vangelo di oggi, vediamo Gesù imprimere una svolta al proprio ministero tra la gente: invia i Dodici, quelli che ha chiamato per stare con Lui, e li manda ad annunciare il suo Vangelo per i villaggi della Palestina. Dovranno portare Lui, la sua parola, non loro stessi. Per cominciare questa nuova avventura, il Maestro dà loro alcune preziose indicazioni, che valgono anche per la Chiesa di ogni tempo, quindi anche oggi, per ciascuno di noi.
Primo: non devono andare da soli, ma in due. Questo è sigillo della comunità: non si è discepoli del Signore a titolo privato; il segno della sua presenza è la relazione tra i credenti; da come saranno capaci di mostrare intesa, comunione e armonia dipenderà l’efficacia della testimonianza. È un’indicazione importante anche per noi, abituati come siamo all’individualismo, alla pratica religiosa limitata a gesti formali e solitari, anche quando partecipiamo a celebrazioni comunitarie.
Secondo: debbono portare con sé solo l’essenziale – un vestito, un paio di sandali, un bastone –, e possiamo immaginare il disagio nel bussare alle porta di casa, dopo un lungo viaggio, assetati, polverosi, senza ricambio. È lo stile di chi si presenta come un indigente, bisognoso di accoglienza, che mentre dona una buona notizia, ha pure necessità di ricevere. Per rendere credibile il messaggio di Gesù non sono necessarie sovrastrutture materiali, ideologiche, persuasive. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, e ciò che si dona vale di per sé, non per l’abilità di chi pretende di convincere.
La terza indicazione, infatti, consiste proprio nella libertà che riguarda sia il discepolo missionario sia il destinatario: “Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi”. Non è lo sdegno rabbioso dell’incompreso, ma la naturale reazione di chi ha chiesto permesso e ha trovato la porta chiusa: pazienza, si va avanti, si va oltre, nessun problema.
Bene, queste sono le indicazioni, ma quale effetto avrà questo primo tentativo di vedere come funziona la Chiesa di Gesù, mandata per i villaggi della Palestina, nella sua forma embrionale? Anzitutto, non si parla di nuovi seguaci, di gente che si aggrega. C’è però una cosa importante, con la quale si apre e si chiude il brano: Gesù “dava loro potere sugli spiriti impuri”; “scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”. L’efficacia della missione dei Dodici sta nella potenza di Gesù che li accompagna: il male non ha posto, se ne deve andare.
Coloro che soffrono, nello spirito e nel corpo, all’incontro con i discepoli del Signore, hanno il diritto di trovare speranza, liberazione, sollievo. Serve solo un po’ di fede e un po’ di amore: la missione dei credenti dipende da Gesù, al quale credere e nel cui nome servire.
7 luglio: XIV Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 6,1-6
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Gli abitanti di Nazaret, compaesani di Gesù, mentre lo ascoltano insegnare nella loro sinagoga, restano impressionati, ma in senso negativo. Si chiedono, infatti, dove ha imparato tutto questo. L’hanno visto crescere in paese, senza particolare istruzione; faceva l’artigiano, come suo padre Giuseppe, il falegname; sanno chi è sua madre, i suoi parenti più stretti, tutta gente normale. Insomma, niente di straordinario nella vita di questo giovane, che adesso fa da maestro, senza pedigree.
La normalità di Gesù, invece di essere motivo di orgoglio, è occasione d’inciampo, di scandalo. Questa circostanza dà modo a Gesù di riferirsi alla condizione del profeta: uno che non trova accoglienza proprio a casa sua; anzi, proprio qui incontra meraviglia negativa e persino disprezzo.
Purtroppo, il Vangelo di Gesù continua anche oggi a fare questo effetto, per molta gente, che preferisce andare in cerca di segni straordinari, cadendo preda dell’inganno e dalla manipolazione di falsi profeti. Proliferano, infatti, sedicenti eletti, ammantati di pretese messianiche, che annunciano visioni, messaggi divini, insieme a catastrofi e disastri imminenti.
Sembra che al divino debba sempre associarsi qualche fenomeno sconvolgente, che irrompe nel quotidiano tramite questi falsi mediatori. A questa duplice tendenza dell’animo umano – di credersi eletti dall’alto, da un parte, e di andare in cerca di illusioni, dall’altra – Gesù risponde con la sua esistenza semplice, ordinaria, fatta di cura dei più fragili, di misericordia verso i peccatori, e di amore per tutti.
I segni che talvolta Gesù compie sono solo annuncio dell’unico segno pienamente salvifico, che sarà la sua morte e risurrezione: tutto il resto è secondario, marginale, facoltativo. Ciò che conta, per il cristiano normale, è credere in Gesù Signore e amare tutti, senza riserve. Questo è il fatto straordinario cui siamo chiamati a dare fiducia.
Alcuni vanno a cercare Dio nei segni del sole, delle stelle, delle nubi in cielo; altri si affidano a veggenti latori di messaggi persino mariani, carichi di minacce apocalittiche; altri ancora danno credito a presunti custodi di tradizioni immutabili, profeti di una Chiesa di puri.
Bene, tutti costoro dimenticano che per Gesù, il buon grano cresce insieme alla zizzania, anche nel campo misto che è la Chiesa. Dimenticano che il vero profeta non si mette in evidenza, non cerca protagonismo, né aspira a diventare martire. Solo un testimone dell’amore è credibile, perché disposto a farsi da parte – come Giovanni Battista –, per aprire la strada all’unico Signore, da seguire sull’incerto sentiero della fede, nel chiaroscuro del quotidiano, dove solo la carità ha il potere di illuminare anche le notti più oscure dell’umano in cui Dio è venuto ad abitare.
12 maggio: Ascensione del Signore
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 16,15-20
In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Quaranta giorni dopo la morte e risurrezione del Signore, è giunto il momento dei saluti. Gesù torna dal Padre che lo ha mandato, è compiuta la sua missione, tra non molto verrà lo Spirito, l’altro Consolatore. Tutta la vicenda di Gesù è posta sotto il segno della movimento: lui è venuto nel mondo, dopo verrà lo Spirito santo, poi toccherà ai discepoli andare fino ai confini della terra. Uscire dalla propria zona di conforto, andare verso gli altri, mettersi in cammino: questo è il movimento di Dio e della Chiesa. Non sono abbandoni, ma nuovi incontri; non si lascia nessuno, si va incontro a tutti; non ci si priva di qualcosa, si trova tutto. Per questa ragione, gli amici di Gesù non si lasciano prendere dalla tristezza per un’altra perdita del loro maestro ritrovato.
L’ascensione di Gesù è l’inizio della sua nuova esistenza, nel seno della Trinità divina, dove porta la carne ricevuta da Maria, segnata dalle ferite ricevute in casa dei suoi amici, trasfigurata e gloriosa per sempre. Quel corpo offerto liberamente e per amore di tutti, ora e in eterno siede alla destra del Padre, dove prepara un posto per noi, accanto a sé, tra le sue braccia.
Lo sguardo dei discepoli – e quello di ciascuno di noi – si rivolge in alto e in basso, al tempo stesso. In alto, oltre ciò che vediamo, in attesa del destino che ci attende, dove abita la speranza della vita senza fine, al di là della cortina del dolore e della morte. In basso, sulla terra, dove Gesù rimane con noi tutti i giorni, fino alla consumazione del tempo, nell’Eucaristia e nei poveri, che avremo sempre con noi.
Il compito che ci è affidato è preciso: «Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo a tutta la creazione!». Muoversi, spostarsi da dove siamo, farci prossimo, per raccontare quella storia d’amore che ci ha trasformati. Gesù promette segni che accompagnano la fede dei discepoli, che non vanno ridotti solo a fenomeni soprannaturali. Se fosse così, andremmo solo in cerca di cose straordinarie, e purtroppo per tante persone, oggi soprattutto, il sacro si riduce al sensazionale.
Cacciare i demoni, perciò, vuol dire anzitutto combattere il male ovunque si trovi. Parlare lingue nuove significa trovare il modo di comunicare il vangelo con un linguaggio comprensibile a tutti. Afferrare serpenti e bere veleno vuol dire non temere gli ostacoli e le avversità che incontreremo. Imporre le mani ai malati, per ridonare salute, significa curare le piaghe dei cuori spezzati, con la carezza dell’amore e della misericordia.
Che il Signore risorto e asceso al cielo ci doni il coraggio di uscire da noi stessi, dalle nostre comodità, per annunciare a tutti, con umiltà, la speranza che non delude. Gesù è il Signore, il Dio che si è fatto uomo perché diventiamo più umani, dal momento che l’umanità del suo Figlio rimane in Dio per sempre, e un giorno tutti noi con lui.
28 aprile: V Domenica di Pasqua
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 15,1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

L’immagine della vigna, già cara alla memoria profetica del popolo d’Israele, riceve una nuova ed inedita luce nelle parole di Gesù. Lui è la vite, i credenti sono i tralci, e il Padre è colui che se ne prende cura, come fa l’agricoltore. Sono parole rivolte direttamente a noi, perché ci rendiamo conto dell’intimo legame che il Signore stabilisce con i suoi amici. Il rapporto con ciascuno di noi viene da lui, dalla sua iniziativa: i tralci ricevono la linfa dalla vite. Questo è il primato della grazia: non siamo noi ad aver scelto lui, ma è il Signore che ci ha fatto dono della sua presenza, della fede.
Alla luce di questa certezza, il discepolo si fa attento alle parole di Gesù, per rimanere attaccato alla sorgente, pena il rischio di inaridirsi nel cuore, di perdere vitalità. Egli fa un’affermazione forte, che non saremmo disposti ad ascoltare da nessun altro: «se non dimorate in me non potete far nulla». Invece di pretendere una dipendenza oppressiva, Gesù offre la certezza di saperci tenere stretti a sé. Questa garanzia ci permetterà di ritrovare sempre la strada – lui è la Via – soprattutto nei momenti in cui ci sentiremo smarriti, disorientati, in balìa di noi stessi o degli altri.
Ci sono legami che vincolano, riducendo la libertà, e un altro che protegge e cura lasciandoci veramente liberi: il Signore oggi ci parla proprio di questo. I tralci uniti alla vite, che vengono potati, porteranno frutto. Non ognuno per conto suo, ma tutti insieme: i grappoli d’uva diventeranno vino solo una volta raccolti e messi insieme. Emerge così il doppio rapporto che il Signore stabilisce con ciascuno di noi e tra noi: la fede personale e la relazione con gli altri, con la comunità dei credenti, la Chiesa.
San Giovanni, nella seconda lettura di oggi, ha chiarito bene il desiderio del Signore: «Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato».
Non ci resta dunque che custodire le parole di Gesù, per rimanere in lui e portare frutti di carità in mezzo alle persone con cui viviamo, a quelle che incontriamo, specialmente le più deboli e fragili, perché lì il Signore è presente.
17 marzo: V Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 12,20-33
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Alcuni ebrei di lingua greca, che vivono fuori d’Israele, nella diaspora, salgono a Gerusalemme per la festa; hanno sentito parlare di Gesù, e desiderano vederlo. Chiedono informazioni ai due discepoli che hanno un nome greco: Filippo e Andrea. Non sembra che a loro interessi sentirlo parlare, vogliono vedere. È il diverso modo di cercare, proprio dei greci, rispetto all’udire la Parola, caro agli ebrei.
Ascoltare e vedere sono verbi della percezione, complementari, che indicano la sete di conoscenza. L’ascolto e la visione mettono in contatto. Ma quando Gesù si avvicina, avviene un salto; egli sposta l’attenzione, si rivolge al cuore, con la più breve parabola presente nei vangeli: «se il chicco di grano caduto in terra non muore, resta solo. Se invece muore, porta molto frutto».
È un invito a scendere in profondità, a spostare lo sguardo in basso, dove tutto appare lontano da Dio. Dare la vita invece di possederla, servire anziché dominare sono i cambiamenti radicali che Gesù propone, ma che soprattutto lo riguardano nei fatti, prossimi ad accadere.
Anche il quarto evangelista ci consegna la traccia del turbamento che, nel Getsemani, sconvolgerà il cuore del Signore. Deve aver fatto davvero impressione il ricordo di questo momento, se anche l’autore della lettera agli Ebrei l’ha custodito e trasmesso: «Egli, durante i giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con un forte grido e con lacrime a colui che poteva salvarlo da morte e fu esaudito per il suo pieno abbandono a Dio».
Si avvicina l’ora oscura della sofferenza, dove si affaccia la gloria, quella del Padre, la cui voce consolante risuona per il Figlio e per tutti. Nel brano evangelico di oggi, emerge in modo sorprendente la consapevolezza di Gesù, Figlio obbediente che impara, attraverso la prova del dolore, cosa vuol dire stare dalla parte dell’umanità, senza fuggire.
Il Dio che vorremmo vedere – e sembra sottrarsi, chiuso nel suo cielo impenetrabile – è qui con noi, nel vortice delle cose umane, pronto a donarsi e, al tempo stesso, impaurito, bisognoso di sostegno, e perciò rivolto al Padre, al quale sa di andare incontro.
In questo modo, si dischiude uno spiraglio nel cuore di Dio. Ecco l’immagine e la somiglianza impressa da lui in noi creature: vulnerabili, assetate d’amore, chiamate alla pienezza di vita, ma non risparmiate dalla prova estrema del dolore e della morte.
Il paradosso della fede cristiana sta proprio in questo capovolgimento: l’altezza di Dio è sulla croce, nell’abisso dell’amore senza riserve. È là che si fa vedere il Signore, perché «una volta innalzato da terra, io attirerò tutti a me».
25 febbraio: II Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 9,2-10
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Grazie a Dio – come rispondiamo alla fine della prima e della seconda lettura –, la liturgia della Parola culmina nel passo del Vangelo, con la parola del Signore. Perché oggi si fa fatica a cogliere la continuità tra il brano del Primo Testamento e la rivelazione di Gesù – com’è capitato recentemente col racconto del lebbroso purificato. In quel caso, avevamo di fronte l’assoluta proibizione di avvicinare chiunque, da parte dell’immondo lebbroso, secondo la legge di Mosè. Oggi, con il sacrificio di Isacco, chiesto ad Abramo a riprova del suo timore di Dio, rischia di venirci trasmessa l’immagine di un Signore che induce in tentazione – come ripetevamo anche nel Padre nostro – di fronte alla persona più cara, il figlio, peraltro ricevuto come dono insperato.
Chi è stato abituato a leggere la Bibbia cominciando dalla Genesi, invece che dal Vangelo, forse porta ancora impressa l’idea di un Dio che legifera, combatte, punisce e perdona, ma è quasi sempre scontento. Non è proprio l’immagine che Gesù presenta del Padre; anzi, è il Padre stesso che fa udire la propria voce piena di amore: «È questo il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!».
Per entrare nel cuore della fede cristiana occorre iniziare sempre da Gesù: è lui che toglie il velo alla figura nascosta di un Dio troppo simile all’uomo nei suoi aspetti peggiori, svelandone il volto amoroso e la potenza salvifica.
La metamorfosi di Gesù, avvenuta sul monte, dove i discepoli immaginano di essere entrati in un sogno, ne anticipa il destino doloroso e glorioso. Sullo sfondo si staglia la scena della sua passione, dove il Figlio è donato al mondo dal Padre, perché questo ascolti l’amore non amato.
Siamo posti così di fronte al nuovo e imprevisto scenario dell’amore che accoglie persino il rifiuto, lo perdona e rilancia l’offerta di sé, senza riserve, senza confini. Il cammino quaresimale, oggi, ci spinge a fare un passo in avanti, a guardare più in alto, al monte della trasfigurazione, dov’è anticipata la gloria che seguirà i giorni oscuri della passione e morte del Signore, su un altro monte, il Golgota, che assomiglia di più all’abisso.
L’immagine di Dio che ci viene svelata è inedita. La conversazione di Gesù con Mosè ed Elia, alla presenza dei discepoli, suggerisce l’ardito passaggio dalla incerta attesa di un Dio potente alla rivelazione del Signore umile, incamminato verso il dono della propria vita per la salvezza di tutti.
Abbiamo bisogno di conversione, anzitutto nei pensieri che ci fanno rivolgere a Dio come se dovessimo raggiungerlo con le nostre forze, per essergli graditi con i nostri sacrifici. L’unico vero sacrificio l’ha fatto lui per noi. Non ci resta che accogliere il suo dono, e rispondergli con amore.
Dunque, l’esistenza cristiana, più che un’ascesa accidentata verso il monte della perfezione, è una discesa nella turbolenta vita della pianura, dove il Signore è venuto a curare le nostre pene, per farci risorgere dai morti con lui.
18 febbraio: I Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 1,12-15
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

L’esperienza di Gesù nel deserto, per quaranta giorni, è raccontata dall’evangelista Marco in modo estremamente conciso. Egli si limita a dire che fu lo Spirito a spingerlo là, dove Gesù decise di restare, tentato da Satana, in compagnia di bestie selvatiche e di angeli. Un quadro essenziale, ma significativo dell’esperienza che noi tutti possiamo intuire, nel momento in cui, raccolti in preghiera o intenzionati al bene, incontriamo forze opposte, interiori ed esterne.
Gesù comincia la sua vita pubblica con questa particolare oscillazione: dal battesimo sul fiume Giordano, in mezzo alla gente, consacrato dallo Spirito, al deserto della solitudine e della prova, per poi annunciare il regno di Dio e la conversione sulle rive del lago. Egli si fa pendolare tra acqua e deserto, tra fecondità e aridità: impara così com’è la vita degli uomini e delle donne, dove è venuto a piantare la sua tenda.
Noi tutti conosciamo l’alternanza tra mondo interiore e socialità, dove percepiamo l’impulso che viene dallo Spirito di Dio, e incontriamo ostacoli e avversità. La quaresima è il tempo propizio per abitare consapevolmente la tensione vitale in cui siamo immersi: vediamo il bene, cerchiamo il volto di Dio, e siamo sottoposti a prove.
Gesù ci indica la strada: non siamo mai da soli, specialmente in mezzo alle difficoltà. Lo Spirito non ci abbandona di fronte al Maligno, che tenta di sussurrare parole contro di noi, contro gli altri, contro il Signore. Le bestie selvatiche dell’egoismo, dell’io prima di tutto e di tutti, devono fare i conti con gli angeli buoni che ci guardano le spalle, dove non vediamo.
Guardando a questa scena, potremmo avere l’impressione di essere terreno di scontro tra forze avverse, come se la nostra volontà venisse tirata da una parte e dall’altra. In realtà, Gesù ci rivela il cammino della libertà, su cui si avanza lentamente. Senza lo spazio interiore della preghiera, con tutte le distrazioni che cercano di invaderlo, senza il coraggio di alzare lo sguardo da sé al Signore, senza la fiducia che il bene vince sul male non si trova la strada.
Cominciamo a fidarci della Via, che è il Signore Gesù, e che la Chiesa ci propone di seguire con tre precisi indicatori: l’orazione più intensa, il digiuno dall’io ad ogni costo, la carità verso i più poveri. Il deserto fiorirà, il Male perderà vigore, le bestie selvatiche non potranno nulla, e gli angeli che incontreremo sulla nostra strada saranno le persone buone, silenziose, capaci di prendersi cura di noi. Non dimentichiamo mai che nel mondo c’è molto più bene di quello che sembra. La quaresima finisce con la Pasqua, verso la quale siamo diretti, dove lo Spirito ci spinge con forza, contro ogni resistenza umana.
11 febbraio: VI Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 1,40-45
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Un incontro che non sarebbe mai stato possibile, secondo la legge di Mosè, avviene tra il lebbroso e Gesù. Dalle labbra sigillate di un escluso da Dio e scartato dagli uomini – che avrebbero solo dovuto gridare “immondo”, per allontanare gli altri, i sani – esce la timida e coraggiosa invocazione, piena di fiducia: “se vuoi, puoi purificarmi”.
Con quattro verbi, l’evangelista descrive la risposta di Gesù: «sentendosi commosso nelle viscere, stesa la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”». Dall’intimo del Signore, dal suo cuore esce il sobbalzo, si muove la mano, arriva il contatto. La carne putrefatta è risanata, il prossimo a morire da solo nasce a nuova vita. C’è ancora una possibilità. Il dolore fisico, la solitudine interiore, l’esclusione sociale, il giudizio religioso scompaiono in un istante.
Il gesto di Gesù, una volta per quest’uomo, vale per tutti noi, ammalati nel corpo e nello spirito. Si affaccia così il mondo nuovo dell’accoglienza senza paura, senza condizioni; del contatto che riammette nella vita sociale.
Il lebbroso purificato disobbedisce a Gesù. Invece di non dire nulla a nessuno e di mostrarsi al sacerdote, per onorare la legge, va in giro, grida a tutti la sua gioia.
La testimonianza per loro, per i capi religiosi, conta meno. Gesù sarà costretto a evitare la città, ma tutti andranno a cercarlo nei luoghi solitari. Potremmo giudicare ancora una volta questa disobbedienza. Ma la purificazione ormai è avvenuta. La vita riprende così, nella incontenibile voglia di essere normale, dopo una vita segnata dallo stigma della malattia collegata al peccato.
Il Signore, che purifica, consiglia, ma lascia andare. Il rischio della libertà espone il lebbroso guarito, espone Gesù. Nulla è stato calcolato, niente va come ci si aspetta. Ma è proprio quello che l’azione di Dio mette in moto: il suo dono è gratuito. Quello che conta davvero è aver incontrato colui che, per amore, vuole il tuo bene. Toccherà a te riprendere la strada, e assumerti la responsabilità di fare agli altri ciò che è stato fatto a te: commuoverti, stendere la mano, toccare e dire: lo voglio, riprendi vita, insieme agli altri, come puoi, come vuoi, per amore.
4 febbraio: V Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 1,29-39
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, andò subito nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

«E fu sera e fu mattina». Così, all’alba della creazione, viene immaginato dall’autore biblico del Genesi l’inizio del mondo, che esce dalla voce di Dio. L’evangelista Marco evoca questa immagine, raccontando la giornata di Gesù, cominciando dalla sera fino al mattino. Con la singolare guarigione da una semplice febbre, la suocera di Simone riprende forza, per poi mettersi a servire Gesù e i suoi amici.
Non è certamente un miracolo eclatante al centro di questo episodio, quanto il gesto di quotidiana tenerezza con cui Gesù accosta le persone che incontra. «Ed egli, avvicinatosi, la fece alzare afferrandole la mano: la febbre la lasciò, e prese a servirli». Farsi prossimo, mettere la propria mano in quella della donna, per tirarla su dal letto del dolore: questo è il modo col quale Gesù mostra il volto di Dio. L’essere accanto, il contatto, tenere la mano nella mano dicono attenzione, cura, sollievo molto più delle parole.
Il brano evangelico prosegue raccontando gesti. Dopo il tramonto del sole, malati e indemoniati assediano Gesù. Scende la notte, è il dolore del mondo che si accalca vicino al Signore, lo supplica, invoca una tregua. E Gesù «curò molti che stavano male per varie malattie e scacciò molti demoni». Intorno a lui ci sono tutti, ma lui ne guarisce molti. Conta il segno di alcuni, perché la speranza animi il cuore degli altri.
Il mondo è pieno di sofferenza: Gesù lo sa bene, ma non è venuto solo per la gente che ha avuto la grazia di incontrarlo. Per raggiungere l’universo umano, egli passa da un’altra strada: sale più in alto, dove abita il Padre. «E al mattino, ancora a notte fonda, alzatosi, uscì e andò in un luogo solitario e là pregava». Egli ha ricevuto nelle sue mani tutto dal Padre, ma non ne dispone da solo: ha bisogno di colui che lo ha mandato, perciò prega, e a lui si affida.
La giornata prosegue, il cammino prende ancora un’altra direzione: «Andiamocene altrove, verso i villaggi vicini, perché io proclami l’annuncio anche là». A Gesù interessa lasciare segni lungo il sentiero, non deve né può risolvere ogni cosa. La sua missione è quella di annunciare che il regno è qui, ma non ancora compiuto. La storia resta aperta nell’attesa di un destino di salvezza, con le tracce dolorose dalle quali è segnata.
Tre, dunque, sono le cose che contano per il Signore: sollevare, pregare, annunciare. Con la prima, ci insegna che occorre farsi prossimo, con gesti di cura e di tenerezza. Poi, è necessario pregare, e rivolgersi al Padre, invocando il suo infinito amore per tutti i suoi figli. Infine, annunciare che il futuro – soprattutto di ogni pena – è carico di speranza: niente andrà perduto; la mano che solleva è quella di Dio, che vuol prenderci con sé nell’eternità beata.
Se c’è dolore nel mondo, forse è anche perché chi ha cuore buono e mani forti possa rialzare i più deboli e sofferenti. In fondo, Gesù ci ha insegnato che è possibile, anzi necessario. Sebbene ciò resti sempre e solo un segno. Il resto lo affidiamo al Signore della vita.
28 gennaio: IV Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 1,21-28
In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Il vangelo di Marco, nel brano di oggi, ripete due volte che Gesù parla e agisce come uno che ha autorità. Prima, per come ha insegnato nella sinagoga, dopo, per aver compiuto un esorcismo. Il racconto ci invita a riflettere su cosa significa avere autorità.
Siamo abituati a collegare questa dimensione alle relazioni di potere, dove chi è a capo di una istituzione ha la responsabilità e il comando su altri. Così avviene nella società civile, nella politica, nell’esercito, nell’amministrazione di ogni istituzione, Chiesa compresa. La figura del capo affascina e suscita reazioni opposte, di ammirazione e di timore. Sembra che ogni gruppo sociale abbia bisogno di una guida sicura, di fronte alla quale nutrire fiducia, come pure reagire fino al dovere di rovesciarla, quando non riscuote più consenso.
Il comportamento di Gesù non assomiglia per nulla a questo tipo di capo. La sua autorità non proviene da alcun ruolo nella società ebraica. Anche se viene chiamato rabbi, non ha frequentato alcuna scuola, non ha il diploma in sacre Scritture. Ha solo dei discepoli, che si è scelto, perché imparino a stare con lui, per servire e non essere serviti. Perché il più grande sia il servo di tutti.
Ci chiediamo, allora, per quale motivo gli viene riconosciuta l’autorità anche da altri che lo ascoltano nella sinagoga, dove si spiegano le Scritture. Anzi, non reggono il confronto con lui gli scribi e i dottori della legge, gli esperti di Dio, ma che faticano ad aprirsi alla novità della sua presenza.
La risposta è più semplice di quanto non s’immagini: Gesù fa quello che dice. Non insegna una cosa e ne fa un’altra. Insegna che Dio è qui, e col suo dito caccia i demoni. Insegna che il Padre accoglie e perdona, risana e purifica, ed è proprio il suo agire che rivela e compie tutto ciò. I profeti parlavano in nome di Dio, Gesù è Dio in persona, e chi lo incontra vede finalmente il suo volto filiale.
La novità di Gesù, che suscita stupore, è proprio questa: l’imprevista presenza, in mezzo al suo popolo, del Dio che ancora non conoscono. Ne hanno avuto l’annuncio, ma la sua presenza umile e potente sconvolge le idee che si sono fatte di Dio. Non è un legislatore, ma il Padre, che ha inviato il Figlio, e con lui lo Spirito.
Anche noi cristiani facciamo fatica ad entrare in questa relazione d’amore, che libera dall’ansia di renderci graditi al superiore, come se il Signore avesse i tratti dei potenti della terra, che governano e dominano. Gesù, invece, ci invita a cambiare sguardo: è l’amore provvidente di un Padre, che si prende cura di tutti i suoi figli, a partire dai più deboli e bisognosi. Il suo unico Figlio è venuto proprio a rivelare questo diverso tipo di autorità. E per il male, in ogni sua forma – diavolo compreso – non c’è più spazio. Questo non può che darci fiducia e speranza: non saremo noi a scegliere chi deve dominare e vincere. Si tratterà prima di tutto di affidarci a quello che apparirà come sconfitto sulla croce, ma che in realtà è il vincitore: il Crocifisso Risorto, il Signore.
14 gennaio: II Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 1,35-42
In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro – dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

La chiamata dei primi discepoli di Gesù, il quarto vangelo la racconta in modo diverso dai sinottici. Andrea e un altro sono seguaci di Giovanni Battista: è lui che indica loro “l’Agnello di Dio”. Essi sono incuriositi, gli vanno dietro, cercano di sapere chi è. Anche per noi, a volte, la fede nasce da un impulso esterno: qualcuno ci racconta una storia, ci suggerisce di guardare in una direzione nuova, diversa.
I due giovani si fidano, si muovono, fanno i primi passi incerti. Poi Gesù pone loro una domanda: «Cosa cercate», non “chi cercate”. Parte da loro, in modo generico, come se non si trattasse di lui, ma di qualcosa che appartiene a loro, al bisogno di conoscere, di sapere. In fondo, hanno seguito un maestro – Giovanni – e non sanno ancora che hanno incontrato il Maestro, il Signore. Per uscire dall’imbarazzo, Andrea e l’altro discepolo chiedono a Gesù dove abita, manifestando un interesse più diretto.
La svolta avviene nel momento in cui Gesù risponde: «Venite e vedrete». Questo è il segno dell’accoglienza. Non li informa, non dà loro un appuntamento alla sua scuola. Li invita a stare con lui, e loro rimangono «presso di lui» per il resto del giorno. Comincia così l’esperienza di fede, con lo stare e il rimanere con Gesù.
Come i genitori non imparano a crescere i figli leggendo i libri sull’educazione, ma accompagnandoli, correggendoli e amandoli; come un allenatore non spiega la teoria ai suoi atleti, ma li fa allenare, così il Maestro Gesù non insegna una dottrina, ma chiama i suoi discepoli a fare un’esperienza insieme ad altri.
La vita cristiana comincia con la disponibilità a stabilire nuove relazioni, a coinvolgersi personalmente, imparando uno stile diverso attraverso lo sguardo, la percezione, l’imitazione. Andrea incontra suo fratello Simone e gli racconta del suo incontro con Gesù, e lo porta da lui. Non si tratta della scoperta di un’idea, ma di una persona che lo ha entusiasmato, per breve che sia stato l’incontro, al punto da fargli esclamare: «Abbiamo trovato il Messia!». Andrea neppure immagina cosa significa, eppure ha percepito la verità di Gesù, ma la imparerà, insieme con altri, lungo il cammino della sequela.
Il racconto di questo invito a diventare amici di Gesù ci insegna che il credente non va alla ricerca di una teoria da applicare, di una dottrina cui obbedire, ma di una persona che ti ama e ti insegna ad amare con la sua vita. I discepoli di Gesù lo hanno ascoltato a lungo, si sono lasciati imprimere nella memoria le sue parole – perciò le hanno custodite e ce le hanno trasmesse –, ma ciò che hanno sperimentato di lui e tra loro è stato molto di più. La stessa cosa avviene per noi, nel tempo della Chiesa: siamo chiamati a stare e a rimanere col Signore insieme gli altri, senza ridurre il Vangelo a teoria, per diventare corpo vivente che cresce nell’amore verso tutti.
6 gennaio: Epifania del Signore
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

L’adorazione dei magi è la scena cara a molti pittori, che hanno rappresentato il contrasto tra l’umiltà del bambino con sua madre e i sapienti venuti dall’Oriente ad offrire doni preziosi. Il quadro completa l’altra scena, quella del presepe, dove i pastori erano venuti ad adorare Gesù appena nato. Conterranei e stranieri sono attratti da questo piccolo avvolto nel mistero di Dio, tenuto in braccio da Maria, indicato dagli angeli agli uni, e dalla stella agli altri. A ciascuno, qualunque sia la sua condizione e distanza, è offerto un segno; dovunque ti trovi, lì il Signore viene a cercarti, per metterti in cammino verso di lui.
Nel tempo di Natale, la liturgia ci propone diversi itinerari alla scoperta della novità annunciata dai profeti, ma che, di fatto, è sorprendente: i pastori e i magi non troveranno altri che un bambino con i suoi genitori. Come si fa, dunque, a riconoscere la presenza di Dio in un evento così naturale e comune? Forse è proprio questa la via che il Signore ha scelto anche per noi, per l’umanità di ogni tempo: la nascita, il venire al mondo da altrove di una creatura sconosciuta, fragile, bisognosa di cura e di amore.
La creazione del mondo continua in questo modo, semplice e straordinario: per venire alla luce, ogni creatura passa dal cuore, dalla mente e dalla carne umana. La Natività del Signore affianca quella di ogni bambino che nasce, e domanda quella meraviglia che brilla negli occhi di ogni genitore. Dio ha deciso di fare la stessa strada degli umani, perché impariamo a riconoscere che tutti siamo figli, in attesa di braccia accoglienti e di sguardi amorosi. La vita nascente è così preziosa da meritare premura, rispetto, protezione.
«Siamo venuti per prostrarci davanti a Lui», dicono i magi a Erode, dopo aver seguito quel segno luminoso nel cielo, che li ha portati lontano dalla loro terra, in cerca di un re. I loro doni, però, significano qualcosa in più dell’omaggio regale: non solo l’oro per il sovrano, né solo l’incenso per il divino immortale, ma anche la mirra, per l’uomo che sarà deposto dalla croce.
S’intreccia così l’annuncio del destino doloroso e glorioso di Gesù Signore, il bambino adorato, che crescerà in età, sapienza e grazia, nella terra in cui ha scelto di mettere la tenda. Là dove, oggi, continua a scorrere il sangue innocente di tanti bambini strappati dalle braccia delle madri, per mano di potenti senza alcuna pietà.
Preghiamo, dunque, il Signore di insegnarci ad adorare il mistero della sua presenza dov’è nascosta e umiliata, perché solo quando i potenti avranno imparato a non offendere i più piccoli e i più deboli, l’umanità troverà la via della pace.
1 gennaio 2024: Maria Santissima Madre di Dio
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 2,16-21
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

“Quando il cielo baciò la terra nacque Maria
che vuol dire la semplice,
la buona, la colma di grazia.
Maria è il respiro dell’anima,
è l’ultimo soffio dell’uomo.
Maria discende in noi,
è come l’acqua che si diffonde
in tutte le membra e le anima,
e da carne inerte che siamo noi
diventiamo viva potenza.
Germogliava in lei luce
come se in lei in piena notte
venisse improvvisamente il giorno.
Ed era così piena della voce di Lui
che Maria a tratti diventava grande
come una montagna,
e aveva davanti a sé
il Sinai e il Calvario,
ed era ancora più grande di loro,
di queste montagne ardenti
oltre le quali lei poneva
il grande messaggio d’amore
che si chiamava Vita.
E intanto si lavava
nelle fonti più pure
e le sue abluzioni
erano caste
perché Maria era fatta
di sola acqua.
Maria vuol dire transito,
ascolto, piedi lieve e veloce,
ala che purifica il tempo.
Maria vuol dire una cosa che vola
e si perde nel cielo.”
Alda Merini
31 dicembre: Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 2,22-40
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret.
Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Nella festa della Santa Famiglia di Nazaret contempliamo, in un unico quadro, il bambino Gesù, con Maria e Giuseppe, nel tempio della città in cui si compirà il destino doloroso e glorioso di questo figlio misterioso, umanamente imprevisto, venuto dall’altezza di Dio, nascosto ai margini dell’impero. Risalta qui una prospettiva diversa, e complementare, rispetto a quella umana: non una coppia che ha un figlio, ma un Figlio che ha bisogno di genitori. Per diventare umano, l’Altissimo ha cercato una mamma – il suo cuore, il suo grembo – con vicino un giovane innamorato, forte e coraggioso.
Maria e Giuseppe vanno a Gerusalemme, per presentare il bambino alla comunità religiosa d’Israele, nel tempio, dove si cerca Dio, ma dove Egli non abita. Lo sanno i due anziani Simeone e Anna, che aspettano di vedere il giorno annunciato del nuovo ed ultimo segno della sua presenza.
Il Signore dell’universo e della storia umana è avvolto in fasce, veste panni umili, tra le braccia di una giovane donna che non lo trattiene: è lì per offrirlo. Simeone «lo accolse tra le braccia e benedisse Dio». Maria e Giuseppe ricevono e donano, sanno che il Figlio non è venuto solo per loro: la famiglia nasce da lui, non da loro.
Celebrare la Santa Famiglia di Nazaret, per noi, significa accogliere l’invito a scoprire il mistero che abita le relazioni d’amore, i vincoli umani coniati dalla grazia, l’allargamento d’orizzonte delle reciproche appartenenze. L’amore è sempre in cerca di casa, vive di speranza e di attesa, si nutre di stupore e d’incanto: «suo padre e sua madre erano pieni di meraviglia per le cose che si dicevano di lui». Maria e Giuseppe c’insegnano la cura, la custodia e l’affidamento, non il possesso, il dominio, l’affermazione di sé.
Essi hanno rinunciato al loro protagonismo non perché hanno fatto del figlio un idolo. Gesù ha imparato il rispetto e la delicatezza verso le donne, perché ha visto la tenerezza di Giuseppe nei confronti di sua madre. Se ha appreso la sensibilità verso i poveri e i più fragili, è grazie all’umiltà e all’essenzialità che gli hanno insegnato i suoi genitori.
Tutto ciò potrà sorprenderci – e non sarebbe un male –, ma questo è il modo col quale il Signore ha scelto d’imparare ad amare in modo umano. Così, grazie a Maria e a Giuseppe, l’io divino di Gesù ha preso umanamente coscienza di sé: Giusto piovuto dalle nubi, Salvatore germogliato dalla terra.
Le famiglie del nostro tempo sperimentano grandi incertezze, vivono il senso della precarietà, sono in cerca di stabilità; spesso, ricevono e si procurano ferite, fanno fatica a rimanere unite. Alcune di queste prove le ha sperimentate la Santa Famiglia di Nazaret, ma qui non è mai venuto meno lo stupore, la capacità di lasciarsi sorprendere da quel figlio che ha dato vita ai genitori. Forse è proprio questa la conversione di cui abbiamo bisogno: rovesciare l’illusione di dare vita, per imparare a riceverla.
17 dicembre: III Domenica di Avvento
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 1,6-8.19-28
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni,
quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo:
«Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».
Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.
Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

La testimonianza di Giovanni Battista, secondo il quarto evangelista, si concentra sulle ripetute risposte – “non sono io” – date ai sacerdoti e leviti, che vengono da Gerusalemme, nel deserto, per interrogarlo. Non è il Cristo, né Elia, né il profeta. Dunque, chi è il battezzatore?
Deve aver sicuramente destato curiosità tra la gente, e forte sospetto nelle autorità religiose, lo strano personaggio che grida, chiama alla conversione e immerge nelle acque del Giordano chi va da lui. Il suo annuncio ha tutto il sapore dell’incombente giudizio di Dio, assomiglia ai profeti che reclamano obbedienza a Jahvè, cui il potere costituito non sembra essere fedele.
Israele ha conosciuto vari personaggi, lungo la propria storia, che si sono presentati al popolo, in contrasto con il potere regale e sacerdotale, e hanno fatto tutti una brutta fine. Anche a Giovanni, infatti, toccherà morire, per aver contestato l’immoralità di un piccolo sovrano.
Ma qui siamo di fronte ad uomo diverso, che non guarda indietro, ai precetti antichi, alla purità legale, all’Alleanza dei padri. Il Battista “non è”, perché non sta nelle caselle della memoria d’Israele, ma nel futuro di tutti. È la voce di uno che deve venire, perciò annuncia: «Lui viene dietro a me, ma io non ho titolo per sciogliergli il legaccio del sandalo!».
La scena evangelica si carica, così, di mistero; cresce l’attesa di sapere a chi altri Giovanni prepara la strada. Lui si espone, ma per ritrarsi; si fa avanti, attira su di sé l’attenzione, ma poi si fa da parte. Questo è il compito del servitore, anzi, ancora meno, perché neppure è in grado di sciogliere i calzari del suo signore.
L’evangelista la chiama «testimonianza di Giovanni», e ciò fa pensare alla sua particolarità. Infatti, il Battista non attesta ciò che ha visto; annuncia colui che è nascosto: «in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete!». In certo senso, attende anch’egli di vedere colui che sta per venire.
In questa particolare posizione sta la forza e la debolezza del testimone di Gesù: rischia per colui che sa essere il Signore, eppure non lo vede; crede che egli è presente, ma deve trovarlo e imparare a riconoscerlo. In sostanza, Giovanni ci indica il modo col quale stare di fronte e in mezzo agli altri, in nome del Signore. È un uomo decentrato, che sfugge al protagonismo dell’io, perché chi lo ascolta è spinto a guardare avanti, a non fermarsi, per continuare a cercare insieme.
Il Natale del Signore, ormai prossimo, riceve un senso da una sincera disposizione alla scoperta del nuovo che si affaccia nelle nostre vite, che non sempre è quello che ci aspettiamo. Per molte persone saranno giorni di festa, di lieto incontro con parenti e amici. Ma per altri si apriranno ferite antiche, profonde, dolorose.
Chiediamo al Signore di fasciare le piaghe dei cuori spezzati – come scrive il profeta Isaia, pensando al Messia venturo –; prendiamoci cura di coloro che restano ai margini, afflitti dalla solitudine, dalla malattia, dall’indigenza.
La domenica “gaudete” è un appello a rendere felici gli altri, mettendo un po’ da parte noi stessi. La lezione ci viene dal Battista, che ripete con insistenza: “non sono io” il protagonista.
10 dicembre: II Domenica di Avvento
Dal Vangelo secondo Marco: Mc 1,1-8
Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Il principio del vangelo secondo Marco è affidato all’annuncio di Giovanni il Battezzatore, nel deserto. Un inizio insolito per una bella notizia, che sembra nascondersi piuttosto che manifestarsi. Forse ci saremmo aspettati una solenne proclamazione in città, in mezzo alla folla, per attirare l’attenzione di più gente possibile. Invece è la voce di un messaggero strano, vestito di peli di cammello, che mangia cavallette e miele selvatico. Ha il sapore della follia, la scena di un invasato visionario. Non è lui la novità che sta per arrivare, ma soltanto il segnale: lui immerge nell’acqua, un altro immergerà nello Spirito.
La cornice è il deserto, il luogo dell’ambivalenza, dell’aridità e del silenzio; lo spazio vuoto dove nessuno può abitare a lungo: chi ci va deve spostarsi continuamente. In questo contesto comincia il vangelo di Gesù Cristo, l’avventura del Figlio di Dio in mezzo a noi. Giovanni è uno che, mentre annuncia, al tempo stesso cerca, aspetta gente che senta la sua voce. Poi verrà uno che si dovrà ascoltare. In verità, Giovanni annuncia colui che è la Parola, e la cerca, non la possiede, perciò grida, invoca, supplica.
C’è una differenza tra sentire e ascoltare, come tra la voce e la Parola. Si può sentire un suono e non distinguerlo, si possono udire delle parole, ma non capirne il senso. Forse è ciò che capita anche a noi, quando sentiamo proclamare le letture bibliche, senza però cogliere colui che ci parla, il Signore. Anzi, ancor più precisamente, senza avvertire che lui è la Parola fatta carne, che è venuto ad abitare con noi.
Il tempo di Avvento è l’occasione per avventurarci nel deserto silenzioso del cuore, dove si combatte l’estenuante lotta tra noi stessi e la voce della coscienza, che non coincidono, perché lì, nell’intimo dell’animo, cerca di porre la sua tenda il Signore, e non gli è facile farsi spazio, in mezzo a troppi suoni spesso disarticolati.
Il deserto è un simbolo potente dell’interiorità: talvolta sembra disabitato da Dio, che resta in silenzio, ma anche luogo di incontro salvifico con la sua voce, con la sua Parola. Tocca a noi non sfuggire al silenzio di Dio, in attesa di abitare il silenzio con Dio. Diceva santa Madre Teresa di Calcutta: «Dio parla nel silenzio del cuore. Ascoltare è l’inizio della preghiera».
Per entrare in contatto con noi, il Signore ha scelto una via che possiamo riconoscere attraverso l’esperienza dell’amore. Quante volte restiamo in attesa di una parola di colui o colei che amiamo, e quanta pena ci dà il suo silenzio. Ma solo così cresce il desiderio, insieme all’incertezza di non essere amati. In questo modo scopriamo quanto sia importante la voce: lo sappiamo bene quando non c’è più una persona amata, di cui non sentiremo più la voce, anche se ne ricorderemo le parole. Ecco, il Signore, anche quando sembra lasciarci nel deserto, sappiamo che si tratta solo di un tempo, per breve o lungo che sia: di certo verrà, per tenerci con sé per sempre.
8 dicembre: Immacolata Concezione
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 1, 26-38
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».
E l’angelo si allontanò da lei.

Al centro del tempo di Avvento si staglia la figura di Maria, colei che fa spazio nel suo cuore e nel grembo al figlio, per poi lasciare il primo piano al Natale di Gesù. La storia comincia a Nazaret, con l’annuncio dell’angelo, e si compirà a Betlemme. In verità, la solennità dell’Immacolata ci fa allungare lo sguardo molto più indietro, ai primordi dell’umanità, quando il Signore pianificava il suo disegno di amore per tutte le creature.
Ora, non deve ingannarci il fatto che, nella liturgia, venga prima il racconto del libro del Genesi, dove il Signore promette ai progenitori di porre «inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe», prefigurando così la vittoria del Figlio di Dio e di Maria sul peccato e la morte. Noi cristiani leggiamo gli inizi a partire dal compimento: è la pasqua di Gesù che getta luce su tutta la storia. Infatti, non sapremmo nulla del primo Adamo senza Gesù, l’ultimo Adamo – come insegna san Paolo (1Cor 15,22-45; Rm 5,12-21) –, come pure non potremmo comprendere Eva senza Maria.
Alla luce della grazia pasquale emerge l’ombra del peccato del mondo, e quindi della nostra salvezza. Per tale ragione, oggi celebriamo Maria concepita senza peccato. In previsione della morte e risurrezione di Gesù, Maria, sua Madre, è stata preservata dal peccato originale e da ogni altro peccato. Nella vittoria del nuovo Adamo c’è anche quella della nuova Eva, madre dei redenti.
La fede in questa verità, che la Chiesa ha definito solennemente con la bolla Ineffabilis Deus di Pio IX nel 1854, si basa sull’espressione rivolta dall’angelo a Maria: «Gioisci, tu che hai ricevuto grazia». In greco, il termine kecharitomene vuol dire “piena di grazia”, colmata del dono di Dio, pronta per rispondere alla vocazione e missione di Madre del suo Figlio.
Maria non si è preparata da sola a diventare mamma: il Signore l’ha chiamata ad esserlo, e perciò ha disposto misteriosamente il suo cuore di ragazza ad ricevere un dono eccessivo per lei, e sorprendente per tutti noi. Ha chiesto a Giuseppe di accompagnarla e sostenerla, come oggi domanda a ciascuno di noi di starle vicino, per imparare l’umiltà dell’accoglienza.
Il racconto dell’annunciazione ci prepara al santo Natale del Signore: con Maria e attraverso di lei, preghiamo perché nel mondo scoppi la pace, perché nella Terra Santa – riempita dalla grazia dell’Incarnazione e della Pasqua di Gesù – cessi lo spargimento di sangue innocente. Perché Gesù, il Figlio di Dio e di Maria, ha già versato il suo, e quello basta per tutti e per sempre. Maria, Immacolata concezione e regina della pace, interceda per noi, che ricorriamo a lei con fiducia e amore.
26 novembre: Gesù Cristo Re dell’universo
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 25,31-46
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

La sorpresa più grande che ci riserva il giudizio universale – oggi annunciato da Gesù – è la risposta alla domanda che ogni essere umano, in qualche modo, si è posto: dov’è Dio? Finalmente sapremo dov’era nascosto: non in cielo, ma in terra, laddove mai avremmo immaginato. Perché tutti abbiamo avuto la possibilità di incontrarlo in mezzo a noi, specialmente in coloro che erano in grande difficoltà, cominciando dai più vicini.
Ognuno allora potrebbe rispondere: se l’avessi saputo… In realtà, al Signore dell’universo non interessa chi l’ha indovinato o meno, ma che cosa ha «fatto a uno solo di questi più piccoli, che sono miei fratelli», perché «è a me che l’avete fatto». Proprio per questa ragione il giudizio è universale: credenti in Gesù, credenti di altre religioni e non credenti hanno incontrato il Signore, senza saperlo. Nella possibilità di assistere il più debole si gioca il destino ultimo ed eterno di ogni persona umana.
Può apparire severo il volto del Signore, ma non è altro che lo specchio del nostro esserci voltati dall’altra parte, nel momento della giustizia, prim’ancora che della carità. Dunque, chinarsi verso la sorella o il fratello bisognoso non è un’opzione facoltativa, ma un campo obbligatorio da spuntare. Invece di prendere la lista del male fatto, Gesù ci metterà dinanzi ciò che abbiamo considerato con più superficialità, le omissioni, il bene che abbiamo scelto coscientemente e volontariamente di non fare.
Questo criterio di giudizio, a prima vista, sembra ridurre il cristianesimo a prassi sociale, a un pragmatismo che prescinde dalla fede, per limitarsi alle opere di assistenza materiale verso chi è indigente. Altresì, a ben vedere, Gesù allarga l’orizzonte, per abbracciare l’umanità intera – perciò leggiamo questo brano nella festa di Cristo re dell’universo. Se egli ponesse nella fede l’ultimo criterio di giudizio, sarebbero tagliati fuori tutti coloro che non hanno avuto il dono di ricevere ed accogliere l’annuncio del Vangelo. Invece, qui vale il bene fatto per se stesso, senza aspettativa di riceverne contraccambio. Il prossimo è sacramento universale dell’incontro con Dio, dove ognuno incontra i segni della debolezza e della fragilità, proprio quelli che il Signore stesso ha scelto di assumere facendosi piccolo, povero e sofferente insieme a noi.
Il brano evangelico di oggi ci riempie di fiducia e di speranza. Ognuno di noi sa in anticipo le domande dell’esame finale; quindi, non sarà una sorpresa l’interrogazione. Al Signore preme trovarci preparati, e il segno saranno le mani aperte che gli mostreremo. Non quelle pulite e vuote di chi non ha fatto nulla di male, ma quelle sporche che hanno curato le ferite, abbracciato i desolati, sollevato i caduti, protetto i piccoli, lottato per difendere le vittime. La sua lieta risposta sarà: «è a me che l’avete fatto».
19 novembre: XXXIII Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 25,14-30
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.
A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

La parabola dei talenti, affidati da un signore ai suoi servi, merita di essere letta con attenzione, perché potremmo essere tentati di semplificare il discorso. A prima vista, infatti, sembra che tutto dipenda dalle capacità umane di mettere a reddito i beni altrui, per meritare un premio, o, al contrario, per ricevere una punizione. Ne deriverebbe un’immagine distorta del Signore, che toglie a chi non ha anche quel poco che gli resta.
Dunque, andiamo con ordine. Il signore del racconto di Gesù affida a dei servi i suoi averi, il suo capitale. Forse non ha figli, e vuol sapere chi tra loro può ereditare le proprie sostanze. Invece di consegnare il suo denaro ai banchieri, lo mette nelle mani di tre servi, con quote diverse: ad uno cinque talenti, ad uno due, ad un altro uno. Si tratta di somme ingenti, se pensiamo che un talento era pari a 6.000 dracme, l’equivalente di 25,80 kg di argento.
In realtà, quindi, non si tratta di una messa alla prova dei servi, ma di un atto di grande fiducia: Gesù racconta di un padrone, ma in sostanza parla di un padre, di suo Padre, che affida tutto di sé a noi.
I doni che abbiamo ricevuto il Signore non li vuole indietro per sé, lo si capisce bene dalle risposte che dà al primo e al secondo servo, che presentano il frutto del loro impegno: «Ben fatto, servo buono e fedele, sei stato fedele in poche cose, ti porrò a capo di molte, prendi parte alla gioia del tuo signore».
Il problema si pone, invece, per il servo «cattivo e pusillanime», che ha considerato il signore «un uomo duro», che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso. È la sua visione di Dio che non va: non ha compreso che il talento affidatogli è un’opportunità per lui, non qualcosa da restituire. Infatti, il suo talento sotterrato viene dato al primo servo.
Può capitare anche a ciascuno di noi di temere, di non sentirsi capace o all’altezza. Questo è il momento di credere che il Signore si fida di te, ti ama, e ciò che ti chiede, in realtà, te lo ha già donato. Ti sta domandando di accogliere, non di restituire. Proprio quando pensi di non farcela, è il momento di chiedere aiuto: i propri doni vanno condivisi, vanno messi in relazione con gli altri. Per questo il signore della parabola dice: «Ma allora avresti dovuto consegnare il mio denaro ai banchieri». Gli interessi che il Signore vuol riscuotere sono i nostri, non i suoi, ovvero il nostro bene pieno; questa è la gioia del Signore di cui vuol metterci a parte.
In conclusione, da questo racconto impariamo che si perde solo ciò che si nasconde. Quel che siamo, i nostri talenti, le capacità che ciascuno di noi ha ricevuto dalla vita, per grazia di Dio, deve essere condiviso, soprattutto con i più poveri e i più deboli: solo così frutta e si moltiplica.
Oggi, VII giornata mondiale dei poveri, papa Francesco ci indirizza un chiaro messaggio, che getta luce anche sul brano evangelico: «I poveri sono persone, hanno volti, storie, cuori e anime. Sono fratelli e sorelle con i loro pregi e difetti, come tutti, ed è importante entrare in una relazione personale con ognuno di loro». Dunque, «Non distogliere lo sguardo dal povero» (Tb 4,7).
5 novembre: XXXI Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 23,1-12
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Il discorso con cui oggi Gesù si rivolge alle folle e ai discepoli comincia con una apparente contraddizione. Più volte egli ha messo in guardia dall’insegnamento legalistico di scribi e farisei – «cieche guide di ciechi» – ma adesso sembra che si debba dare loro ascolto, quali autorevoli interpreti della legge di Mosè. In realtà, egli pone l’accento sull’incoerenza tra ciò che dicono e poi non fanno, perché mettono pesi sulle spalle degli altri, ma non li muovono nemmeno con un dito.
Questo inizio polemico serve a Gesù per indicare ai discepoli e alla gente la differenza che esiste tra le parole e i fatti, tra l’ideale e il reale. Si può insegnare la via del bene senza percorrerla: questa si chiama ipocrisia, che equivale a sostenere una parte in una recita teatrale. È un discorso che mette tutti in discussione: ci pone di fronte a ciò che abbiamo davvero nel cuore e il nostro agire.
Non capita forse anche a ciascuno di noi di cedere alla tentazione di trasformare il proprio legittimo bisogno di riconoscimento in amore per il potere? Questo è ciò che Gesù biasima: «tutte le loro azioni le fanno per attirare gli sguardi degli altri», come pure farsi chiamare rabbi, padre e guida. Non è raro predicare bene e razzolare male, ma è proprio questa distanza che il Signore vuole accorciare. Egli però non chiede lo sforzo solo umano della volontà: ci domanda di riconoscere il proprio limite, che è già principio di coerenza.
Da dove nasce la distanza tra il desiderio del bene e il comportamento opposto? San Paolo risponderebbe: «In effetti, non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio, questo faccio» (Rm 7,19). Questa è la lotta interiore di chi riconosce la propria debolezza e si affida alla grazia dell’unico maestro, padre e guida che è il Signore.
La via che Gesù indica – per la quale ci potremo riconoscere come fratelli – è il servizio umile e generoso, che vede il più grande chinarsi sul più piccolo. Come ha ricordato papa Francesco alla giornata mondiale della gioventù a Lisbona: «l’unica volta in cui è lecito guardare una persona dall’alto in basso è per aiutarla a rialzarsi».
1 novembre: Tutti i Santi
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Le otto beatitudini del vangelo di Matteo dipingono la scena della vita, con le sue tristezze e le sue speranze. Gesù vede tutti quelli che soffrono, e coloro che si prendono cura degli altri. Non siamo, dunque, di fronte all’illusione del mondo ideale, al sogno irrealizzabile con le capacità umane, ma allo sguardo di Dio che fa nuove tutte le cose, a cominciare da qui, dal presente tormentato che viviamo.
Siamo invitati a dare concretezza ad ogni condizione che il Signore descrive, per non rimanere spettatori del mondo che ci è affidato, dei fratelli e delle sorelle che incontriamo ogni giorno. Ciò che Gesù promette per il futuro, domanda la nostra collaborazione nel presente: il suo dono è per noi un compito.
I poveri in spirito, ai quali è promesso il regno dei cieli, siamo noi, quando riconosciamo che senza la grazia di Dio non possiamo far nulla di buono, e scegliamo la via dell’umiltà invece che della prepotenza.
Quelli che vivono il lutto, e hanno le lacrime agli occhi, saranno consolati dal Signore, ma adesso hanno bisogno di chi si fa loro prossimo, e li prende per mano, nel suo nome.
I mansueti, che hanno il dono della pazienza e della mitezza d’animo, non sono beati perché ogni cosa gli scivola addosso, ma perché si fanno carico delle inquietudini altrui, con premura ed empatia.
Chi ha fame e sete di giustizia, e lotta per i propri diritti, sa vedere oltre se stesso; non difende solo i propri interessi, anzi, parte proprio dal riconoscere chi è più debole e vulnerabile, senza alcuna protezione.
I misericordiosi sono tali perché riconoscono di essere stati perdonati, quindi restituiscono semplicemente il perdono ricevuto, anche a chi non glielo chiede.
I puri di cuore non sono gli ingenui, che non si rendono conto della vita com’è, e vivono in un altro mondo; sanno invece evitare la tentazione di giudicare maliziosamente gli altri, alla ricerca di quel bene nascosto nel cuore di ognuno.
Gli operatori di pace – oggi quanto mai indispensabili – sono quelli che hanno a cuore le vittime, i più fragili e feriti, e domandano al più forte di rinunciare alla sopraffazione, senza sottrarsi alla denuncia, alla mediazione e alla preghiera.
Da coloro che sono perseguitati a motivo della giustizia – e sono sempre troppi, nel mondo – sale alto il grido del rispetto del diritto, e del diritto al rispetto della dignità umana, che non viene meno neppure nel peggior criminale.
Gli insultati e i perseguitati a causa della fede in Gesù, infine, sono i testimoni del Vangelo del perdono, perché si sottraggono alla risposta violenta nei confronti di chi li offende.
A ben vedere, il mondo è pieno di queste persone che lottano con amore, senza fare alcun male. A tutti costoro – e speriamo di esserci anche noi – il Signore promette la gioia e la felicità eterne, perché è lui stesso a farcene dono, chiedendoci umiltà e fiducia.
La solennità di Tutti i Santi ci invita rivolgere lo sguardo e la preghiera a quella moltitudine immensa di fratelli e sorelle che, dal Paradiso, ci sostiene lungo le strade impervie della vita. Sicuramente, qualcuno di loro lo abbiamo incontrato: siamo certi che si ricorderà di noi, specialmente nell’ora della prova.
29 ottobre: XXX Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 22,34-40
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Sadducei, farisei e maestri della legge discutono con Gesù come con un rabbino, gli sottopongono questioni politiche e religiose, per sapere come la pensa. In realtà, tendono tranelli: vogliono sapere da lui se si deve pagare la tassa al tempio, il tributo a Cesare, se è giusto lapidare l’adultera, da dove viene la sua autorità, quanto conta l’osservanza del sabato.
Gesù qualche volta evita le trappole, in altre occasioni dialoga, e mostra un’altra via, perché il Dio d’Israele ha dato una legge che egli non intende trasgredire, ma portare a compimento. Sa che non è facile far comprendere la novità del suo insegnamento, perché alla fine non si tratta di interpretare le regole, ma di accogliere la sua persona – lui è il Figlio –, mettendosi alla sua sequela, lungo una strada non riducibile a idee, norme, concetti.
La questione odierna ne è un chiaro esempio: «Maestro, qual è il grande comandamento nella Legge?». Rispondere è complicato, perché la legge contiene 613 precetti, di cui 248 comandi e 365 divieti. Se poi si considera la sintesi dei dieci comandamenti – dei quali 3 comandi e 7 divieti, dove peraltro non compare la parola “amore” – è ancora più difficile. Ogni gruppo religioso segue orientamenti diversi, più o meno rigidi, ma comune è l’idea che a Dio si è graditi solo quando si rispettano i suoi ordini.
La riposta di Gesù è semplice e lapidaria: «Amerai il Signore Dio tuo…». È la parola della Scrittura, l’inizio dello Shemà, la preghiera che ogni pio ebreo recita cinque volte al giorno. Poi aggiunge: «Ma ce n’è un secondo simile a questo: Amerai chi ti è accanto come te stesso. L’intera Legge e i Profeti stanno sospesi a questi due comandamenti». Anche questo è scritto nella Torah. Dunque, Gesù sembra risolvere bene la questione: è la Parola di Dio, ripetuta nella preghiera quotidiana a ricordare cosa conta di più, e ogni buon osservante lo sa.
Dov’è allora la novità di Gesù? Emerge in questa risposta il cuore vibrante della fede d’Israele, che è fin troppo facile dimenticare: non serve osservare i precetti, se poi non si ha nel cuore, nell’anima e nella mente l’amore per il Signore, e l’accoglienza, la cura e il perdono verso gli altri, a cominciare dal più vicino. Il riferimento all’amore di sé ne indica la misura: non c’è un io senza un tu, dunque senza un noi.
Come potremmo sentirci a posto mettendo se stessi al primo posto, per lasciare le briciole al Signore e agli altri? L’ordine dell’amore, per Gesù è rovesciato: prima il Signore, poi l’altro come sé, in un circolo virtuoso dove nessuno resta fuori, perché procede da Colui che ama tutti.
Forse è proprio questo che non si deve dimenticare, più che le offese ricevute: amare vuol dire uscire da se stessi, per rivolgersi al Signore e ai fratelli e alle sorelle, senza riserve e senza condizioni. Il comando di Gesù è al futuro – amerai –, perché avremo sempre di fronte Colui che ci attrae e sospinge a dimenticare se stessi, per far spazio all’altro.
22 ottobre: XXIX Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 22,15-21
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Due gruppi, con posizioni diverse nei confronti del potere fiscale degli oppressori romani, si presentano a Gesù per avere una risposta: «è permesso dare il tributo a Cesare oppure no?». I farisei consideravano con disprezzo i collaborazionisti ebrei – come ad esempio Matteo –, che riscuotevano le tasse per conto dei romani; i partigiani del re Erode Antipa, invece, ritenevano giusto pagare il tributo. Sembra dunque che il problema sia solo tra loro. In realtà, essi tendono un tranello a Gesù: da come risponde potrebbe farsi nemici, prendendo posizione nei confronti del potere.
Il census pro capite era di un denaro romano, che, intorno all’effige dell’imperatore, recava la scritta: “Tiberio Cesare, figlio del divino Augusto”. Gesù chiede di vedere questa moneta, e da qui prende spunto per rispondere, senza sottrarsi, come aveva fatto, ad esempio, sulla questione della provenienza di Giovanni Battista. Ci sono sfide che il Signore raccoglie, e altre che evita. In questo caso, egli coglie al volo la possibilità di smascherare il potere umano, senza contrapporlo a quello divino, che è di altra natura. Per lui, si tratta di restituire a Cesare e a Dio, di riconsegnare a ciascuno ciò che gli appartiene.
Che cosa, dunque, appartiene a Cesare? Un metallo, seppur costoso, ma niente di più, nonostante porti impressa la pretesa di discendenza divina. Alle orecchie degli interlocutori potrà apparire come legittimazione dell’oppressore romano, ma la cosa a Gesù non importa molto. Come quando gli chiederanno se è tenuto a pagare la tassa al tempio, egli manderà Pietro a raccogliere in bocca a un pesce la moneta per onorare il debito cultuale.
Invece della polemica, Gesù preferisce la libertà: il problema non è pagare col denaro, né Roma né Israele. Ciò che conta è spendere la propria vita con generosità e amore. Solo questo è il diritto di Dio, per questa ragione egli è venuto, e ciò comporta molto di più e molto altro rispetto ai poteri umani, politici o religiosi che siano.
Cesare e Dio – persino il Dio del tempio di Gerusalemme – chiedono monete, sottomissione, prezzi materiali. Il Padre, che ha consegnato il Figlio al mondo, quando chiede vuol donare, non ha bisogno di avere qualcosa da noi, perché tutto ciò che siamo viene da lui.
Restituire, dunque, è il verbo che dice rispetto delle proporzioni. Alla società civile – come pure alla comunità religiosa – ciascuno di noi deve rispetto, collaborazione, impegno per il bene comune. Nei confronti del Signore la partita è un’altra, non opposta, ma di segno diverso. Con lui, ciascuno di noi mette in gioco il cuore, la mente, le forze, la vita. Gesù ci rivela che il potere di Dio è il rovescio della moneta umana: ha il volto umile, sofferente e amoroso del vero Figlio, che non è venuto per essere servito, ma per servire, e dare la sua vita in dono per tutti.
8 ottobre: XXVII Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 21,33-43
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

La parabola dei vignaioli omicidi, inizialmente, ci riempie di tristezza. Nonostante la cura amorevole del proprietario della vigna – «la circondò con una palizzata, vi scavò un torchio e costruì una torre» – i suoi contadini tradirono la fiducia di colui che l’aveva affidata loro: percossero, uccisero, lapidarono i servi inviati a controllare.
Gesù riprende il canto della vigna del profeta Isaia – che abbiamo ascoltato nella prima lettura –, per richiamare l’attesa paziente di Dio nei confronti del suo popolo. Mentre, però, il profeta lamentava l’infruttuosità della vigna, nonostante tutte le sue cure – «Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi» –, nella parabola, emerge l’irresponsabilità di coloro che l’hanno in gestione, anzi la cattiveria, fino alla loro follia: come potrebbero entrare in possesso dell’eredità, una volta ucciso il figlio del proprietario? Inoltre, sorprende la decisa ingenuità del signore della vigna, che, dopo aver visto uccidere i servi, mette a rischio perfino la vita del figlio.
Siamo di fronte all’incomprensibile amore di Dio, non solo alla pervicacia umana. Il Signore non molla mai, al punto di rimetterci di persona. Questa è la storia di Gesù, anticipata nel racconto, prevista e messa in conto da Dio. Con la citazione della parola del Salmo – «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”» –, Gesù opera un radicale ribaltamento: lo sconfitto è il vincitore. Con lui, tutti gli scartati della terra saranno a fondamento del mondo nuovo. Questa è la logica di Dio, che perdona e rilancia anche di fronte all’estrema resistenza e durezza umana.
Sappiamo quanto questa parola evangelica risulti dirompente: senza perdono non c’è pace!
Preghiamo il Signore perché in Terra santa possa risuonare il grido profetico inascoltato di Isaia, che lamentava con preoccupazione: «Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi».
17 settembre: XXIV Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 18,21-35
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Al centro del brano evangelico di oggi risalta il cuore smisurato del Signore: egli perdona sempre, perdona tutto. Pietro offre l’occasione a Gesù per raccontare come vanno le cose tra Dio e noi, e tra le persone umane. Nel primo caso – di un debito enorme, persino insolvibile –, di fronte alla supplica disperata di un servo, il re: «commosso alle viscere, lo lasciò libero e gli rimise il debito».
Nel caso dei rapporti tra noi, le cose non vanno allo stesso modo. Il servo liberato è impietoso verso il suo debitore: dimentico della grazia ricevuta senza alcun merito, lo fa gettare in prigione. La stessa supplica che egli aveva rivolto al re – «sii magnanimo verso di me» –, quando gli viene rivolta dal suo pari, non trova eco nel suo cuore.
Dimenticare, ecco il problema che Gesù rileva con tristezza: «Servo cattivo, io ti ho rimesso tutto quel debito perché tu mi hai supplicato. Forse non dovevi anche tu aver misericordia del tuo compagno di servizio come anch’io ho avuto misericordia di te?».
Siamo così messi di fronte al nucleo incandescente del Vangelo, dove si annulla la logica del dare e avere, nel segno disumano della clemenza, che ha il conio inimmaginabile del divino. Aver pietà, lasciarsi commuovere dal grido disperato di chi non ce la fa a pareggiare, mettere da parte la legittima pretesa della restituzione: questa è la magnanimità di Dio, impressa nello sguardo di Gesù verso ognuno di noi.
A noi, imprigionati dalla consuetudine del calcolo, della proporzione, e delle migliori istanze di giustizia, è rivolto un appello che oltrepassa ogni misura. Anzi, un metro c’è, e Gesù ci invita a riconoscerlo nella forma dell’orazione: «rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Dal suo dono deriva un compito per ciascuno di noi: perdonare perché perdonati.
Non cadiamo però nell’inganno di pensare che il perdono sia una conseguenza imposta dal ricambio. Il primo servo cade nell’illusione di poter pareggiare i conti col Signore – «sii magnanimo verso di me e ti restituirò» –, come se fosse alla sua portata la capacità mettersi a posto con Dio. Forse è proprio per questo che diviene impietoso verso il suo compagno: continua la logica del ricambio e, di fatto, dimentica che nei suoi confronti questa è stata superata.
La condizione che Gesù pone al perdono abita nel cuore sanguinante di chi è stato capace di supplicare, perciò è pronto a riconoscere la ferita nascosta nell’animo del fratello e della sorella che ci ha fatto soffrire. Non c’è bisogno di aspettare che qualcuno ci chieda scusa: di un cuore misericordioso abbiamo bisogno anzitutto per noi stessi. Attenzione dunque all’ambiguo motto del “non dimenticare”, perché ciò non avvenga di nuovo: potrebbe nascondersi qui l’infelice paralisi della inclemenza.
3 settembre: XXII Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 16,21-27
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

L’ispirata e sorprendente confessione di fede di Pietro, nel vangelo di domenica scorsa, sembra oggi avere una battuta d’arresto. L’amico, che sente annunciare un destino doloroso dal Maestro, si mette davanti, per difenderlo, ma Gesù reagisce con forza: «Vattene dietro a me, Satana! Tu sei per me un inciampo». Certamente, il Maestro non ce l’ha con Pietro: è il ragionare troppo umano che l’ostacola, e ad esso non vuol dare ascolto.
Pietro, come chiunque altro vuol stare vicino al Signore: «deve rinunciare ad affermare se stesso, prendere la propria croce e seguirmi». Il punto decisivo è proprio questo: mettere da parte se stessi, con la pretesa di guadagnare il mondo intero, perché la vita si trova donandola.
Una fuorviante comprensione del prendere la propria croce e rinnegare se stessi ha fin troppo segnato certe spiritualità doloriste. Come se al Signore facesse piacere l’autonegazione, il disprezzo di sé e della propria vita. In realtà, l’appello di Gesù è rivolto alla libertà – «se uno vuol venire dietro a me» –, che si acquista al prezzo dell’offerta generosa di tutte le proprie energie.
Si tratta, dunque, dello slancio dell’affidamento, di quell’impeto amoroso che nulla trattiene di sé, quando si avverte l’opportunità della pienezza. Certo, non mancano freni e resistenze interiori, specialmente quando la posta si alza. Perciò, Gesù non promette vita senza prove, ma la croce che salva è la sua, non la nostra. A noi tocca solo di non fuggire, di non mettere avanti noi stessi, ma di rimanere dietro, con il coraggio e la fiducia di chi è pronto a scoprire il volto di un Dio diverso da quello che immaginiamo. Egli non invidia la nostra aspirazione alla felicità, anzi, la riempie di quella pienezza che da soli non possiamo darci.
Per imparare a distoglierci da noi stessi, non ci resta che volgere a Gesù il nostro sguardo.
Un Signore che non ha servi,
che entra nei palazzi dei potenti solo da prigioniero.
Tenerissimo con i più deboli, deciso con gli arroganti.
Incantato dai fiori del campo e dagli uccelli del cielo,
col passo rapido e leggero dei puledri d’Egitto.
Le mani abituate alla pialla da Giuseppe,
la veste, semplice e solenne, tessuta da Maria
La voce chiara e diretta, come il suono del flauto di ragazzi sulla piazza,
che ora invita a danzare festanti, ora canta lamenti e raccoglie lacrime.
Il cuore abitato dal volto del Padre e dal soffio dello Spirito,
la mente colma di compassione per tutti.
Con gli occhi sorridenti e pensosi di Dio.
27 agosto: XXI Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 16,13-20
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

La prima domanda che oggi Gesù rivolge ai suoi discepoli è di carattere generale: «Chi dicono gli uomini che sia il Figlio dell’uomo?». Certamente si riferisce a se stesso, seppur in modo indiretto: è una specie di sondaggio socio-culturale. La risposta è altrettanto vaga: alcuni ti scambiano per un altro, tipo Giovanni Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti. Si fa, dunque, fatica a dire chi sia Gesù, da parte della gente, che lo incontra in modo saltuario. Questo è anche comprensibile, perché solo chi gli sta più vicino sa qualcosa in più di lui.
La seconda domanda, perciò, è diretta: «E voi, chi dite che io sia?», tradotta in modo un po’ lezioso, che in realtà significa: “Chi sono io per voi?”. Pietro dà una risposta esatta, da catechismo, e Gesù lo loda non per la sua intelligenza, rimandando ad una rivelazione del Padre. Su questo punto occorre soffermarci un attimo.
È giusto considerare la professione di fede di Pietro, e la successiva promessa di guidare la Chiesa, ma essa nascerà dal suo costato trafitto, e di questo Pietro non sa ancora nulla. Infatti, il suo entusiasmo sarà smorzato da Gesù, appena questi annuncerà la sua passione, poco dopo. Dunque, non si può trascurare l’unità letteraria del testo odierno di Matteo: è necessario tener conto anche del prosieguo, che ascolteremo domenica prossima.
A Gesù interessa far crescere, nei suoi amici, la disponibilità a scoprire chi stanno seguendo, chi è veramente colui di cui si fidano. E questo non può avvenire che facendo attenzione ad ogni passo fatto insieme a lui: non basta il fascino del Maestro che insegna e guarisce. Egli non chiede, infatti, soltanto chi sono secondo voi, o cosa pensate di me, ma che posto ho nel vostro cuore? E lo fa con l’umiltà di chi si espone, lasciando che altri dicano di lui, dicendo di se stessi.
Facciamo dunque attenzione alla forza rivelatrice della sua domanda: da ciò che si risponde, più che la definizione di chi è lui, emerge la posizione che abbiamo nei suoi confronti. A Gesù sta a cuore il coinvolgimento, la disposizione ad affidarsi, la relazione di amore. Per questo, ci sarà bisogno di tempo, e solo attraverso l’esperienza della sua morte e risurrezione i suoi discepoli potranno accedere, con la grazia della fede pasquale, alla sua piena identità. Allora la domanda rivolta a Pietro – insistente, per tre volte – riceverà il suo senso pieno: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene davvero?». La sua risposta, personale e decisiva, sarà finalmente: «Tu sai tutto, Signore! Tu sai che ti voglio bene!» (Gv 21,17).
Dall’esperienza di Pietro, impariamo che non basta sapere chi è Gesù, secondo il catechismo. È necessario attraversare l’impegnativo sentiero della fiducia, disseminato di prove e incertezze, per arrivare a professare il nostro amore per lui. Ciò sarà possibile solo quando avremo creduto al suo infinito amore per noi. La fede della Chiesa, senza amore, sarebbe vana.
20 agosto: XX Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 15,21-28
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore», disse la donna, «eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Supplica, umiltà e fede. Questi sono i tre movimenti del cuore della donna cananea (siro-fenicia, non ebrea), che si avvicina a Gesù gridando, perché liberi sua figlia da un demonio. Il racconto mette in evidenza l’ardire di questa madre che, senza alcun diritto di nascita – non è una delle pecore perdute della casa d’Israele cui Gesù è stato inviato – supplica il Signore, che sembra voler prendere distanza, anche con una espressione forte: il pane è per i figli, non per i cani.
La donna non si scoraggia: si tratta di sua figlia, per lei è disposta anche all’umiliazione di essere considerata un cagnolino, che si accontenta solo di «un po’ delle briciole che cadono dalla tavola».
Di fronte a questa pronta reazione, acuta e sorprendente, Gesù compie – a distanza, come nel caso del servo del centurione, anch’egli non ebreo – il segno di guarigione: «Donna, grande è la tua fede! Ti avvenga come vuoi».
Alla fede umile della donna, Gesù risponde con la potenza umile di Dio. Non le dice: “la mia forza libera tua figlia”, ma: «la tua fede è grande».
Da questo racconto impariamo almeno tre cose. Prima: solo quando ci sta a cuore qualcuno che amiamo, la preghiera sgorga con forza, diventa invocazione insistente, supplica persino disperata. Il Signore non risponde subito e nel modo che ci aspettiamo, ma sicuramente ci ascolta. Pregare apre il nostro cuore a quello di Dio, che sempre è disposto al nostro bene, e ci rende pronti ad accogliere la sua presenza consolante, anche se non necessariamente risolutiva del nostro problema.
Seconda: la fede della madre cananea mostra il felice intreccio tra affidamento e umiltà, che la rende pronta a qualunque cosa Gesù disponga. Il bisogno insegna a pregare, senza pretendere, ma semplicemente invocando.
Terza: i discepoli imparano da Gesù la flessibilità e l’apertura verso tutti. Essi sono parte del popolo d’Israele, sentono che Gesù è inviato a loro, non agli altri; infatti, chiedono di esaudire la donna solo per mandarla via. Ma Gesù sorprende anche loro: dovranno ricordare che la salvezza è dono offerto a tutti, e non c’è diritto di nascita territoriale, né etnia che goda privilegio: Dio ascolta il povero che lo invoca, sempre e ovunque.
15 agosto: Assunzione della Beata Vergine Maria
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 1,39-56
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

La solennità di Santa Maria Assunta in cielo ci invita a sollevare il nostro sguardo in alto, dove immaginiamo la presenza di Dio. In realtà, come insegnava il catechismo antico, “Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo”, quindi, la festa di oggi abbraccia tutta la creazione, a cominciare dalla nostra umanità che, con Gesù e Maria, è destinata alla gloria. Niente di noi andrà perduto. Maria è segno di consolazione e di questa sicura speranza: lei, che è entrata con il suo corpo nell’eternità di Dio.
La tradizione pittorica e scultorea rappresenta Maria con le braccia aperte, pronta ad accogliere l’abbraccio del Figlio, e in attesa di tutti noi, nella compagnia del cielo. Merita dunque fare un breve pensiero sulle braccia, sull’abbraccio. Il brano evangelico della liturgia ci ripropone il canto del Magnificat, dove compare la strana espressione: l’Onnipotente e Santo «è intervenuto con la forza del suo braccio». La potenza del braccio di Dio non è quella che si aspettano gli uomini, pronta ad annientare i nemici, ma quella che «ha innalzato i piccoli», tra i quali Maria si riconosce per prima: «ha posato lo sguardo sulla piccolezza della sua serva».
Guardare alle braccia aperte di Maria significa nutrire la speranza che le sue mani ci raccolgano con la stessa tenerezza che hanno abbracciato il suo Figlio, quando è nato e quando è morto. Mentre noi pensiamo con tristezza a questa umanità ferita e sconfortata da tanto non amore, Maria ci guarda con la dolcezza di chi mai dispera, come solo una madre sa fare. Perciò, ci attende fiduciosa, sicura che dov’è lei saremo anche noi.
Come scrive Italo Alighiero Chiusano:
«Ora lassù, in una luce che nessuno
concepisce se non vedendola,
non hai perso un filo della tua tenerissima,
ferma, trepida, sorridente maternità».
Questa è Maria Assunta in cielo, che ci tende le braccia per sollevarci dalla polvere – non sempre di stelle – di cui siamo fatti, e perché impariamo a raccogliere chi è caduto e scoraggiato.
La verità di fede che oggi professiamo ci riempie di gioia e di responsabilità. Di gioia, perché crediamo che l’aldilà non è vuoto: c’è chi ci aspetta a braccia aperte. Di responsabilità, perché tocca a noi adesso aprire le braccia al povero, al più debole, a chi è prostrato a terra. Come ha ricordato papa Francesco alla veglia della Giornata mondiale della gioventù di Lisbona: «l’unica volta in cui è lecito guardare una persona dall’alto in basso è per aiutarla a rialzarsi».
13 agosto: XIX Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 14,22-33
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Nella giornata di Gesù c’è spazio per tutti: per la folla, per il Padre suo, per i discepoli. Il brano evangelico di oggi lo mostra, in sintesi, con particolare efficacia. Dopo aver nutrito la gente con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù si ritira da solo sul monte a pregare, poi, quando è scesa la notte, si fa incontro ai discepoli in mezzo al mare. Lo scenario cambia decisamente: dalla pace dell’alto luogo solitario di Gesù alle acque agitate del lago.
Qui comincia il racconto di una manifestazione sorprendente, analoga a quella che avverrà sul monte della trasfigurazione. I discepoli conoscono il Maestro, ma mai del tutto: c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Questo è il lento cammino dell’affidamento, che si compirà solo con l’esperienza pasquale, quando veramente sapranno chi è il Signore. La sequela comporta, dunque, un continuo spostamento da se stessi.
Acqua, tempesta e notte sono simboli di pericolo, paura e morte; di tutto ciò che nella vita si può sperimentare di instabile, di insondabile e di abissale. Gesù è qui che si avvicina, alla vita incerta, impaurita, sconfortata. E lo fa in modo insolito: i discepoli credono di vedere un fantasma. Solo quando egli lo sdemonizza con la sua voce, nella scena spettrale irrompe la luce: «Fatevi coraggio! Sono io! Non abbiate paura!».
Ecco che in Pietro si accende la speranza, riconosce la sua voce e si lancia in un’avventura rischiosa, dove si mescolano fiducia e ripiegamento. Appena egli inizia a camminare sull’acqua, guarda al vento invece che al Signore, e comincia ad affondare gridando: «Signore, salvami!».
L’esperienza della fede nasce dal desiderio di vedere un volto amoroso e di ascoltare la sua voce sicura, ma a quella di Gesù si mescolano i rumori del vento e della bufera, nella notte inquieta dell’anima. L’incontro col Signore non mette al sicuro dalle turbolenze, che abitano dentro e fuori di noi. Chi pensasse di trovare nella fede protezione da difficoltà e ostacoli resterebbe deluso. La presenza salvifica di Dio non fa in modo che non ci siano più tempeste, ma la si sperimenta nelle tempeste.
Dunque, in Pietro e nei discepoli, il dubbio non è estraneo alla fede, che resta una miscela di coraggio e di paura, di ascolto del Signore e di attenzione al vento, di fiducia e di resistenza. Solo Gesù è capace di comprendere questa tensione e di superarla, perché egli stesso ne ha fatto esperienza, dal Getsemani al Golgota.
Dunque, a noi non resta che affidarci a colui che si è affidato al Padre, certi che l’unico rimprovero di Gesù – mentre ci afferra con mano salda, quando siamo travolti dal vortice delle nostre paure – sarà comunque sempre carico di particolare tenerezza: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
30 luglio: XVII Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 13,44-52
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Il regno dei cieli è per Gesù un chiodo fisso: ne parla continuamente, sembra essere la cosa più importante, è il centro del suo annuncio. Eppure non è facile identificare cosa egli intenda. Regno di Dio, regno dei cieli sono espressioni ricorrenti, che Gesù associa a varie immagini, nella cornice del suo insegnamento in parabole.
Oggi, sono tre le figure al centro del brano evangelico: il tesoro nascosto, la perla preziosa, la rete da pesca. Per chi lavora nei campi, per chi commercia, per coloro che vivono di pesca queste sono occasioni, o meglio aspirazioni. Quando si lavora, capitano cose impreviste, sia positive sia negative. Gesù concentra la sua attenzione su quelle positive, per dire come la signoria di Dio – ovvero il suo regno, quello dei cieli – si nasconda nella terra, nel mare, nella vita di tutti i giorni.
Le parabole hanno la straordinaria capacità di aprire vari scenari, fanno pensare a molte cose diverse, ma ciò che conta è cogliere l’essenziale. A Gesù interessa far vedere la gioia inattesa che esplode nel cuore di chi ha la fortuna – diremmo noi – d’imbattersi in una occasione unica. In realtà, egli sta rappresentando ciò che avviene tra lui e chi lo incontra: il regno, la signoria di Dio è già presente, si è avvicinata nella sua persona. La domanda che suscita negli ascoltatori è: ti rendi conto di chi hai di fronte? Sai distinguere tra un predicatore itinerante, saggio come un profeta, e il Signore umile, nascosto e misericordioso che ti sta davanti?
Certo, il tesoro e la perla possono anche avere altri significati, più generici, ma qui si tratta del regno dei cieli, ovvero della sorprendente opportunità di incontrare Gesù, e quindi di diventare suoi discepoli, mettendo da parte ogni altra preoccupazione. Lui è il tesoro e la perla che vale più di tutto il resto. Ed è anche la rete che pesca tutti senza distinzione, ma che, a differenza dei pescatori che scartano subito i pesci cattivi, lascia la selezione all’ultimo discernimento di Dio – come avviene in modo analogo nella parabola del buon grano e la zizzania.
Quando leggiamo i vangeli, siamo spesso tentati di andarvi a cercare degli insegnamenti morali, con il facile rischio di ridurre Gesù ad un maestro di vita spirituale, che indica una strada da percorrere, seguendo il suo buon esempio. Ma questo non è il centro. Ciò equivale a lavorare in un campo senza trovare il tesoro, a trafficare bigiotteria, a preoccuparsi di buttare via i pesci cattivi.
Coloro che ascoltano le parabole di Gesù, e comprendono che in lui il regno è presente, invece, da scribi diventano discepoli, capaci di tirar fuori dal tesoro cose nuove e cose antiche, ovvero di discernere tra l’essenziale e ciò che non lo è. Una morale non fondata nell’incontro personale col Signore rischia sempre di spostare il centro da lui a noi, preoccupati come siamo di essere a posto con le regole più che di accogliere il dono del suo amore immeritato, gratuito e senza condizioni.
16 luglio: XV Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 13,1-23
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Il lungo racconto del vangelo di Matteo ha un obiettivo chiaro: far riflettere gli ascoltatori sulla propria situazione nei confronti della Parola di Dio, che poi è la parola che Gesù rivolge loro. La cosiddetta parabola del seminatore, in realtà, si concentra più sul seme e sul terreno che lo riceve.
Tra la prima parte, dove viene descritta la semina, e la seconda, in cui Gesù spiega il senso della parabola, vi è un intermezzo sul significato delle parabole in generale, e la chiusura o apertura che trovano in chi ascolta. Sembra che gran parte della gente guardi ma non veda, ascolti ma non comprenda. Ai discepoli, invece, è data la possibilità di capire, dal momento che si affidano al Maestro.
All’interno di questo quadro, a Gesù interessa porre una domanda precisa a chi lo sta a sentire: qual è il terreno del tuo cuore, tra i quattro possibili? La strada, il terreno pietroso, i rovi, la terra buona rappresentano le condizioni differenti di ricezione, ma solo l’ultima è quella che permette un frutto, anch’esso distinto tra cento, sessanta e trenta.
Gesù sembra così descrivere una situazione di fatto: c’è chi lo ascolta distrattamente, chi lo fa con entusiasmo e superficialità, chi è incostante e molla di fronte alla prima difficoltà, e chi ascolta e capisce, ovvero lo accoglie davvero ed entra nella sua sequela.
Forse capita anche a ciascuno di noi di attraversare queste diverse fasi, perciò non c’è da disperarsi: la forza della Parola ci raggiunge ovunque siamo, ma non può sostituirsi alla nostra libertà. Il primato della grazia di Dio comporta la libera e sincera disposizione umana, senza la quale resta impotente, inefficace, senza frutto.
La parabola del seme e del terreno, in effetti, contiene anche un aspetto paradossale e sorprendente. Il seminatore non sceglie subito il terreno buono, ove gettare il seme senza sprecarlo. Pare che sia lui a non calcolare bene dove vale la pena seminare. Ma questa è proprio la generosità di Dio, che ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio a tutti.
Il Signore non calcola dove vale la pena spendersi: eccede, sembra sprecare, va oltre ogni previsione umana, perché il suo amore non perde mai la speranza di trovare accoglienza e risposta. Colui che ascolta la Parola è chi crede a Gesù Signore, e a Lui si affida con tutta la propria fragilità.
Il vangelo di oggi ci invita a non ridurre mai la Parola di Dio a idee, concetti o astrazioni intellettuali, ma ad esaminare il nostro cuore, per riconoscere dove siamo di fronte al Signore, dal momento che il seminatore è Dio Padre, e il seme è Gesù stesso – chicco di grano, caduto in terra, sepolto e risuscitato.
9 luglio: XIV Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 11,25-30
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

L’evangelista Matteo, nel brano odierno, ci consegna due momenti particolarmente preziosi ed intensi. Inizia con una preghiera ad alta voce di Gesù, che nasce dal rifiuto presuntuoso delle opere potenti da lui compiute in città come Corazín, Betsaida e Cafarnao: «Proclamo la tua lode, o Padre, signore del cielo e della terra, perché le cose che hai nascosto ai sapienti e agli intelligenti, le hai rivelate ai semplici».
Da una parte, c’è il rammarico per la resistenza incontrata, dall’altra, lo sguardo si rivolge al Padre, che non si arrende mai. Mentre i sapienti e gli intelligenti pretendono di incasellare il Vangelo nei propri schemi, e si giustificano nel prendervi distanza, ai semplici e ai piccoli sono rivelate le cose che contano. Tra queste c’è il mistero del Dio mansueto e umile di cuore che sta con tutti, che nella sua benevolenza ha scelto di manifestare il suo volto di Padre nella persona del Figlio Gesù.
Nella seconda parte del brano, il Signore si rivolge con tenerezza a chi lo ascolta. Invece di lamentarsi per l’opposizione, egli allarga la prospettiva e rilancia la propria offerta: «Venite a me, tutti voi che vi affaticate e siete carichi di pesi, e io vi farò riposare». Ciò vale sia per chi resiste orgogliosamente sia per chi è sfiduciato: due modi di rimanere ai margini, mentre il Signore si fa vicino.
I pesi che opprimono il cuore, a volte, vengono da noi stessi, altre volte sono gli altri a caricarceli, ma per tutti c’è speranza. Per farsi capire, Gesù impiega l’immagine del giogo – una trave di legno appoggiata sulla base del collo di una coppia di buoi – provando a rovesciare il senso della pesantezza. Chi accoglie il Vangelo, paradossalmente, lo sentirà come un peso soave e leggero, perché – dice Gesù – «io sono mansueto e umile di cuore, e voi troverete riposo per le vostre vite».
Con raffinata sapienza, il Signore mette in crisi un sistema religioso e culturale che tende all’oppressione. Chi guarda alla Legge di Mosè ne sente tutto il carico, come se Dio avesse bisogno dei nostri sacrifici, e magari vede nell’annuncio cristiano uno sgravio a basso costo. In realtà, chi incontra Gesù si trova di fronte all’esigenza impegnativa di un Dio mite e umile, che non impone altro obbligo che quello di amare: sempre, tutti e senza condizioni – come mostrerà la storia della sua Passione.
Altro è pensare di essere graditi a Dio per i propri sacrifici, altro è credere al suo Figlio, che viene a dare riposo alle nostre vite affaticate, perché dei nostri pesi si è fatto carico lui stesso. Imparare da Gesù significa fare come lui, che ha risposto con mitezza al rifiuto, rendendo così possibile una nuova obbedienza, libera e quindi lieve.
2 luglio: XIII Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 10,37-42
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Alcune espressioni con cui, oggi, Gesù si rivolge ai discepoli hanno un tenore forte, persino difficile da accettare, se non incomprensibile: «Chi vuol bene al padre o alla madre, al figlio o alla figlia più che a me, non è degno di me». Sembra che vi siano alternative inconciliabili, quando è in gioco il voler bene. Veramente il Signore propone se stesso come l’assoluto che esclude ogni altro amore?
Che sia difficile mettere ordine nelle relazioni significative, ne siamo tutti ben consapevoli. Lo sa chi si sposa, quando decide di lasciare il padre e la madre, per formare una nuova famiglia, Lo sanno i coniugi, quando nascono i figli. Lo sanno tutti coloro che vivono cambiamenti importanti, e determinano scelte che segnano l’esistenza.
Il discorso di Gesù, però, non si ferma qui: «chi non mi segue, stando dietro di me, non è degno di me». Ai nostri orecchi suona strana l’insistenza sull’essere degno, come se volesse dire: per avere da Gesù attestazione di apprezzamento e di stima, occorre mettere da parte gli altri, ogni altra cosa che per noi conta. In realtà, le sue parole ruotano intorno alla pretesa umana di possedere la propria vita, di aggrapparvisi come se ne potessimo disporre appieno. L’avviso del Signore è forte: «Chi ha trovato la propria vita, la perderà».
Ecco che il prosieguo delle affermazioni lapidarie di Gesù – di stampo fortemente semitico, perciò autentiche – chiarisce il senso: accogliere gli altri e dar da bere a chi è assetato vale più del pensare solo a se stessi. L’ordine dell’amore procede dal donarsi invece di appropriarsi; questa è la caratteristica del discepolo, che ha imparato a lasciarsi tirar fuori dalla prigione dell’io, dove l’insaziabile bisogno di essere apprezzati lascia sempre delusi.
Si è adeguati al Signore solo quando l’amore circola, non resta chiuso nel cerchio delle relazioni familiari, dei vincoli di sangue, degli interessi individuali. La sorgente dell’amore, infatti, non sta in noi, ma in Lui. Naturalmente, facciamo fatica a lasciarci attrarre dal Signore: le forze centripete dell’io resistono alla gratuità, all’estroversione, alla generosità disinteressata. Ma vi è una promessa che spezza le catene: «chi ha perso la propria vita per me, la troverà», «non perderà il suo compenso».
In fin dei conti, Gesù propone la via più vantaggiosa, per noi e per gli altri. L’ordine dell’amore conosce una gerarchia circolare che, pur venendo dall’alto, parte dal basso. Lui è la fonte: a ciascuno di noi tocca lasciar fluire il torrente di bene che attraversa le relazioni, a cominciare dai più piccoli e più deboli. Perché l’amore non si merita: tutti hanno diritto ad essere amati. Anzi, più si è soli e lontani, di più amore c’è bisogno.
25 giugno: XII Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 10,26-33
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Una volta inviati i suoi discepoli ad annunciare il vangelo del regno, Gesù ripete più volte: non temete, non abbiate paura, non lasciatevi spaventare. La premessa di questa missione è chiara: «Non c’è discepolo superiore al maestro, né servo superiore al suo signore; al discepolo basta diventare come il suo maestro e al servo come il suo signore». Le difficoltà che ha incontrato Gesù le incontreranno anche loro, perché bussare alla porta del cuore significa rischiare opposizione, ostilità e rifiuto. Ma è necessario non scoraggiarsi quando si è mossi dall’amore, perché i frutti verranno, magari non si vedranno subito, ma ci saranno.
Il contesto del discorso di Gesù – con tutte le sue raccomandazioni – è l’esposizione di fronte agli altri, a coloro che vengono sorpresi da una testimonianza generosa, non calcolata, inerme, da parte di chi gratuitamente ha ricevuto e gratuitamente dona.
Questo brano evangelico ci invita a domandarci che cosa significhi per noi, cristiani di oggi, entrare in relazione con le persone lontane dalla fede. Anche perché la tentazione di ridurre la nostra esperienza religiosa ad un fatto personale e privato è sempre in agguato: potremmo convincerci che per essere cristiani sia sufficiente seguire delle regole: pregare, andare a Messa, osservare i comandamenti.
Il Signore, invece, chiama discepoli per farli testimoni: stare con Lui significa imparare un nuovo modo di vivere con gli altri, animato dal servizio e dalla gratuità. Dai rapporti che stabiliamo si potrà comprendere chi c’è dietro di noi. A Gesù interessa questo chiaro rimando a sé, che attrae e invia, tiene con sé e manda in mezzo al mondo. Egli non ha pensato ad una cerchia ristretta di eletti, chiusa nei recinti sacri del tempio, ma ad amici pronti a spendersi senza tornaconto, per amore soprattutto dei più deboli e dimenticati.
Le raccomandazioni del discorso di oggi vanno proprio in questa direzione: non abbiate paura delle resistenze, non siete voi i protagonisti, io sono con voi. I capelli contati e il valore maggiore di molti passerotti stanno ad indicare – con grande tenerezza – che Gesù si prende cura dei suoi amici. Nel momento della prova e dello scoraggiamento, siamo certi che non saremo abbandonati, Egli non ci lascerà soli, mai, neppure quando quei passerotti che non ce la fanno saremo noi: «Eppure non uno solo di loro cadrà a terra senza il Padre vostro».
Potremmo chiederci perché il Signore ha deciso di affidare la testimonianza di sé a persone così fragili, incerte e incoerenti come noi. Forse ha proprio ragione l’apostolo Paolo quando scrive: «le cose deboli del mondo ha scelto Dio per confondere le forti, quelle che non contano nulla, per annullare quelle che contano, perché nessuno si vanti davanti a Dio» (1Corinti 1,28-29).
18 giugno: XI Domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 9,36-10,8
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù invò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

La liturgia della Parola di oggi ci invita a riprendere il cammino dietro a Gesù, che percorre città e villaggi, annunciando il regno di Dio e curando ogni infermità. L’evangelista Matteo, prima di tutto, evidenzia ciò che muove Gesù interiormente: «al vedere le folle si sentì commosso alle viscere per loro, perché erano tormentate e abbattute come pecore che non hanno pastore».
La nostra attenzione è attratta dallo sguardo del Signore sulla nostra umanità, specialmente quando è smarrita, disorientata, sconsolata. Egli percepisce i turbamenti dell’animo e i pensieri confusi, vede ciò a cui neppure noi sappiamo dare un nome, e si avvicina in silenzio, con delicatezza e rispetto. Oggi chiamiamo empatia questa capacità di porsi nella situazione di un’altra persona, e di comprenderne immediatamente i processi interiori, senza delusione o rimprovero.
Può capitare anche a noi di avere questa percezione, soprattutto di fronte al dolore manifesto; più difficile è che avvenga con persone che non si conoscono, delle quali non sappiamo decifrare i moti del cuore. Ma questa è proprio l’abilità di Dio nei confronti di ognuno di noi: è la sua signoria che si avvicina, negli occhi e nei gesti di Gesù.
Da qui nasce la decisione di chiamare per nome dodici uomini, ai quali affidare una missione di cui Lui solo è garante: «Curate gli infermi, risvegliate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni». Un compito non alla portata umana, che si regge solo sulla forza invincibile dell’amore di Dio per chi versa nella difficoltà più estrema.
Il Signore comincia dal fondo, parte da chi ha più bisogno, da coloro che sono lontani e abbandonati dagli altri. Non è una scelta ideologica, politica o demagogica: nasce dalla compassione di chi conosce la fragilità, ed è venuto a condividerla per sanarla.
Gli effetti sociali del vangelo nascono sempre – quando sono autentici – da un incontro col Signore, animato dalla fede che muove alla carità. Gesù non vuol essere ridotto ad un saggio filosofo sociale, né a simpatico animatore di gruppi estivi o ad un influencer dei social media. Egli fu, e resta ancora oggi – perché risorto e vivo in mezzo al mondo –, il Dio Figlio che ha assunto la nostra reale umanità, che ama senza condizioni, si muove a compassione dei più deboli, per liberarci dal male e dalla morte.
La ragione che motiva i suoi amici, inviati tra i fratelli e le sorelle a fare come Lui e grazie a Lui, è chiara ed essenziale: «In dono avete ricevuto, in dono date».
11 giugno: SS. Corpo e Sangue di Cristo
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 6,51-58
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Celebrare la solennità del Corpo e del Sangue di Cristo significa riflettere sulla straordinaria novità con cui Gesù ha deciso di rimanere con noi, nel mondo, fino alla fine del tempo, una volta che se n’è tornato in cielo, dal Padre che lo ha mandato. Ai suoi discepoli, riuniti a cena con Lui per l’ultima volta, ha affidato il compito di fare questo in sua memoria: Egli sarà sempre presente allo spezzare il pane e bere il vino, in ricordo della sua morte e risurrezione.
Si è trattato di un gesto di estrema creatività, se consideriamo almeno due cose. La prima. Era l’ultima volta che tutti stavano insieme a mensa. I discepoli non avrebbero potuto ricordarlo sulla croce: quasi tutti erano fuggiti via. Perciò, Gesù ha voluto essere ricordato in un momento di festa, come anticipo del banchetto finale nel regno di Dio, nell’eternità beata, offrendo così a tutti il segno della piena comunione con Dio e tra noi.
Seconda cosa. Gesù ha rovesciato una prassi comune alle religioni. Non sono più i fedeli ad offrire cibo alla divinità, ma è Dio stesso che si dà in cibo a noi. Le religioni, in genere, si sono preoccupate di presentare vivande alle loro divinità, considerandole simili a sé. Sacrificare agli dèi, in effetti, significa principalmente dar loro da mangiare, perché il cibo è dono divino che dev’essere in certo senso restituito. In tal modo, gli dèi assomigliano agli uomini, ma a partire dagli uomini stessi.
Da ciò seguono anche regole alimentari, che stabiliscono cibi leciti e altri proibiti. Non solo per Israele vale questa prassi, ma anche per l’Induismo, il Buddismo, l’Islam. Per i cristiani, invece, non ci sono limitazioni nei riguardi dell’alimentazione. Abbiamo imparato questa libertà proprio grazie alla parola di Gesù: «non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo» (Mc 7,15).
Ma c’è di più, proprio nel vangelo di oggi: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, e io in lui», dice Gesù, e con ciò stabilisce il vincolo della comunione, anche tra noi, nel suo amore. Se c’è una cosa che il Signore chiede è di ricevere il dono di se stesso: non vuole avere qualcosa da noi, ma che noi riceviamo ciò che lui offre, tutta la sua vita per noi. «L’uomo è ciò che mangia», diceva il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, riducendo l’umano ad un radicale materialismo. Paradossalmente aveva ragione: coloro che si nutrono del Corpo e del Sangue del Signore diventano parte di lui, del suo corpo che è la Chiesa. Rendiamo dunque grazie per il regalo più grande, con le parole di san Tommaso d’Aquino: «Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli».
14 maggio: VI Domenica di Pasqua
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 14,15-21
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Nelle ultime domeniche del tempo pasquale, il quarto vangelo ci presenta l’annuncio dello Spirito santo – chiamato Paràclito – che Gesù rivolge ai suoi discepoli. «E io pregherò il Padre, e vi darà un altro Paràclito a confortarvi, perché resti sempre insieme a voi: lo Spirito della verità». È uno strano titolo, con diversi significati: avvocato, difensore, consolatore; che fa pensare al loro bisogno di protezione, una volta che il Maestro se ne sarà andato. Gesù è in partenza, sa che tra breve dovrà lasciare i discepoli, quindi si preoccupa di rassicurarli: «Non vi lascio orfani, sto per venire a voi! Ancora un poco, e il mondo non mi vede più. Ma voi mi vedrete, poiché io vivo, e anche voi vivrete».
In prossimità di un distacco, chi vuol bene davvero non pensa a sé, ma agli altri. Gesù deve andare, ma vuol rimanere; sembra la fine, in realtà si avvicina un nuovo inizio. E in questo singolare modo di parlare di Gesù, invece di allargarsi la distanza e crescere la solitudine, si affollano persone: sopra il Padre, davanti lo Spirito. Quando la vita del Maestro volge al compimento, l’orizzonte si estende: si fa più chiaro da dove viene e dove va. Per questa ragione il dramma non diventa tragedia.
Quando i discepoli saranno tentati di scoraggiarsi, dovranno ricordare queste parole, per ricominciare a fidarsi della promessa. Solo allora saranno sorpresi dalle certezze: «In quel giorno saprete: io nel Padre mio, e voi in me, e io in voi!». Il legame indistruttibile della comunione nell’amore lo stabilisce Dio, non noi. Quanto più vogliamo trattenere, tanto più perdiamo; ciò che crediamo nostro possesso, in realtà ci sfugge.
Gesù rovescia il nostro modo di pensare, e lo insegna con i fatti. La sua morte non dovremo considerarla una sconfitta, ma come la libera offerta della propria vita per amore. La sua scomparsa non sarà nel nulla, ma tra le braccia del Padre, dalle quali verrà il dono di un altro Consolatore, lo Spirito santo, che è “di verità”, perché aiuta a comprendere che è tutto vero ciò che hanno vissuto con Gesù. Non un sogno svanito nel nulla, ma il principio del mondo nuovo dove comanda l’amore; quel mondo che non tutti vedono, ché si nasconde agli occhi superbi e degli egoisti.
L’insistente raccomandazione ai discepoli, infatti, è proprio questa: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola». Amare, dunque, comincia col ricordare, custodire, praticare. Le parole contano, possono ferire e uccidere, quelle di Gesù rigenerano e fanno vivere: sarà il Consolatore a metterle nel cuore, e il Difensore a porle sulle labbra. Ma ciò che rimane e non passa sono le sue parole, perché lui è la Parola, il Verbo crocifisso e risorto, colui che permette il venire a noi dello Spirito nel suo andare verso il Padre: l’avvento di Dio nell’esodo pasquale di Gesù.
30 aprile: IV Domenica di Pasqua
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 10, 1-10
In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

La similitudine del buon pastore, impiegata da Gesù nel capitolo 10 del quarto vangelo, oggi comincia con l’immagine della porta del recinto del gregge. I suoi discepoli sono paragonati alle pecore che si fidano del pastore, perché «sanno che è la sua voce», lo seguono al pascolo e tornano al sicuro nell’ovile: Lui le conduce, le fa uscire a mangiare ed entrare per riposare.
È la metafora della comunità cristiana, dove ogni credente impara a stare con gli altri, distinguendo con chiarezza la voce del Signore da quella degli estranei, per il dono della fede ricevuta nel battesimo – che san Tommaso d’Aquino definisce “la porta dei sacramenti”.
Suonano particolarmente forti alcune espressioni di Gesù sui ladri e briganti che cercano di ingannare i suoi amici, i quali, tuttavia: «dietro ad un estraneo non andranno, anzi lo fuggiranno, perché non riconoscono la voce degli estranei!». Merita qui riflettere proprio sulla voce del Signore, che ascoltiamo nella sua Parola e nella coscienza illuminata dalla fede, la cui eco risuona nella preghiera.
Non sempre, però, quando preghiamo, è la sua voce a prevalere. Può capitare, infatti, che cerchiamo di darci ragione, di mettere sulle sue labbra quel che vogliamo sentirci dire o, peggio ancora, di ascoltare solo noi stessi, senza lasciare spazio a Lui, al suo Spirito consolatore.
Un criterio valido per discernere la sua voce da quella degli estranei viene dagli effetti che seguono la preghiera: serenità anche nelle difficoltà, pace nell’animo tormentato e incerto, disposizione benevola verso gli altri, nessun giudizio, cuore misericordioso e paziente nelle tribolazioni.
Quando, invece, si esce dalla preghiera rafforzati nelle proprie convinzioni, nutriti dal bisogno insaziabile di affermazione e di riconoscimento, animati da un improbabile sacro fuoco di giustizia e di verità, è probabile che sia il nemico ad aver seminato zizzania.
Tutto dipende da come si entra nella preghiera e come se ne esce. Se la porta sono io, è facile sprofondare nel vortice dell’autoaffermazione, e rimanervi imbrigliati, trascinandovi gli altri. Perciò, Gesù dice: «la porta sono io: se qualcuno, per entrare, passa da me, si salverà: entrerà, uscirà, troverà pascolo».
Il proprio rapporto con il Signore ha sempre il suo test di verifica nel rapporto con gli altri; per questo Gesù parla di gregge e non di pecore solitarie. La porta indica, infatti, quello spazio di libertà ove ciascuno cresce nella sequela e nella fraternità: mai la prima senza la seconda. La conclusione di Gesù suona, dunque, come un avviso di protezione ed un forte invito al discernimento: «Il ladro viene soltanto a rubare, uccidere, perdere. Io sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano sovrabbondante!». E la vita in abbondanza non è mai solo per me, ma per tutti.
23 aprile: III Domenica di Pasqua
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 24,13-35
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Con il cammino dei due amici di Gesù verso Emmaus sembra concludersi la loro storia di discepoli, dopo la triste fine del Maestro. Parlano tra loro, chiusi nei dolorosi ricordi di quanto avvenuto a Gerusalemme, non si danno spiegazione, non c’è pace nei lori cuori. Delusione, sconforto e ripiegamento occupano i pensieri, e rendono gli occhi tristi.
Sono molto vicini a noi questi due, soprattutto nei momenti in cui siamo tentati dallo scoraggiamento, schiacciati dalla prova dall’assenza, quando il Signore in cui abbiamo creduto pare abbandonarci. Avviene però che uno sconosciuto si faccia loro prossimo e, provando ad allargare lo sguardo, li ascolti fino in fondo. Ed ecco che dal loro racconto viene fuori una storia non proprio finita nel nulla: «certo alcune donne tra noi ci hanno sconvolti, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione, alcuni di noi sono andati al sepolcro, ma lui non l’hanno visto». Ci sarebbe dunque uno spiraglio di speranza, ma il non vedere prevale, fino a cancellare il sogno.
Il misterioso viandante allora, dopo averli lasciati sfogare, prende la parola con decisione: «O insensati e tardi di cuore…». Comincia con un rimprovero, smaschera l’illusione del riscatto d’Israele in cui avevano sperato: le sofferenze del Cristo avevano un altro fine, la sua gloria, non la loro. E la gloria non viene dai trionfi umani, dalle sconfitte degli altri, ma dal dono della propria vita.
Il cammino riprende, ed è ormai sera. È l’ora del congedo, ognuno va per la propria strada, ma quella che hanno fatto insieme non è stata inutile, si può restare a cena. La scena allora s’illumina: «quando fu a tavola con loro, preso il pane, recitò la benedizione e, spezzatolo, fece per porgerlo loro: allora i loro occhi si aprirono e lo riconobbero».
La delicata pazienza nell’ascoltare i loro lamenti, la chiarezza nel rileggere il senso dei fatti incompresi, il gesto intimo della cena hanno accompagnato il cammino dei due discepoli. C’è stato bisogno di tempo, perciò Gesù li ha presi per mano, e finalmente il loro occhi tristi hanno ritrovato la luce, il loro cuore si è riscaldato di fronte alle sue parole.
Questo è il compendio del vangelo: la compagnia del Signore accanto alle nostre illusioni e sconfitte, il suo attento ascolto del nostro lamento, la sua cura amorosa delle ferite del cuore. Si può sempre ricominciare da dove ci troviamo, anche nel più desolato smarrimento.
La celebrazione della sua parola e il gesto del pane spezzato sono diventate – da due millenni – la memoria viva della sua presenza, dove egli ha voluto essere ricordato. Non sulla croce, da dove se n’è andato, e dalla quale vuole strappare tutti i crocifissi del mondo, ma nella cena. Il più bel regalo che ha voluto lasciare ai suoi primi amici è stato quello di evitar loro l’elaborazione del lutto: tre giorni sono bastati per passare dalla morte alla vita. I discepoli di Emmaus, infatti, non hanno avuto neppure il tempo di sedersi a mensa con il posto vuoto del Maestro, ormai vivo per sempre.
16 aprile: II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Nel brano evangelico di oggi, la visita inattesa del Maestro perduto sorprende gli amici, chiusi in un luogo che ha tutto il sapore del sepolcro. La tristezza per la sconfitta, il timore di fare la stessa fine, il disorientamento hanno avuto il sopravvento. Tutto è avvenuto così rapidamente da impedire pensieri e gesti di reazione sensata.
Ci sono perdite alle quali non si è mai preparati, e questo è il caso dei discepoli di Gesù di Nazaret, il Maestro, ma non ancora il loro Dio e Signore. La passività in cui si trovano costretti dice quanto l’avventura della sequela sia stata tutta nelle mani di Gesù. Loro si sono fidati, anche se poco hanno capito di Lui, ed ora non sanno cosa fare. Quella base sicura alla quale si erano attaccati non c’è più. Tanto avevano faticato per affidarvisi che viene il dubbio di aver sbagliato.
Ma è giunta l’ora di un nuovo inizio: «“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo». Chissà cosa sarà passato nella loro mente di fronte a queste parole. Di certo lo stupore, la gioia di vedere più che di capire. Se si può ricominciare, vuol dire che niente è perduto per sempre. È quello che desidera ciascuno di noi, dopo il grande dolore per la scomparsa di una persona cara, tanto amata.
Nasce da questo incontro tra Gesù risorto e i suoi amici la speranza per tutti noi, per l’umanità intera. Da quell’evento imprevedibile della sua morte e risurrezione si dischiude un altro mondo rispetto al nostro, dove alla fine facciamo sempre i conti con i dubbi, le paure, le sofferenze, le perdite. Chi ci darà la gioia cui aspiriamo, ma non sappiamo trattenere se non per brevi istanti? Dove trovare un senso a quegli amori che ci hanno dato vita, e poi scompaiono in un attimo, e non li ritroviamo più?
Invece di chiudersi nel ricordo sconsolato, ai discepoli del Signore – come ai credenti di ogni altro tempo, che, «pur non avendo visto, crederanno» – è offerta l’opportunità di ricominciare sempre, qualunque cosa accada nel mondo umano.
La parola “fine” è solo nostra, mai di Dio. Grazie a Gesù, risorto dai morti, oggi impariamo che ogni esistenza fragile, ferita o perduta ha sempre un futuro, che non vediamo, ma c’è. Noi cominciamo a farne esperienza con il dono più prezioso del Crocifisso Risorto: il perdono dei peccati, la sua infinita misericordia. Questo è il segno che la speranza non può morire mai, che anche l’amore donato e ricevuto non avrà mai fine, perché custodito nel cuore immenso di Dio.
Certo, ne potremmo anche dubitare, come Tommaso, ma il Signore Gesù non mancherà di mostrarci piaghe in cui rifugiarci: quelle dei fratelli più deboli che incontriamo lungo la strada, dove il Signore continua a chiederci di riconoscerlo, mendicando di prendercene cura.
9 aprile: Domenica di Pasqua
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Dal sepolcro la vita è deflagrata.
La morte ha perduto il duro agone.
Comincia un’era nuova:
l’uomo riconciliato nella nuova
alleanza sancita dal tuo sangue
ha dinanzi a sé la via.
Difficile tenersi in quel cammino.
La porta del tuo regno è stretta.
Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto,
ora sì che invochiamo il tuo soccorso,
tu, guida e presidio, non ce lo negare.
L’offesa del mondo è stata immane.
Infinitamente più grande è stato il tuo amore.
Noi con amore ti chiediamo amore.
Amen.
Mario Luzi
26 marzo: V Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 11, 1-45
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Chi di noi non ha un amico che sta male? Anche Gesù ha conosciuto questa esperienza, e il brano evangelico di oggi ce la racconta nei dettagli. Soprattutto deve aver colpito i presenti alla dolorosa vicenda della scomparsa di Lazzaro il turbamento interiore di Gesù, sconvolto, in lacrime. Anche questa è la storia di un incontro d’amore travolgente, come le precedenti, con la donna samaritana e il cieco nato, dove avviene un profondo cambiamento: dall’aridità della vita all’acqua zampillante della fede, dall’oscurità degli occhi alla scoperta di un volto luminoso, dalla tristezza della morte alla sorpresa della vita.
Sono alcuni segnali di una storia di salvezza a pezzi, che si avvicina al compimento sorprendente della pasqua del Signore, quando tutto apparirà chiaro, ma solo agli occhi dei discepoli, rinnovati dalla fede in Lui: acqua viva, luce del mondo, risurrezione e vita. Anche noi ne siamo parte, introdotti dai tratti somiglianti della donna ferita da amori smarriti, del mendicante abbandonato ai margini della strada, dell’amico perduto e ritrovato.
Marta e Maria mandano a dire a Gesù: «Signore, vedi, colui che ami sta male», ed egli, inspiegabilmente per noi, rimanda la visita di due giorni. Cerca di rassicurare le sorelle: «Questa malattia non è in vista della morte, ma per la gloria di Dio, affinché il Figlio di Dio ne riceva gloria!». Uno strano modo di spostare l’attenzione: dall’amico in fin di vita alla sua gloria. Eppure questo è il modo col quale Gesù continua a rivolgersi a noi, nel momento della prova anche più dolorosa. Se guardiamo a noi, alle nostre pene, soprattutto agli affetti che sentiamo strappati, tutto sembra perduto, anzi, possiamo arrivare a dare la colpa a Gesù: «Se tu fossi stato qui, Signore, mio fratello non sarebbe morto!».
Il racconto prosegue, tutti i personaggi della scena prendono parte al dramma, e Gesù con loro. Mentre, da una parte, egli confida nella potenza del Padre che può strappare dalla morte, dall’altra, avverte tutta la fragilità dell’umano che abbraccia ed in cui è immerso. Gesù non è da solo in questo mondo, per recitare la parte dell’impassibile, totalmente altro da noi. Aveva un amico, e l’ha perduto. Nell’abisso della morte ora è sceso Lazzaro, tra poco toccherà anche a lui. Le vite s’intrecciano, sono travolte insieme, ma la speranza non muore.
«Dove l’avete messo?», chiede ai presenti. «Levate quella pietra!», ordina deciso. «Lazzaro, vieni qui, esci fuori!», grida con voce potente. «Scioglietelo, e lasciatelo andare!», comanda. L’esitazione iniziale cede il passo alla decisione imperativa: Gesù trae fuori dall’ombra di morte con la potenza stessa del Padre che gli ha dato ascolto, ma soprattutto per la forza dirompente del suo affetto, dell’amicizia, dell’amore.
Al povero Lazzaro, che dopo una penosa malattia finalmente aveva trovato la pace del riposo, adesso tocca tornare in vita, per poi morire una seconda volta. Ma ne è valsa la pena, non per sé, ma per tutti gli altri: perché credano che il Padre ha inviato il suo Figlio Gesù: lui è la risurrezione e la vita.
19 marzo: IV Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 9,1-41
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Nascere ciechi non sappiamo cosa vuol dire, neppure possiamo immaginarlo. Tra i sensi fisici, la vista è quello che permette di incontrare la mamma, di imparare a riconoscere il primo sguardo accogliente, il sorriso, le lacrime, la vita, l’amore. L’uomo del vangelo di oggi si trova in questa situazione, peraltro aggravata dal giudizio del suo popolo: tutti lo credono segnato dal peccato – suo o dei suoi genitori – perciò abbandonato da Dio e dalla comunità, destinato a mendicare, lasciato ai margini della strada e della vita.
Gesù lo accosta, gli si fa vicino e compie il gesto di una nuova creazione: «sputa per terra, e con lo sputo fa del fango, glielo spalma sugli occhi, e gli dice: “Va’ a lavarti”». L’uomo nuovo è così concepito, ma per venire alla luce vera sarà necessario un parto doloroso. Tutti gli ostacoli che incontrerà per essere accettato segnano la strada della rinascita.
Solo dopo un’infinita serie di inutili interrogatori su come è avvenuta la guarigione, quando ancora una volta sarà cacciato fuori, egli potrà finalmente vedere Gesù, colui che lo ha guarito, e di fronte a Lui nascerà la fede: « “Ecco tu lo vedi: è proprio colui che ti parla!”. Allora dice: “Credo, Signore!”».
Il lungo racconto evangelico mette in evidenza, di proposito, le resistenze di tutte le comparse della scena, proprio per suscitare nei lettori l’istinto di difesa nei confronti del poveraccio inquisito: prima condannato dalla nascita, adesso giudicato per la rinascita.
Ma il protagonista è Gesù – «Fintanto che sono nel mondo, sono luce per il mondo!» – la sua tenerezza, la sua capacità di lasciare che il cieco, che vede e crede, affronti tutte le difficoltà. Questi è icona del discepolo, toccato dal Maestro e Signore, da Lui creato come uomo nuovo, e perciò ostacolato dall’incredulità. Al centro del brano spicca il contrasto tra la presunzione di coloro che pensano di vedere, e giudicano gli altri con superiorità, e l’umiltà di chi riceve grazia immeritata, e riprende coraggio, dopo una vita misera e sconsolata.
Nell’itinerario verso la pasqua del Signore, si affaccia il bagliore di un’intima gioia: non ci sono tenebre in grado di resistere alla sua luce, questa la nostra speranza, Lui ne è la ragione. Come si comprende chiaramente da questo racconto, al Signore non importa nulla dell’ingannevole spiegazione che collega il male fisico a quello morale, la menomazione al peccato, la colpa alla pena. A Lui interessa soltanto che chi brancola nel buio possa incontrare il suo volto, e riconoscerlo come il suo Salvatore, anzi, come il Salvatore di tutti. Tocca a ciascuno di noi scegliere con quale sguardo volgerci a Gesù, e ai fratelli e alle sorelle più deboli.
5 marzo: II Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 17, 1-9
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Nelle prime tappe del cammino quaresimale di quest’anno liturgico, l’evangelista Matteo ci invita ad accompagnare Gesù in due luoghi simbolici diversi: dal deserto delle tentazioni al monte della trasfigurazione. Seguiranno poi tre incontri, narrati dal quarto evangelista – con la donna samaritana, il cieco nato e Lazzaro –, dove i simboli dell’acqua, della luce e della vita richiamano direttamente l’esperienza del battesimo. Per andare incontro alla pasqua di Gesù, torniamo alla sorgente della nostra fede, quando siamo stati coinvolti nel suo passaggio dalla morte alla vita nuova: lì è avvenuta la nostra prima trasfigurazione.
Oggi, al centro del brano evangelico è la metamorfosi di Gesù: sul monte, in compagnia di tre discepoli, Egli «fu trasformato nell’aspetto davanti a loro». È il maestro che conoscono, eppure appare in modo diverso. La scena sembra surreale, è una visione. Due personaggi cari alla memoria di Israele – Mosè ed Elia – conversano con Gesù. Il passato si fa presente, ed è come se si stessero riavvolgendo i fili di una storia che volge al suo compimento. Se prendiamo il racconto di Luca, veniamo a sapere anche il contenuto del dialogo: «parlavano dell’esito del suo cammino, quello che egli stava per portare a compimento a Gerusalemme».
Lungo questa strada si affaccia, in modo inatteso, una sosta luminosa e sorprendente: il volto di Gesù splende come il sole, le sue vesti diventano candide come la luce. È il destino ultimo, che lo attende oltre l’oscurità della morte, che qui però dura solo un momento: il dono anticipato nella speranza, la promessa cui affidarsi, che non si può trattenere.
All’iniziale stupore incantato di Pietro segue la smarrimento. Troppe cose attraversano la mente e il cuore all’incontro col Signore. I discepoli sono confusi. Giunge persino la voce del Padre dal cielo: «È questo il mio Figlio, l’amato». Avviene dunque qualcosa di simile ad una rivelazione, c’è una scoperta sorprendente, e poi tutto pare tornare alla normalità.
Oggi merita riflettere proprio su questo modo di agire del Signore nella nostra vita. Accadono cose che non abbiamo previsto, che spostano la nostra attenzione: anche nel nostro quotidiano capita di percepire bagliori che rischiarano l’opacità del vivere. Il Signore Gesù ci fa conoscere aspetti di sé e di noi che non immaginavamo.
Questa è l’esperienza della preghiera, dove si mescolano attrazione e distrazione, s’intrecciano solitudine e compagnia, consolazione e timore, voci e silenzi. Tutto di Lui e tutto di noi viene a contatto, eppure ogni cosa sfugge. È il segno che siamo di fronte al Signore, non resta che attendere il nuovo incontro, che Lui saprà offrirci ancora, senza che possiamo trattenerlo. L’esistenza credente funziona così: i discepoli di Gesù lo impareranno proprio dall’esperienza della sua pasqua.
26 febbraio: I Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 4,1-11
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

La quaresima inizia con il vangelo delle tentazioni. Gesù è messo alla prova dal diavolo su un’unica questione, proposta in tre modi diversi – il potere – come se fare miracoli e dominare il mondo potessero rivelare il vero volto di Dio. L’inganno comincia con una premessa – «Se sei Figlio di Dio» – sfidando la sua condizione di Figlio, che dovrebbe prendere il posto di un Padre arrogante, esibizionista, prepotente. Insomma, Gesù dovrebbe assomigliare all’uomo nelle sue ambizioni peggiori, perché questo è il Dio che molti vorrebbero: un padrone delle cose e delle persone.
Gesù non cade nel tranello, risponde ripetutamente: «Sta scritto», si difende prendendo un’altra parola, non la sua, ma quella di Dio. Riconosce così l’autorità della rivelazione che è venuto a compiere, non a sostituire. E il compimento sta nella forma del servo, umile, debole, diverso da quello che ci si aspetta, che alla fine rischia di non assomigliare per nulla al Dio immaginato.
Ma il desiderio di Dio, che il venire nel mondo di Gesù dischiude, si rivolge da un’altra parte: punta al cuore dell’uomo fragile, insicuro, messo alla prova. A questi Gesù si fa simile – «in tutto fuorché nel peccato» – per sostenere ciascuno di noi di fronte al limite, nel momento della tentazione di auto-affermarsi.
La quaresima ci invita a rispondere a questo desiderio di Dio, manifestato da Gesù: stare vicino a noi, alla nostra vulnerabilità, con la parola certa della compagnia, della consolazione, della grazia. Le tre indicazioni che Gesù ci ripete – le abbiamo ascoltate il mercoledì delle ceneri – rispondono a questo desiderio: la preghiera, il digiuno, la carità.
Sono tre modi complementari che ci permettono di stare vicino al Signore e ai fratelli e alle sorelle più poveri, mettendo un po’ da parte noi stessi. Si tratta di amore, non di sacrificio. Sono fatti concreti con i quali ognuno di noi riconosce di non bastare a se stesso, si affida a Gesù, e permette agli altri di non sentirsi da soli.
Se la quaresima non avesse il sapore della compagnia generosa, che nasce dalla preghiera e dalla carità, varrebbe a poco. Si ridurrebbe ad un tentativo di dominio sui propri istinti, regolato solo dalla fragile volontà, con il prevedibile esito di rafforzare l’io solitario. Da questa tentazione vuol liberarci Gesù: la pretesa di cavarcela con le nostre forze. Dunque, è il tempo della grazia che cambia il cuore, apre le mani al misero, muove i passi incontro a chi ha più bisogno. Se tu sei figlio di Dio, condividi la fame di chi non ha pane, soccorri chi cade dai pinnacoli dei templi e si ferisce, mettiti a servizio di tutti quelli che vedi intorno a te.
19 febbraio: VII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 5,38-48
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Oggi prosegue il discorso della montagna, col quale Gesù indica ai discepoli la strada «per diventare figli del Padre che è nei cieli», che non sceglie su chi far sorgere il sole o far piovere, perché Egli ama tutti di una tenerezza e di una pazienza infinite. Le indicazioni vengono dal Figlio, da colui che è immagine stessa del Padre: nei gesti rivela il suo volto amorevole e dice le sue parole piene di speranza. Perciò basta guardare a Gesù per accorgersi di come Dio Padre si rivolge a tutti, buoni e cattivi. Il resto, che tocca a noi, è una conseguenza: se sappiamo di essere trattati come figli amati, dobbiamo rapportarci agli altri da fratelli.
Siccome però non è semplice tenerlo a mente, ecco che Gesù ce lo ricorda con esempi concreti. Ma le quattro diverse situazioni che egli rappresenta – lo schiaffo, il patteggiamento, il cammino, il prestito – non sono tutte uguali, né sullo stesso piano.
Quella di “occhio per occhio e dente per dente” ricorda il principio fatto proprio dall’Antico Testamento, ma già sancito dal Codice di Hammurabi (re babilonese dal 1792 al 1750 a.C.), con il quale, mediante la “Legge del Taglione”, si regolava l’eccesso di reazione ad un male ricevuto. Gesù prosegue nel rovesciare gli istinti: al male si risponde col bene, mai con la stessa moneta, Attenzione, però: a chi ti dà uno schiaffo puoi sempre chiedere: “perché mi percuoti?”, come ha fatto Gesù stesso, in modo da non giustificare l’oppressione, ma renderla consapevole, e tentare di limitarla.
La seconda situazione propone il patteggiamento. Se vai in tribunale per una causa che sai di perdere, non insistere inutilmente. Il tuo avversario vuole la tua tunica? Lasciagli anche il mantello. Non ti fare ragione con la ripicca, cedi e chiudi il contenzioso, non vale la pena insistere. È questione di saggezza: a volte la pace si fa cedendo qualcosa in più.
La terza sembra più strana. Uno ti vuole con sé per un lungo tratto di strada, fa pressione perché tu lo accompagni, ti vuole vicino. Non resistere, non trattenerti, stai con lui al di là della sua richiesta, anzi, anticipalo, vai oltre. È la generosità di chi non calcola il proprio tornaconto, e abbassa le difese, perché non ha nulla da perdere quando dona.
L’ultima tocca i beni, il portafoglio, quanto mai caro a chiunque. «A chi ti chiede, da’; e se uno vuole avere un prestito da te, tu non respingerlo». Non tirati indietro di fronte a chi ha bisogno, anzi, non prestare proprio: regala. Così non sarete in due di fronte all’imbarazzo di chiedere indietro e di restituire.
Le indicazioni di Gesù sono concrete e attuali: la reazione pacifica di fronte alla violenza, la negoziazione nelle controversie, la pazienza nel rimanere accanto, il dono senza contraccambio. Quanto abbiamo ancora da imparare per diventare discepoli! Amare i nemici forse è troppo, ma dice la misura del Vangelo, quella che Gesù continua ad usare con chi lo rifiuta provando a prendere il suo posto, facendosi signore dei più deboli. La perfezione del Padre non sarà mai alla nostra portata, ma al suo Figlio basterebbe che provassimo a diventare ciò che siamo: tutti figli, dunque tutti fratelli.
12 febbraio: VI Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 5, 17-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

La lunga lista di insegnamenti che Gesù impartisce ai suoi discepoli fa parte del cosiddetto discorso della montagna, inaugurato con le beatitudini. Una serie di considerazioni che spaziano dai comandamenti ad altre norme: non uccidere, non commettere adulterio, non sposare una ripudiata, non giurare. Tutte cose regolate dalla legge ebraica, che Gesù non è venuto ad annullare, ma a compiere.
Qual è il senso di questo compimento? Vuol dire che oltre a queste regole ce ne sono altre? Ai comandi giudaici Gesù ne aggiunge altri? In certo senso sì, ma lo fa relativizzando i precedenti: «avete udito che fu detto… e io vi dico…». Non passerà una virgola della Legge, finché non abbia termine, ma soprattutto non passeranno le sue parole, perché sono queste ad oltrepassarla.
La sua logica non è quella di cancellare, entrando in conflitto, ma di spostare lo sguardo in avanti. Rimane indietro il legalismo ottuso di chi si sente a posto e non sovrabbonda di amore – la giustizia degli scribi e dei farisei.
Solo un cuore attento alla persona non si limita a non commettere omicidio: perché, colmo di amore, evita di ferire il fratello con le parole. Chi guarda con il segreto pensiero di possedere, di abusare, di violentare ha un occhio, e talvolta una mano che sarebbe meglio tagliare. Chi butta via l’amore, e lo spregia, non si rende conto che è un disgraziato, perde la grazia ricevuta. Anche se non tutte le storie riescono a durare sempre, mai pentirsi del bene donato e ricevuto: nulla va perduto agli occhi di Dio. Inutile quindi giurare, per farsi ragione nelle sconfitte: Lui solo è testimone della verità nascosta agli occhi.
Le parole di Gesù suonano impegnative, persino troppo dure. In realtà, fanno appello alla coscienza, non si fermano alla norma, e ciò tutela i più deboli, quelli che non ce la fanno ad apparire giusti, e non smettono di lottare con le proprie fragilità, affidandosi al Signore.
Grazie a Lui, ci sono vittime che si rialzano, malati che guariscono, mezzi morti che risorgono dal baratro. Gesù ci assicura di questo: tanti sanno andare oltre la legge, non per trasgredirla, ma per compierla. Sono coloro – e tanti tra noi – che dicono: «sì, se è sì, no, se è no». Tutto ciò che è in più a questo lo lasciano al maligno.
Gesù ci insegna a non cadere nella trappola di contrapporre legge e coscienza. Il discepolo del Signore è chiamato a guardarsi dentro e fuori, al tempo stesso. Dentro: per ascoltare la voce di Dio che risuona nell’intimo e invita all’amore. Fuori: per corrispondere alle esigenze del rispetto e della carità, che evitano di ferire il prossimo, di sostenere i più vulnerabili e di spendersi con generosità, senza tornaconto.
29 gennaio: IV Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo; Mt 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Le beatitudini che Gesù proclama sul monte sono un potente invito a puntare il nostro sguardo sul presente e sul futuro, in due direzioni diverse e complementari. Da una parte, attraverso un ribaltamento dei valori, Gesù annuncia il riscatto di coloro che sono considerati perdenti in questo mondo. La promessa di Dio è rivolta ai poveri, a coloro che piangono, a chi soffre ingiustizie e ai perseguitati nel suo nome.
D’altra parte, il Signore chiama beati coloro che hanno un cuore mite, misericordioso, limpido, pacifico, perché costruiscono dove altri distruggono. Sono due orizzonti che s’intrecciano: quello di chi vive la prova con fatica, non ce la fa e rischia di soccombere, e quello di chi dà testimonianza che è possibile un mondo diverso.
Insomma, c’è speranza per tutti, ma alla condizione che non si rimandi soltanto a Dio, nel futuro, il compito di risollevare i sofferenti, da una parte, e di premiare i buoni, dall’altra. Questa lettura sarebbe fuorviante, perché fragilità e amore sono possibili insieme, per tutti, dal momento che Gesù ha assunto ogni debolezza umana trasformandola con la potenza del dono di sé. Ciò significa che la distanza tra deboli e forti può e deve essere colmata.
Questo è il progetto di Dio sull’umanità intera: i deboli hanno bisogno di coloro che, con un sovrappiù di amore, si mettono al loro servizio, con generosità e disinteresse. Quello umano non è uno scenario che il Signore guarda dall’alto, lasciando che le cose vadano come vanno.
Considerare le beatitudini solo come una promessa, dunque, non basta: è anche un compito che ci è affidato. Tocca a ciascuno di noi asciugare le lacrime di chi piange, consolare chi patisce, lottare per la giustizia, difendere chi è perseguitato.
Mentre attendeva di accarezzare il volto del bambino Gesù, Maria aveva già contemplato l’opera iniziata dal Signore, che «ha fatto cadere i potenti dai loro troni e ha innalzato i piccoli; ha ricolmato gli affamati di ogni bene, e ha mandato via i ricchi spogliandoli di tutto». Anche se ai nostri occhi, e di fatto, sopravvivono abissi di lontananza tra gli uomini, esiste parimenti la potente azione del Signore affidata alle fragili mani e al cuore saldo chi ama e spende la vita per amore dei fratelli e delle sorelle.
Non si tratta, dunque, di aspettare il rovesciamento delle sorti umane da parte di un Dio giudice finale, ma piuttosto di far nostra la preghiera di san Francesco d’Assisi: «Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace: dove è odio, fa ch’io porti amore, dove è offesa, ch’io porti il perdono, dov’è discordia ch’io porti l’unione […]. Dove è tristezza, ch’io porti la gioia, dove sono le tenebre, ch’io porti la luce».
Il mondo nuovo, dove rallegrarci ed esultare, comincia quando comprendiamo che «Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi» (Anonimo fiammingo del XIV secolo).
22 gennaio: III Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 4,12-23
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Oggi il vangelo di Matteo ci presenta l’inizio del cammino messianico di Gesù in mezzo al popolo d’Israele, nella sua terra. Quando tace la voce di Giovanni Battista, ormai ridotto al silenzio della prigione, si alza quella del Maestro itinerante, lungo le rive del lago, nella regione di Galilea, dove si mescola gente diversa: pescatori, contadini, viaggiatori. L’evangelista vede compiuta qui la parola del profeta Isaia: «per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».
La presenza di Gesù non è solenne, clamorosa, invadente, eppure rischiara, illumina, dischiude nuovi spazi. Comincia col predicare: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Il suo modo di parlare sembra oscuro: cos’è il regno dei cieli? Dove si dovrebbe guardare per vederlo? Potrebbe essere un altro dei tanti predicatori invasati che attraversano le strade in cerca di successo, che in nome di Dio annunciano tempi migliori, magari la liberazione dagli oppressori romani.
Il suo passo invece è leggero, delicato e deciso. Lungo le rive del mare di Galilea – il lago di Tiberiade – incontra uomini presi dal lavoro della pesca, parla con loro, li invita a lasciare le reti e a seguirlo. Il coraggio di Gesù è disarmante, carico di una promessa incomprensibile: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Come si può dargli credito? Chi ha costruito con fatica una famiglia, una casa, il lavoro può forse lasciarsi incantare da uno sconosciuto sognatore di passaggio?
Oggi il vangelo ci sorprende davvero, perché comincia così l’avventura cristiana, con una proposta che pare non avere ragioni. L’inizio sta nell’attrazione, con un incanto insensato che stravolge piani e porta il cuore altrove; spinge ad entrare in un altro mondo, quello dei sogni. Senza quella dose d’incoscienza dei quattro primi pescatori non ci saremmo stati neppure noi, qui, oggi; e non potrebbero esserci nemmeno domani altri credenti in Gesù, il Signore.
Ciò che a noi appare irragionevole – come la fiducia in quel Dio che sempre avvertiremo come sconosciuto e sfuggente – in realtà, è più intimo a noi di noi stessi. Lui solo sa prenderci dentro, gettando una luce nuova nel cuore invaso dalle tenebre. Abbiamo un inconfessabile bisogno di essere chiamati per nome, riconosciuti, colti per ciò che siamo davvero. Il profondo desiderio di essere amati che portiamo dentro non trova compimento se non all’incontro con Colui che ce l’ha versato nel cuore. Questa è la meraviglia della fede: trovare la base sicura, fragile e potente al tempo stesso, su cui scommettere la vita. Una vita, la nostra, che non va perduta, non si smarrisce, ma acquista senso solo quando impariamo a donarla, a condividerla, dietro a Gesù, con i fratelli, tutti.
15 gennaio: II Domenica del Tempo Ordinario. Anno A
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 1,29-34
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Domenica scorsa si è concluso il tempo di Natale, con la festa del battesimo di Gesù. Oggi inizia il tempo ordinario, e ci viene proposto il brano del quarto vangelo in cui torna lo stesso episodio, ma con una particolarità rispetto ai vangeli sinottici: è il Battista stesso che lo racconta, egli stesso ne fa memoria, ci dice cosa ha significato per lui.
Per due volte, Giovanni ripete: «Io non lo conoscevo», e questo ci potrebbe sorprendere. Gesù è figlio di Maria e Giovanni della cugina Elisabetta: come potevano non conoscersi? Questa espressione ci fa pensare ad una scoperta che nasce dalla fede accesa dall’incontro sul fiume Giordano, dove lo Spirito scende come una colomba e rimane su Gesù. A Giovanni, il cugino Gesù appare in una luce diversa.
Con questa immagine i vangeli rappresentano un fatto imprevisto: nell’umiltà di Gesù, che s’immerge nel comune destino del suo popolo, si dischiude un orizzonte nuovo, quello di Dio e del suo Spirito. È allora che Giovanni comprende appieno la missione affidatagli dal Signore: «Proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
Inizia la missione di Gesù e termina quella di Giovanni, il testimone lascia il passo al nuovo e ultimo inviato, il Figlio, sul quale punta il dito: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!».
Da questo racconto derivano due importanti conseguenze per noi, battezzati nell’acqua e nello Spirito, anzi nel nome della Trinità. La prima è il riconoscimento di chi è Gesù, alla luce del quale possiamo comprendere chi siamo noi: grazie al Figlio siamo figli di Dio, quindi fratelli tra noi.
La seconda: siamo invitati a diventare testimoni di questo incontro. Impareremo a indicare agli altri Gesù, e con lui il bene che ci viene continuamente messo davanti lungo la nostra strada? Oppure siamo tentati di puntare il dito contro gli altri, per giudicarli, lasciandoci attrarre più dal male che dal bene?
Non dimentichiamo che il peccato del mondo, dal quale Gesù – agnello di Dio – viene a liberarci, ha messo le sue radici nell’autoreferenzialità, nell’aspirazione ad essere i primi invece degli ultimi, ovvero a prendere il posto di Dio, che ci rende nemici gli uni degli altri, pronti al giudizio e al conflitto.
Abbiamo bisogno di sempre nuove immersioni nell’amore di Dio: Lui ci libera dall’egoismo che acceca, rende insensibili e ripiegati su noi stessi. Solo allora riconosceremo il Signore come colui «che è avanti a me, perché era prima di me», per imparare a non anteporci mai neppure ai fratelli.
8 gennaio: Battesimo del Signore
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 3,13-17
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

«Mentre il silenzio fasciava la terra
e la notte era a metà del suo corso,
tu sei disceso, o Verbo di Dio,
in solitudine e più alto silenzio.
La creazione ti grida in silenzio,
la profezia da sempre ti annuncia,
ma il mistero ha ora una voce,
al tuo vagito il silenzio e più fondo.
E pure noi facciamo silenzio,
più che parole il silenzio lo canti,
il cuore ascolti quest’unico Verbo
che ora parla con voce di uomo.
A te, Gesù, meraviglia del mondo,
Dio che vivi nel cuore dell’uomo,
Dio nascosto in carne mortale,
a te l’amore che canta in silenzio».
«I nuovi tempi sono già iniziati,
i tempi nuovi che il mondo attendeva
fin dall’origine, gli ultimi tempi:
e fu la voce dal cielo a bandirli.
“Questi è il mio Figlio, l’amato da sempre,
nel quale ho posto la mia compiacenza”:
così è spuntata l’aurora del mondo
e fu l’inizio di nuova creazione.
Ma tu sei venuto a battezzarci
in Spirito santo e fuoco:
non vale l’acqua soltanto
ma l’acqua e il sangue
che sgorga dal tuo costato, Signore:
così sia il nostro battesimo
affinché i cieli si aprano anche su di noi.
Amen».
David Maria Turoldo
6 gennaio 2023: Epifania del Signore
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Con l’adorazione dei Magi si allarga l’orizzonte dischiuso dall’evento della nascita di Gesù. Dopo la prima visita dei pastori, giungono altri pellegrini a rendere omaggio al Bambino. I primi furono guidati dagli angeli, i secondi dalla stella cometa. Potranno sembrare racconti fantastici quelli trasmessi dai vangeli, specialmente ad occhi sospettosi e razionalistici. Eppure in essi ci è consegnata una verità da indagare attentamente. Perciò, facciamo riferimento a quanto scriveva Joseph Ratzinger – Benedetto XVI nel suo libro su L’infanzia di Gesù (2012) – anche per la cara e grata memoria di lui, tornato alla casa del Padre.
«L’ambivalenza del termine “mago”, che troviamo qui, mette in luce l’ambivalenza della dimensione religiosa come tale. La religiosità può diventare una via verso una vera conoscenza, in definitiva una via verso Gesù Cristo. Quando, però, di fronte alla presenza di Cristo, non si apre a Lui e si pone contro l’unico Dio e Salvatore, essa diventa demoniaca e distruttiva». Per Matteo, i Magi, anche se non appartenenti al ceto sacerdotale persiano, erano dotati di una conoscenza religiosa e filosofica proveniente da quell’ambiente. Tuttavia, essi non sarebbero stati solo astronomi, ma sapienti, ovvero «rappresentavano la dinamica dell’andare al di là di sé, intrinseca alle religioni – una dinamica che è ricerca della verità, ricerca del vero Dio e quindi anche filosofia nel senso originario della parola. Così la sapienza risana anche il messaggio della “scienza”. Possiamo dire con ragione che essi rappresentano il cammino delle religioni verso Cristo, come anche l’autosuperamento della scienza in vista di Lui». Attesa interiore dell’uomo, movimento delle religioni e orientamento della ragione verso la verità sono, dunque, le caratteristiche dei Magi incamminati all’incontro con Gesù.
«Se i Magi, che, guidati dalla stella, erano alla ricerca del re dei Giudei, rappresentano il movimento dei popoli verso Cristo, ciò implicitamente significa che il cosmo parla di Cristo e che, però, per l’uomo nelle sue condizioni reali, il suo linguaggio non è pienamente decifrabile». La comprensione cristiana di questi testi, dunque, approfondendo la portata cosmica dell’influenza di Cristo, ha intuito che «non è la stella a determinare il destino del Bambino, ma il Bambino guida la stella. Volendo, si può parlare di una specie di svolta antropologica: l’uomo assunto da Dio – come qui si mostra nel Figlio unigenito – è più grande di tutte le potenze del mondo materiale e vale più dell’universo intero».
Questi spunti di meditazione ci aiutano a guardare al Signore Gesù con la fiducia che Egli si offre a tutti coloro che sono in sincera ricerca di Lui, anche senza una chiara ed esplicita intenzione, ma che provano a scorgerne i segni nel mondo. Sarà Lui a farsi trovare, di questo possiamo essere certi.
1 Gennaio 2023: Santa Maria Madre di Dio
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 2,16-21
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO PER LA
LVI GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2023
Nessuno può salvarsi da solo.
«Cosa, dunque, ci è chiesto di fare? Anzitutto, di lasciarci cambiare il cuore dall’emergenza che abbiamo vissuto, di permettere cioè che, attraverso questo momento storico, Dio trasformi i nostri criteri abituali di interpretazione del mondo e della realtà. Non possiamo più pensare solo a preservare lo spazio dei nostri interessi personali o nazionali, ma dobbiamo pensarci alla luce del bene comune, con un senso comunitario, ovvero come un “noi” aperto alla fraternità universale. Non possiamo perseguire solo la protezione di noi stessi, ma è l’ora di impegnarci tutti per la guarigione della nostra società e del nostro pianeta, creando le basi per un mondo più giusto e pacifico, seriamente impegnato alla ricerca di un bene che sia davvero comune.
Per fare questo e vivere in modo migliore dopo l’emergenza del Covid-19, non si può ignorare un dato fondamentale: le tante crisi morali, sociali, politiche ed economiche che stiamo vivendo sono tutte interconnesse, e quelli che guardiamo come singoli problemi sono in realtà uno la causa o la conseguenza dell’altro. E allora, siamo chiamati a far fronte alle sfide del nostro mondo con responsabilità e compassione. Dobbiamo rivisitare il tema della garanzia della salute pubblica per tutti; promuovere azioni di pace per mettere fine ai conflitti e alle guerre che continuano a generare vittime e povertà; prenderci cura in maniera concertata della nostra casa comune e attuare chiare ed efficaci misure per far fronte al cambiamento climatico; combattere il virus delle disuguaglianze e garantire il cibo e un lavoro dignitoso per tutti, sostenendo quanti non hanno neppure un salario minimo e sono in grande difficoltà. Lo scandalo dei popoli affamati ci ferisce. Abbiamo bisogno di sviluppare, con politiche adeguate, l’accoglienza e l’integrazione, in particolare nei confronti dei migranti e di coloro che vivono come scartati nelle nostre società. Solo spendendoci in queste situazioni, con un desiderio altruista ispirato all’amore infinito e misericordioso di Dio, potremo costruire un mondo nuovo e contribuire a edificare il Regno di Dio, che è Regno di amore, di giustizia e di pace.
Nel condividere queste riflessioni, auspico che nel nuovo anno possiamo camminare insieme facendo tesoro di quanto la storia ci può insegnare. Formulo i migliori voti ai Capi di Stato e di Governo, ai Responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai Leaders delle diverse religioni. A tutti gli uomini e le donne di buona volontà auguro di costruire giorno per giorno, come artigiani di pace, un buon anno! Maria Immacolata, Madre di Gesù e Regina della Pace, interceda per noi e per il mondo intero».
25 dicembre 2022: Natale del Signore
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 1,1-18
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

Nel mistero del Natale contempliamo, con occhi incantati, Dio che sceglie di essere – una volta e per sempre – con noi, come noi, per noi.
Con noi: in mezzo a Maria e Giuseppe, colmato di tenerezza; accanto ad ogni ragazzo che cresce tra sogni e incertezze; dietro ad ogni adulto, con la fatica del lavoro, e all’anziano provato dal dolore e dalla solitudine.
Come noi: con le stesse paure ed esitazioni che prova un adolescente; con la passione e le sconfitte di un giovane; con la delusione di chi soffre l’abbandono degli amici più cari. In Gesù, Dio ha imparato a piangere come un bambino, che ha fame e sete; a sorridere come chi vede guarire un ammalato; a cantare come chi loda il Signore provvidente per tutte le sue creature.
Per noi: come colui che non tiene niente per sé, e dona tutto ciò che ha di più caro, la sua stessa vita; come chi sa che la gioia più grande è servire e stare con i poveri e i più vulnerabili; come chi attira umili pastori con vagiti che assomigliano al belare di un agnello.
Noi, pastori
«Rapida come un fulmine
scende la gioia del Divin
Bambino.
Scende a rallegrare le stelle
e noi erranti pastori
sulla Terra.
Di nuovo scende, nonostante
così come insiste
sulla fronte
di un bimbo malato –
il mondo –
la carezza di una madre.
Non abbiamo nulla nelle mani
se non la nostra ostentata ricchezza
l’idea falsa di libertà.
È la notte di Natale.
È la notte della povertà.
Un albero disadorno,
un antico presepe
attendono da secoli
il nostro sguardo.
O piccolo Gesù
ridacci quell’innocenza,
quello spirito caritatevole
che nessun’altra ragione,
nessun altro albero ricolmo
sanno offrire
a noi sperduti viandanti».
Alda Merini
18 dicembre 2022: IV Domenica di Avvento
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 1,18-24
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

La figura di Giuseppe, il custode di Gesù, padre secondo la legge, cui è affidata la santa famiglia di Nazaret, nel brano di oggi appare in primo piano. Lui, custodito dai racconti evangelici con estremo riserbo, senza che mai esca una parola dalla sua bocca, riceve una notizia sconvolgente dalla sua fidanzata: Maria attende un bambino, non da lui, ma dallo Spirito santo. Com’è possibile? – si era già chiesta Maria di fronte all’angelo. Ora tocca anche a Giuseppe cercare una risposta. Non possiamo nemmeno immaginare cosa sarà passato nel cuore e nella mente al giovane promesso sposo di quella ragazza di Nazaret con la quale aveva fatto progetti di vita e d’amore.
A Giuseppe si prospettano due vie di fuga, entrambe drammatiche. La prima: consegnare ufficialmente a Maria il libello di ripudio, che per la legge di Mosè ha di conseguenza, in questo caso, la lapidazione della fidanzata. La seconda: rilasciarla in segreto, evitando di esporla all’infamia, e farsi discretamente da parte, inventando qualche pubblica scusa.
Mentre va in fumo un sogno, ne compare un altro, a prima vista incomprensibile, ma ancora di un sogno si tratta: «quand’ecco un angelo del Signore gli si manifestò in sogno dicendo: “Giuseppe, figlio di David, non aver paura a prendere con te Maria, la tua donna, perché ciò che è generato in lei è opera dello Spirito santo”». Sembra tutto perduto. I progetti cambiano drasticamente, nella solitudine di Maria e in quella ancor più radicale di Giuseppe. Potrebbero allontanarsi sconfortati. Il Signore, in cui essi hanno creduto e sperato, dal quale attendevano con fiducia benedizione sul loro amore, ha forse rovinato tutto?
Ci sono momenti nella vita di tutti in cui si tratta di prendere o lasciare: questa è la dura prova dell’amore vero. Maria e Giuseppe non fanno appello a se stessi, ma si rivolgono più in alto, guardano a Colui che li raggiunge così in basso che mai avrebbero immaginato, nell’intimità delle viscere più umane che ci siano: Maria «partorirà un figlio e tu lo chiamerai con il nome Gesù».
Giuseppe è l’uomo dei fatti, non delle parole: «Allora, risvegliatosi dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua donna». Anche noi, vicini a Natale, siamo pervasi dallo stupore che lascia da parte i pensieri e si affida ad una Parola che irrompe potente nel cuore e nella carne, al punto da sconvolgere la vita.
Quando i nostri progetti sembrano svanire, forse il Signore ne sta costruendo altri di più grandi e più belli. Se i nostri sogni ci paiono irrealizzati, non lo sarà mai il suo: perché siamo noi. La nostra felicità è la sua. La via per la quale giungervi non può che essere misteriosa. Perciò, non ci resta che affidarci, pieni di meraviglia, pur non senza umano legittimo timore. Maria e Giuseppe hanno fatto così, e non è andata poi tanto male, almeno per quella parte di umanità che ha il dono di credere che Dio è qui, in mezzo a noi.
11 dicembre 2022: III Domenica di Avvento
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 11,2-11
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Abbiamo già incontrato Giovanni Battista – il precursore di Gesù, sulle rive del fiume Giordano – che, insieme a Maria, ci accompagna nel tempo di Avvento. Oggi, egli si presenta sotto una luce diversa, che potrebbe sorprendere. È imprigionato, sente dire alcune cose di Gesù, è preso da una sorta di scoraggiamento, forse teme il fallimento della propria missione, perciò vuole essere rassicurato da notizie dirette: «Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare qualcun altro?».
In realtà, egli mescola la propria situazione – dovuta alle critiche rivolte alla condotta di Erode Antipa, che conviveva con la cognata Erodiade rimasta vedova di Filippo – con il suo annuncio della venuta del Messia. Nella condizione di carcerato, Giovanni ha bisogno di conforto, e lo cerca in Gesù. Egli appare dunque in tutta la sua umana fragilità, che poi è la nostra, ovvero di chi, pur credendo e impegnandosi con coraggio, desidera conferme specialmente nel momento della prova.
La risposta di Gesù ai discepoli del Battista non è formale, teorica, intellettuale – del tipo: “sì, sono io colui che viene, non temere, non ti sei sbagliato” – ma: «i ciechi recuperano la vista e gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati e i sordi odono, i morti vengono risvegliati e i poveri ricevono il lieto annuncio». C’è tutta l’opera concreta che Gesù sta compiendo, di lui parlano i segni di salvezza fisica e spirituale che tocca tutti i sofferenti e tutta la persona, ma soprattutto conta la conclusione: «E felice è colui che non trova in me motivo di inciampo».
Anche noi, quando attendiamo risposte dal Signore, siamo invitati a puntare lo sguardo con fiducia verso di Lui. Il rischio di misurare l’agire di Dio con il nostro metro – quello dell’essere sollevati dalle difficoltà – è sempre in agguato. Al Battista, Gesù fa sapere che la potenza del Messia è indirizzata principalmente ai più deboli, che Egli non abbandona nessuno, anche quando sembra tacere. Chi si aspetta trionfi e vittorie sui potenti sbaglia Dio.
Le parole che poi Gesù rivolge alle folle rafforzano la stima che Egli ha di Giovanni, restituendogli la conferma della sua missione profetica: «fra i nati di donna non è mai sorto nessuno più grande di Giovanni il Battezzatore, ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». Il messaggero ha fatto la propria parte, adesso comincia il tempo del regno, della signorìa di Dio, con la sequela di Gesù. Lo sguardo va spostato dal dito che indica la luna alla luna stessa – avrebbero scritto i giovani sessantottini sui muri dell’università – ed è proprio quello che Giovanni aveva desiderato: «l’amico dello sposo, che gli sta accanto e l’ascolta, gode di grande gioia alla voce dello sposo! Questa mia gioia – dunque – eccola compiuta! Bisogna che lui cresca, e che io diminuisca» (Gv 3,29-30). Questo è il senso della domenica “gaudete”, che oggi celebriamo, ed è il Battista che ce lo indica.
8 dicembre 2022: Immacolata Concezione
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 1, 26-38
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».
E l’angelo si allontanò da lei.

«Come possiamo cantarti, o Madre,
senza turbare la tua santità
senza offendere il tuo silenzio?
Non abbiamo altra speranza,
non abbiamo fiducia nelle nostre preghiere,
ma tu hai trovato grazia presso Dio.
Sei la nostra natura innocente,
la nostra voce avanti la colpa,
il solo tempio degno di Lui.
Per questo è venuto sulla terra,
uomo in tutto simile a noi;
ora lo stesso Dio non fa più paura.
Noi vogliamo che sia tu a pregare,
noi canteremo il tuo stesso canto:
e si faccia di noi secondo la sua parola.
Così la Chiesa sarà come te il segno certo,
ed Egli continuerà ad essere la nostra carne:
pure noi faremo solo quanto Egli dirà.
Così abbiamo speranza anche noi nel prodigio;
l’acqua delle nostre lacrime si muti in vino,
e il vino, nell’atto di amore, si muti in sangue.
Così ritorni la gioia nei nostri conviti
e Lui viva in ognuno di noi,
principio e fine dell’armonia del mondo.
Principio della nostra salvezza,
fine della nostra solitudine:
e tu sempre Madre dell’uomo nuovo.
Tu ultima possibilità di questa nostra creazione,
tu la terra santa che la rigenera ancora,
tu la custodia vivente della Parola.
Io dico a Lei:
Maria, nel tuo seno
si sbriciola quel muro,
che ci negava Dio.
Per sua giustizia, è vero,
ma Lui teneva in serbo
la carta della vita.
Si riservava il tempo
ed occorreva un seno
adatto per il Verbo.
Ad impedir la macchia
ha già pensato Lui:
terrà lontan l’inferno.
A costruire il tempio,
che deve accoglier Dio,
tu penserai, Maria.
– Io non conosco uomo! –
Lo dici con timore
d’ostacolare Dio.
Invece è proprio quello,
che vuol da te il Signore.
L’attira il tuo candore!
Scendendo il Verbo in te
s’infrange la sentenza
della condanna eterna.
In te bellezza somma.
In te la Grazia piena.
In te il totale amore.
Sei talamo divino.
Sei sposa senza ruga.
Sei santo Tabernacolo.
Gesù ha fuso il palpito
con quello del tuo cuore.
Ti chiama “Mamma mia”.
E quando torna in Cielo,
sei firma e testamento
di nostra appartenenza».
(David Maria Turoldo)
27 novembre 2022: I Domenica di Avvento. Anno A
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 24,37-44
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Il tempo di Avvento inizia con l’invito rivolto da Gesù ai suoi discepoli a prepararsi in vista del tempo finale: «State svegli, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà». Gli esempi che accompagnano lo sguardo rivolto al momento conclusivo della storia hanno un sapore minaccioso, un tono inquietante: come i giorni di Noè prima del diluvio, come il ladro che viene di notte.
Ma davvero il Signore vuole impaurirci? O non piuttosto scuoterci, perché ci rendiamo conto dell’importanza di ogni momento presente che ci è dato di vivere, come se non ce ne fosse un altro dopo? È l’urgenza dell’attenzione al qui e ora che interessa a Gesù, non tanto il futuro remoto che sempre spaventa, perché non sappiamo prevederlo. Egli sposta lo scenario in avanti, ma in verità pensa all’oggi, in cui Lui stesso è presente con noi, «tutti i giorni, fino al compimento del tempo» – sono le ultime sue parole nello stesso vangelo di Matteo, che ci accompagnerà in questo nuovo anno liturgico.
La questione di fondo è la distrazione: l’essere presi da molte occupazioni è la vera fonte di ansia, ma un’ansia che impedisce di cogliere l’attimo fuggente che stiamo vivendo, gravido di opportunità per fare il bene possibile. In effetti, siamo tutti tentati di sfuggire: chi si rifugia nella nostalgia del passato, chi si proietta nell’incerto e vago domani. L’oggi, invece, richiede presenza a se stessi e agli altri, perché qui abita il Signore, in mezzo a noi.
Il senso della perdita sconcerta, il tempo risulta inafferrabile, tutto scorre via senza riuscire a trattenere alcunché. Facciamo fatica ad accettare lo scorrere inesorabile del tempo, perciò l’affanno prende il posto dell’attenzione, l’ansia prende il posto della cura per i dettagli. Ma è in questa fugacità che mette radici la fede, con la certezza della presenza di Gesù che mai abbandona. Nel non possesso delle cose e delle persone abita la speranza di poterle custodire. Con la gratuità dell’amore ci viene incontro l’eternità.
La parola di Gesù riaccende in noi il desiderio di stare con Lui e di dedicarci agli altri, perché consapevoli che è il Signore che custodisce la nostra aspirazione, non la delude e la riempie della sua presenza inattesa, che qui ed ora ha il volto dei più deboli.
«L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi» (Dietrich Bonhoeffer). Nel tempo di Avvento, come nella vita, per imparare ad attendere, con gioia e senza paura, non resta che guardare a Maria, l’unica che ha fatto spazio nel cuore e nel grembo all’eternità di Dio.
20 novembre 2022: Cristo Re dell’Universo
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 23,35-43
In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Nella domenica che chiude l’anno liturgico, il vangelo di Luca ci presenta la scena del Calvario come l’ultimo orizzonte sul quale si affaccia la speranza per tutti. Due criminali ai lati di Gesù, che impiegano il filo di voce che gli resta per parlare con Lui. Uno lo invoca, a suo modo, forse ha un’ultima speranza, e lo sfida a scendere dal patibolo; l’altro interviene e lo rimprovera. Un dialogo estremo, dove viene fuori la verità, insieme a un disperato bisogno di salvezza. Una verità dolorosa: «Per noi è giusto così, perché riceviamo il degno contraccambio delle nostre azioni», perciò pronta a riconoscere la differenza: «costui non ha fatto nulla di male».
Accanto all’Innocente s’illumina la coscienza di sé: solo allora è possibile ammettere la verità. Abbiamo bisogno di più luce per vedere meglio, per accorgerci di dove siamo, di chi siamo e cosa possiamo sperare.
La solennità di Cristo re dell’universo ci pone di fronte al destino ultimo delle cose, delle persone, di ciascuno di noi. Che fine faremo? Chi raccoglierà le nostre miserie, le fragilità, i ritardi, le colpe di tutti? Se c’è una speranza, questa viene dalla disposizione interiore e reale ad affidarci a Colui che fa nuove tutte le cose, senza che neppure un capello del nostro capo vada perduto.
Lungo quest’anno liturgico abbiamo letto e meditato il vangelo di Luca, il vangelo della misericordia, dove ogni debolezza è accostata con tenerezza dal Signore. Oggi, questo percorso si chiude proprio con il gesto estremo del perdono: «Amen ti dico: oggi tu sarai con me nel paradiso!». Nel giardino del re – indicava l’origine persiana della parola “paradiso” – nel giardino di Dio, ove la vita fiorisce nel giorno senza tramonto.
Questa è la risposta del Signore crocifisso a tutti i crocifissi della storia, a coloro che lo supplicano con l’ultimo respiro: «Gesù, ricordati di me quando sarai giunto al tuo regno».
«In un solo istante, su quel disgustoso cadavere, la Grazia ha approfittato di tutte le deficienze della virtù.
L’assassino, l’impudico, il ladro, il forzato, il bandito professionale è diventato un santo…
È bastato quell’impercettibile spostamento, quella lieve fessura nell’ermetico recipiente del nostro egoismo.
È bastato uno sguardo tra le sue palpebre sanguinanti per scatenare nell’invitato di destra quel cataclisma penitenziale, quella risurrezione mista all’agonia, quell’irresistibile esplosione dell’Eternità» (Miguel de Unamuno, Il Cristo di Velazquez, 1913).
Abbiamo anche noi il coraggio di ripetere ogni giorno al Signore: «ricordati di me», con la fiduciosa speranza di sentirci rispondere: «oggi sarai con me». Quell’oggi che viviamo, seppur doloroso, odora già di risurrezione.
13 novembre 2022: XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 21,5-19
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Dal Messaggio di Papa Francesco per la VI Giornata mondiale dei poveri:
Gesù Cristo si è fatto povero per voi (cfr 2 Cor 8,9)
«L’esperienza di debolezza e del limite che abbiamo vissuto in questi ultimi anni, e ora la tragedia di una guerra con ripercussioni globali, devono insegnare qualcosa di decisivo: non siamo al mondo per sopravvivere, ma perché a tutti sia consentita una vita degna e felice. Il messaggio di Gesù ci mostra la via e ci fa scoprire che c’è una povertà che umilia e uccide, e c’è un’altra povertà, la sua, che libera e rende sereni.
La povertà che uccide è la miseria, figlia dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della violenza e della distribuzione ingiusta delle risorse. È la povertà disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non concede prospettive né vie d’uscita. È la miseria che, mentre costringe nella condizione di indigenza estrema, intacca anche la dimensione spirituale, che, anche se spesso è trascurata, non per questo non esiste o non conta. Quando l’unica legge diventa il calcolo del guadagno a fine giornata, allora non si hanno più freni ad adottare la logica dello sfruttamento delle persone: gli altri sono solo dei mezzi. Non esistono più giusto salario, giusto orario lavorativo, e si creano nuove forme di schiavitù, subite da persone che non hanno alternativa e devono accettare questa velenosa ingiustizia pur di racimolare il minimo per il sostentamento.
La povertà che libera, al contrario, è quella che si pone dinanzi a noi come una scelta responsabile per alleggerirsi della zavorra e puntare sull’essenziale. In effetti, si può facilmente riscontrare quel senso di insoddisfazione che molti sperimentano, perché sentono che manca loro qualcosa di importante e ne vanno alla ricerca come erranti senza meta. Desiderosi di trovare ciò che possa appagarli, hanno bisogno di essere indirizzati verso i piccoli, i deboli, i poveri per comprendere finalmente quello di cui avevano veramente necessità. Incontrare i poveri permette di mettere fine a tante ansie e paure inconsistenti, per approdare a ciò che veramente conta nella vita e che nessuno può rubarci: l’amore vero e gratuito. I poveri, in realtà, prima di essere oggetto della nostra elemosina, sono soggetti che aiutano a liberarci dai lacci dell’inquietudine e della superficialità».
6 novembre 2022: XXXII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 20,27-38
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Nel brano evangelico di oggi, i sadducei, che non credono alla risurrezione dei morti, mettono alla prova Gesù: «La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Egli avrebbe potuto cavarsela rispondendo che, data la loro cattiva fede, è inutile affrontare una questione che dipende proprio dalla fede nel Dio d’Israele, in cui dicono di credere. Invece, accetta il confronto e allarga l’orizzonte. I «figli della risurrezione, sono figli di Dio», del Dio dei viventi, quindi si trovano ormai in un’altra condizione, che non riproduce il mondo terreno, ma lo trascende, va al di là di esso, pur assumendolo pienamente.
In effetti, non è per nulla semplice immaginare quale tipo di relazione sarà stabilita tra noi dopo la morte, condizionati come siamo dalla Commedia dantesca e dalle molte rappresentazioni pittoriche dell’aldilà, dove sembra ripresentarsi l’aldiquà, seppur determinato dal giudizio divino. Rivedremo i nostri cari? Staremo vicini come lo siamo stati durante questa vita? I legami d’amore, per i quali abbiamo lottato, sofferto e gioito, si conserveranno? E in quale forma?
La nostra attenzione è attratta più dal come e da con chi saremo, piuttosto che dal credere che nell’eternità di Dio le cose cambiano, sebbene permangano nella loro identità. Per farci un’idea di questa nuova condizione, occorre guardare a Gesù crocifisso e risorto, che è lo stesso di prima, eppure diverso; ancora il Maestro, ma adesso il Signore. Egli torna al Padre, lascia i suoi e, al tempo stesso, rimane con noi in un altro modo, nello Spirito, con l’eucaristia e i con i poveri, fino alla fine del mondo.
Per immaginare il futuro della nuova creazione è necessario puntare lo sguardo verso il mistero d’amore di Dio, alla sua capacità di fare nuove tutte le cose, conservandone l’identità e conducendole alla pienezza. Di più è difficile dire. Se crediamo che la fede e la speranza passeranno, e rimarrà solo l’amore – come dice san Paolo – possiamo fidarci: nulla di noi e dei nostri cari andrà perduto, perché finalmente gioiremo della comunione con Dio e con gli altri. Il pensiero della morte ci spaventa, è un salto nel buio, eppure il Signore ci promette il suo abbraccio senza fine, dove ogni pena scomparirà, e i veri legami d’amore giungeranno a compimento. Su questa fede nel Dio dei viventi poggia la nostra speranza.
Voler riprodurre questo mondo non sarebbe la cosa migliore per noi, affannati come siamo dalla sete insaziabile di affermazione. Di fronte alla tentazione di continuare a possedere, non stanchiamoci di pregare il Padre, come Gesù ci ha insegnato: “non lasciarci entrare nella prova, ma liberaci dal male”. Saremo finalmente liberi dall’egoismo, dall’ansia di distinguere ciò che è mio da ciò che è di altri; non vivremo più per noi stessi: «Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».
1 novembre 2022: Tutti i Santi
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Nelle beatitudini, sono otto i colori che servono per dipingere l’affresco della santità. Ci sono le tinte forti della povertà interiore e materiale, della sete e fame di giustizia, del pianto e della persecuzione, e poi quelle più delicate della purezza di cuore, della pace, della mitezza, della misericordia. Anzi, quest’ultima è il colore di fondo, senza il quale non si trova la via della santità.
La strada per il cielo, dunque, attraversa la terra: infangata, sporca, accidentata. Lungo questi sentieri alcuni cadono a causa di altri, e altri aiutano i feriti a rialzarsi. Ecco le beatitudini, che non sono tutte dello stesso genere. Alcune hanno il sapore forte della prova: la povertà interiore e materiale, il pianto, la fame e sete di giustizia, la persecuzione e l’offesa. Altre hanno il gusto delicato della tenerezza: la mansuetudine, la purezza di cuore, la misericordia, la pace. Come per dire che ognuno, per la sua strada, è chiamato ad essere il meglio di sé, quello che Dio ha pensato per lui o per lei, ma non da solo, mai da soli. Quando si ha la grazia di avvertire che il Vangelo è possibile in qualunque situazione ci troviamo, allora è bene sapere quali sono gli indicatori della via comune alla santità: pazienza, umorismo, audacia, comunità, preghiera.
Papa Francesco, nella sua Esortazione apostolica Gaudete et exsultate (2018), dice che la santità è un appello, un invito, la chiamata rivolta da Dio ad ogni persona, senza distinzioni, «con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità». È un lavoro artigianale, persino artistico, simile all’opera di un affresco. Una cosa bella e impegnativa. Che il Maestro ha in mente, ma tocca agli artigiani realizzare con pazienza. Ognuno deve trovare i colori giusti per lasciare che emerga la propria figura. Alla fine viene fuori un capolavoro dove ciascuno è al proprio posto, alla destra di Gesù Signore dell’universo. Un po’ come nella Cappella Sistina.
La santità è soprattutto roba da peccatori: pentiti e perdonati. Quindi per tutti quelli che hanno capito di non poter scagliare pietre verso gli altri. Anzi, soprattutto per coloro che hanno rischiato di prenderle o addirittura sono sati lapidati, i martiri ad esempio. E ce ne sono molti, nascosti, anche oggi. Quelli che il Papa chiama “popolo di Dio paziente”, “i santi della porta accanto”, “la classe media della santità”. Come i genitori che crescono con tanto amore i loro figli, gli uomini e le donne che lavorano per portare il pane a casa, i malati, le religiose anziane che continuano a sorridere. Insomma, non gente che non cade mai, ma che ogni volta si lascia rialzare dalla misericordia di Dio.
Affidiamoci, dunque, a questi fratelli e a queste sorelle più generosi, che hanno lasciato dietro di sé un sovrappiù di amore, perché ci sostengano nel cammino della vita. Confidiamo nella loro premurosa custodia: chi ha amato in questa vita continua a farlo anche nell’altra.
23 ottobre 2022: XXXI Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 19,1-10
In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Il brano del vangelo di oggi ci racconta un incontro imprevisto, che cambia la vita di un uomo, non solo piccolo di statura fisica, ma anche morale. Gesù è accolto in casa da Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, che annuncia il proposito di dare la metà dei suoi beni ai poveri e di restituire quattro volte il frutto della frode. L’incontro è inatteso, nasce dal desiderio che Zaccheo ha di vedere chi è Gesù. Ne ha sentito parlare, chissà cosa si aspetta da lui, forse è spinto dalla curiosità di sbirciare di nascosto, di guardare senza farsi vedere. Il desiderio di Zaccheo viene esaudito: egli vede Gesù, ma non immagina di essere visto. C’è una doppia sorpresa: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua»; come per dire: ti ho visto anch’io, anzi cercavo proprio te. All’oggi del soggiorno segue l’oggi della salvezza; da uno scambio di sguardi nasce un incontro decisivo.
La rapidità con cui accade l’incontro potrebbe meravigliare. Di solito, occorre tempo per prendere decisioni importanti, ma nel caso di Zaccheo tutto avviene molto rapidamente. Il cuore è sorpreso, toccato in profondità. Vuol dire che egli sa di essere ingiusto, peccatore, ma ha bisogno di uno che lo accolga com’è, e Gesù fa proprio così: non rimprovera né chiede conto, ma dona uno sguardo, la sua presenza, entra nell’intimità della casa – prima ancora nel cuore – e dischiude un nuovo orizzonte di fiducia e speranza. Emerge in tal modo il senso ampio dell’espressione: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa», che dice l’accadere di una relazione riuscita.
Ciò che avviene nel cuore di Zaccheo – e si fa gesto pubblico di conversione – è salvezza, perché il Salvatore è stato accolto nella propria casa, nello spazio intimo della vita. Dunque, da Gesù proviene qualcosa che Zaccheo fa proprio; questa relazione rinnovata da Gesù corrisponde al compimento della sua missione: «il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».
Gli elementi presenti in quella che il lettore riconosce come storia di salvezza – cominciata in mezzo alla folla lungo la strada, compiuta nell’intimità della casa, destinata ad effetti pubblici – sono sufficienti a rivelare un tratto sostanziale dell’agire quotidiano di Gesù come Signore delle relazioni. Questa presenza accolta che trasforma, risana e dona novità di vita è propriamente salvifica e perciò divina, proprio nella sua piena umanità.
Chiediamo al Signore di entrare nella nostra vita, anche partendo dal desiderio incerto, nascosto, esitante. Sarà Lui a fare il resto, con delicatezza e forza, lasciando che siamo noi ad offrirgli quel che siamo, pronti a condividere con i più poveri ciò che non ci appartiene, ma ci è solo dato in prestito.
23 ottobre 2022: XXX Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 18,9-14
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

La scena che il vangelo di Luca ci presenta è una chiara indicazione per la nostra preghiera. L’alternativa non è tanto determinata dal tipo di persona cui potremmo assomigliare – il fariseo o il pubblicano – ma dal modo di porsi dinanzi a Dio e agli altri. Se ci fermassimo ai ruoli non vedremmo spiragli di speranza per il primo, e finiremmo per condannarlo, pensando di stare dalla parte del secondo. Invece, Gesù ci invita a riflettere sulla forma e il contenuto della nostra preghiera, perché a volte facciamo come il fariseo e altre come il pubblicano: anche noi ringraziamo, anche noi chiediamo perdono.
Ringraziare per il bene fatto, quando abbiamo osservato le regole religiose, comporta il rischio di credersi a posto con Dio, come se la vera differenza rispetto agli altri stesse tutta qui, ovvero tra chi osserva e chi trasgredisce. Rendere grazie al Signore significa piuttosto riconoscere che il bene viene da Lui e non da noi. In caso contrario, invece di sentirsi parte di un’umanità graziata e bisognosa di grazia, l’effetto è quello di credersi migliori degli altri, fino al punto di disprezzarli.
D’altra parte, colui che se ne sta in disparte, e chiede perdono, trova la via più diretta: non parte dall’io pieno di sé, ma dal tu misericordioso cui si affida senza alcuna pretesa di giustificarsi. Ciò che conta, dunque, è mettersi dalla parte dell’umanità fragile, ferita, non autosufficiente. Questo è ciò che permette di tornare a casa col cuore sollevato.
La preghiera è un test di verità: può rafforzare ingannevolmente un io confuso che cerca di affermarsi, o smascherare una rappresentazione presuntuosa di sé di fronte all’amore che perdona. Gesù non giudica il fariseo perché ha osservato la legge, né applaude il pubblicano pentito: si limita a dichiararne le conseguenze: «chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Dunque, siamo messi di fronte agli effetti del nostro modo di pregare. La vita può cambiare, quando ringraziamo il Signore riconoscendo che il bene viene da Lui, e impariamo a non giudicare gli altri. Se abbiamo ricevuto il dono di riconoscerci poveri peccatori, sarà più facile lasciarci risollevare dalla sua misericordia, e diventare così più clementi. La questione alla fine si risolve sul peso che assume l’io o quello che riceve il tu. La preghiera autentica smaschera e libera solo quando riusciamo a mettere da parte noi stessi, non gli altri. Presentarsi a Dio per essere approvati è come stare di fronte ad uno specchio muto, ove appaiono deformati i volti degli altri anziché il proprio. Se invece siamo pronti ad inginocchiarci e a chinare il capo sulla polvere, avremo la gioia di sentirci rialzare da quella mano che non si stanca mai di accogliere e di perdonare.
16 ottobre 2022: XXIX Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 18,1-8
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Gesù racconta una parabola sulla preghiera, per dire come il Signore non tarderà ad intervenire a favore di chi lo invoca senza scoraggiarsi. La scena rappresenta la figura di un giudice disonesto, che alla fine si risolve positivamente grazie all’insistenza di una povera vedova – segno della dipendenza e della fragilità sociale. Niente a che a fare con la disposizione di Dio verso di noi, ma con una situazione tutta umana, apparentemente disperata, come spesso accade tra chi è potente e chi non conta nulla. In effetti, può capitare che una buona azione possa derivare da una cattiva intenzione: a volte, qualcuno è costretto a fare giustizia senza crederci davvero. A questo primo livello, il racconto diventa un incentivo a lottare per la giustizia, con tutte le proprie forze, senza violenza, specialmente da parte di chi è solo e senza protezione, come avviene anche oggi per molte donne offese, abbandonate e violentate.
Ma l’esempio vale soprattutto a segnare la differenza: non avviene così tra il Signore e noi, quando ci rivolgiamo a Lui con fiducia. Accade però che scambiamo l’essere ascoltati con l’essere esauditi, e questo potrebbe scoraggiare, perché non vediamo l’effetto della preghiera, come se il Signore fosse disinteressato. Dunque, non si tratta di strappargli grazie a forza di insistere, quanto di affidarsi ai suoi tempi, che non sono i nostri.
La certezza del suo amore viene spesso messa alla prova, specialmente quando domandiamo cose di cui abbiamo urgenza, come la guarigione dalla malattia, la pace tra familiari, la giustizia, il pane, il lavoro e ogni altro bene di cui siamo privati. Qui emerge un punto nodale del rapporto tra il credente e il Signore, che ci assicura: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Mt 7,7). E allora perché tarda ad arrivare ciò che chiediamo?
Lo sguardo di Gesù ci invita a rovesciare la prospettiva: se Dio non esaudisce le nostre richieste, tuttavia mantiene le sue promesse. «Lui che non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci farà dono con lui di ogni cosa?» (Rm 8,32). Mentre noi aspettiamo dal Signore cose buone, Egli invece ci dona il suo Figlio. Pare che tra la domanda e l’offerta non ci sia corrispondenza. A noi sembra non esaudita la richiesta, eppure il suo dono la supera: la presenza di Gesù accanto a noi è sorgente di ogni bene, anche maggiore di ciò che chiediamo. La prospettiva di fede trasforma la preghiera nella disposizione ad accogliere quanto il Signore ci ha promesso e già offerto: il suo amore, a noi sconosciuto. Non sarà l’insistenza affannosa ad ottenere, come se fosse chiusa la porta del cuore di Dio; è piuttosto quella del nostro a spalancarsi per ricevere quel bene che fatichiamo a riconoscere. La questione, in definitiva, è quella della fede di chi non misura Dio col metro umano – del potente distratto dal quale invocare benefici – ma del padre buono che si prende cura di tutti i suoi figli con amore provvidente, con i suoi tempi e le sue modalità, da attendere con pazienza, senza scoraggiarsi; al quale domandare lo Spirito santo, per imparare a pregare, perché neppure sappiamo cosa ci conviene domandare (cf. Rm 8,26).
9 ottobre 2022: XXVIII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 17,11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

L’esperienza della guarigione di dieci lebbrosi, che il vangelo di Luca ci racconta, comincia in un modo e finisce in un altro. Tutti si presentano a Gesù con fiducia, confidano che Egli possa guarirli, e lo gridano a gran voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Non c’è contatto, restano a distanza, ma basta la parola del Maestro a dar seguito alla loro richiesta. Sono inviati ai sacerdoti, che avrebbero dovuto dichiarali puri, per essere reintegrati nella comunità dalla quale erano esclusi. Il potere religioso, che li certificava come lontani da Dio, e perciò lontani dagli uomini, poteva riammetterli. Lebbra vuol dire in certo senso peccato, malattia significa punizione.
Il modo col quale Gesù supera questa visione impropria è delicato, non polemico: si limita a chiedere ai lebbrosi una fiducia più grande – «Andate a presentarvi ai sacerdoti» – mentre sono ancora ammalati. Tutti e dieci obbediscono, e si ritrovano purificati lungo la strada. Il racconto potrebbe finire qui, ma c’è la svolta. Uno di loro “si vede guarito” – e lo sono anche gli altri –, ma su di lui lo sguardo di Gesù ha gettato una nuova luce: prende coscienza del dono ricevuto e sente il bisogno di tornare indietro a ringraziare, con un gesto del tutto spontaneo, che fa pensare a come agli altri non sia venuto in mente.
«Era un Samaritano», scrive l’evangelista, mettendo l’accento sulla sua condizione di emarginato due volte: perché separato dal popolo eletto d’Israele e perché lebbroso; magari costretto dalla malattia a stare con altri non del suo gruppo etnico, quindi disprezzato anche da loro. Una volta vistosi guarito, forse avrà avuto anche un motivo in più per non andare dai sacerdoti. Sa bene di essere solo, ma la sua doppia marginalità ha trovato accoglienza: non solo adesso è guarito, purificato, ma anche salvato – così gli dice Gesù: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
Non c’è bisogno che diventi un discepolo, può tornarsene a casa sua, non nel gruppo. La sua strada è un’altra, quella di chi ha avuto il coraggio di esporsi, di avvicinare il Maestro senza temere il rifiuto. Il samaritano salvato rappresenta il cammino compiuto che va dalla fede alla riconoscenza; una strada offerta a tutti e non solo alle pecore perdute d’Israele. Egli loda Dio, il Padre, e si prostra ai piedi di Gesù, che è il Figlio.
Interiorizzare il dono ricevuto, rafforzare la fiducia iniziale e approfondire la propria fede è l’itinerario della completa conversione. Se ciò vale per l’ultimo di tutti, significa che è possibile anche per ciascuno di noi, pronti come siamo a chiedere, ma non altrettanto sempre disposti a dire grazie. Lo stesso sguardo accogliente e amoroso del Signore è rivolto anche a noi, ma noi dove siamo?
25 settembre 2022: XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 16,19-31
In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Nella storia di oggi, bella e triste, il ricco epulone e il povero Lazzaro sono così vicini e così lontani, nel tempo della vita terrena e anche dopo. Probabilmente, nessuno di noi si ritrova esattamente in questa scena, fatta di situazioni estreme, sia per la ricchezza sia per la povertà. Ma ciò non significa che non possiamo riconoscerci nelle molte vie di mezzo che ogni giorno percorriamo, lungo le quali incontriamo persone invisibili.
Il racconto di Gesù è chiaramente provocatorio: le sue conclusioni – tratte dal duro giudizio di Abramo nei confronti del ricco sepolto e di Lazzaro nel suo seno – potrebbero meravigliare, a confronto con l’annuncio della misericordia infinita di Dio, che Gesù proclama con insistenza. Eppure nei vangeli ci sono anche parole che non fanno sconto all’ingiustizia: quando non c’è compassione per chi è più debole e ai margini, non si può pretendere nulla neppure da Dio.
Questa parola evangelica ci invita a considerare seriamente l’attenzione che ciascuno di noi presta a coloro che incontra: se abbiamo un cuore sensibile verso chi soffre, oppure se siamo concentrati solo su noi stessi e i nostri affari. Ci sono delle domande che ci interrogano, alle quali il testo non risponde: la durezza di Abramo è compatibile con la misericordia cristiana? Lazzaro è consolato a causa della sua povertà o della sua pietà? Il ricco, poi, è punito per la sua ricchezza o per la sua mancanza di carità?
Potremmo trovare degli argomenti per ogni eventuale risposta; resta il fatto che vicinanza e lontananza sfidano sempre e comunque ciascuno di noi: possiamo colmare l’abisso che isola sia chi ha molto sia chi non ha niente?
Il ricco, una volta trovatosi nella condizione di indigenza – la sete ardente e la preoccupazione per i suoi familiari –, supplica Abramo e invoca l’aiuto di Lazzaro, ma ormai la situazione appare irrimediabile. A questo punto, saremmo portati a dispiacerci nel constatare che non ci siano vie d’uscita per chi si rende conto del male fatto, peraltro un male indiretto: il ricco non si è curato di Lazzaro, povero e malato, alla sua porta, ma non ne è stato la causa diretta.
In definitiva, siamo di fronte alla questione della invisibilità di Dio, del suo non chiederci attenzione in modo costringente, ma che si fa vicino nei poveri, e domanda silenziosamente di accorgerci di Lui. Paradossalmente, nel povero Lazzaro, che in ebraico significa “Dio viene in aiuto”, si nasconde il Signore che chiede aiuto. A noi la responsabilità di attraversare gli abissi della solitudine e dell’indifferenza che, mentre ci separano dagli altri, ci allontanano anche da Dio.
18 settembre 2022: XXV Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 16,1-13
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Come già abbiamo visto nelle domeniche precedenti, il vangelo di Luca ci pone di fronte ad alcuni racconti di non facile interpretazione. Oggi, tocca alla parabola dell’economo disonesto, che Gesù loda per la sua intelligenza nel trarre un vantaggio da una situazione critica. A prima vista, saremmo portati a giudicarlo come un imbroglione patentato, anzi, prima un incapace – «fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi» – poi uno scaltro opportunista: «So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua».
Una prima cosa che colpisce, nella decisione del padrone, è che non licenzia in tronco il suo amministratore, né lo manda in prigione, ma gli offre una via d’uscita: «Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». In qualche modo, dunque, gli dà un’ultima opportunità, che egli coglie al volo, ragionando tra sé e sé. Non vede futuro nel trovare un lavoro manuale né nel mendicare, quindi s’ingegna per trovare una soluzione, che potrebbe essere eliminare dal debito la percentuale che gli sarebbe spettata, o magari anche di più.
Forse è proprio a questa prontezza nel valutare la situazione che occorre guardare, per capire la sorprendente conclusione di Gesù, che si mette nei panni del padrone ingannato una seconda volta: «Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza». Chi si trova in difficoltà non deve disperarsi: c’è sempre un modo per risollevarsi. Basta considerare ciò che avviene a chi cade in disgrazia, a coloro che prima stavano bene e poi si ritrovano senza nulla, ai quali non resta che sperare nell’accoglienza di qualcuno cui rivolgersi con furbizia.
Alla fine, diventa più precisa l’indicazione di Gesù: «fatevi degli amici con la ricchezza disonesta», con ciò che vi è affidato e in realtà non vi appartiene; ovvero, fate buon uso dei beni materiali, in vista di un bene superiore. I soldi non sono tutto, finiranno, dunque cosa resterà?
Per Gesù è chiaro il senso della situazione paradossale: restano gli amici che uno, nel momento della difficoltà, è stato capace di procurarsi. L’ultima frase, sull’impossibilità di servire due padroni, non è solo un monito, ma prima di tutto una constatazione. Ad un certo punto della vita, occorre scegliere se confidare in se stessi e nelle proprie ricchezze, o preferire il Signore e gli altri. Chi sta con le ricchezze avrà falsi amici, che poi perderà; a chi confida nel Signore, anche se perde tutto, potranno rimanere degli amici, alla cui porta bussare per essere accolti.
11 settembre 2022: XXIV Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 15, 1-32
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Oggi, con le tre parabole dell’evangelista Luca, Gesù ci introduce nel cuore di Dio, felice di ritrovare tutto ciò che sembrava perduto. Una pecora, una moneta, due figli sono le cose e le persone più care, tutto ciò che abbiamo, anzi, ciò che il Signore ci ha donato, e di cui ci crediamo proprietari. Mentre noi fatichiamo a custodirle, e tuttavia ci sfuggono, Lui invece accetta di lasciarle andare. S’intrecciano, in modo potente e drammatico, la nostra pretesa di possedere e il modo del Signore di donare e accogliere.
La questione più complicata, per il nostro modo di considerare la giustizia nelle relazioni, sta nell’eccesso di felicità e di bontà del padre che accoglie il figlio sbandato, smanioso di libertà e poi ridotto a barbone, che si presenta a casa umiliato e perdente, oltre che perduto. Con questo racconto, Gesù risponde direttamente a «i farisei e gli scribi che mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”».
La parabola dei due figli smaschera l’indignazione di coloro che si credono dalla parte giusta, e disprezzano i pubblicani e i peccatori che si avvicinano a Gesù per ascoltarlo. Sono loro il secondo figlio che resiste alla gioia del fratello «morto e tornato in vita, perduto e ritrovato». Per il padre esiste una giustizia degli affetti che fatichiamo ad accettare, specialmente quando pensiamo che non ci sia posto per due. Torna fuori l’antica tensione tra Abele e Caino: la morte dell’uno sembra dar vita all’altro. È il conflitto originario dal quale non siamo mai liberi, e lo vediamo anche oggi, nel dramma di uno stesso popolo che si distrugge.
Gesù racconta in maniera diversa la ricerca affannata della pecora e della moneta smarrite – questi siamo noi – e l’attesa fiduciosa del padre dei due figli, seppur in modo differente entrambi perduti – questo è Dio. L’unità di tale esposizione è evidente: ritrovare ciò che era perduto suscita una gioia legittima. Anzi, a ben vedere, Gesù racconta la propria molteplice capacità di stare con noi: da una parte, Egli ci raggiunge là dove siamo e, dall’altra, noi possiamo raggiungerlo dove Lui si trova. Non siamo mai così lontani o perduti da non poter essere ritrovati.
Il problema sta nella concentrazione che abbiamo su noi stessi, quando misuriamo il dare e il ricevere, e l’altro, il peggiore, non merita mai quanto meritiamo noi. Lo sguardo di Dio, invece, va sempre oltre, tiene insieme, accoglie e perdona non solo lo smarrimento, ma anche la rigidità. Per questa ragione, la parabola dei due figli rimane aperta: non sappiamo se alla fine il figlio maggiore avrà ceduto alla supplica del padre. Ciò significa che c’è sempre speranza, anche per i più resistenti, vittime di se stessi, ma sempre accolti come figli, forse ancor più bisognosi di tenerezza e di perdono. Ad essi, infatti, manca ancora la scoperta della gioia.
28 agosto 2022: XXII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 14,1.7-14
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Essere invitati ad una festa, ad un pranzo o a una cena è sempre un onore, fa piacere a tutti. Ci si prepara con cura, si cerca di essere adeguati all’occasione, l’attesa dell’evento è carica di aspettative, soprattutto quando chi ci ha invitato tiene alla nostra presenza; magari si porta anche un dono all’ospite.
I vangeli raccontano varie occasioni in cui Gesù siede a mensa. Si comincia con le nozze di Cana, insieme a Maria e ad alcuni amici; poi a casa di Zaccheo, da Simone il fariseo e in altre occasioni. Gli viene rimproverato di essere amico dei pubblicani e dei peccatori, persino un mangione e un beone, a differenza dell’ascetico Giovanni Battista. Quando si tratta di rappresentare il regno di Dio, annunciato con tanta passione, Gesù impiega l’immagine del banchetto, al quale molti tra gli invitati della prima lista trovano scuse per sottrarsi, e vengono sostituiti da poveracci raccolti per strada.
Oggi, il brano evangelico racconta uno di questi episodi. A casa di un capo dei farisei, Gesù coglie l’occasione per parlare di umiltà – «chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» –, perché vede l’ansia dei commensali nel raggiungere i primi posti. Una cosa simile avveniva anche tra i suoi discepoli, magari in discussioni sottovoce: chi è il più importante, chi conta di più?
Il discorso riguarda tutti. Da una parte, ci sono gli ospiti ospitati, smaniosi di mettersi in evidenza, preoccupati di primeggiare, con la paura di non essere visti, apprezzati, riconosciuti – come succede in certi matrimoni, dove le invitate sfoggiano più della sposa. Dall’altra, gli ospiti ospitanti, che mettono nella lista amici, parenti e i personaggi più in vista nel contesto sociale, invece di invitare «poveri, storpi, zoppi, ciechi», che non possono contraccambiare.
Gesù sposta l’attenzione di tutti più avanti, verso «la risurrezione dei giusti», quando il Signore dirà a coloro che in questa vita non hanno contato nulla: «Amico, vieni più avanti!». Saremo anche noi tra questi nella misura in cui avremo cominciato a fare spazio a coloro che stanno ai margini, sono scartati, e nessuno ha voglia di sedervi vicino, non dico per mangiare, ma neppure per sentirne l’odore. Per fortuna, non esistono posti prenotati nel regno di Dio: va avanti chi arriva per ultimo.
Non dimentichiamo che Gesù, tra le molte cene fatte in compagnia di gente varia, alla sua ultima non ebbe timore di sedere accanto a chi lo avrebbe tradito, baciato dal quale, poco dopo, disse: «Amico».
Pensando a Giuda, pensiamo anche a noi, ma ci consolano le parole di don Primo Mazzolari, il giovedì santo del 1958, quando concludeva la sua omelia dicendo: «Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui […] ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici».
21 agosto 2022: XXI Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 13,22-30
In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Anche quella di oggi è una pagina del vangelo difficile da spiegare, se non nel quadro dell’insegnamento complessivo di Gesù. Alla domanda di un tale su quanti saranno i salvati, il Maestro risponde: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta». L’immagine è quella di una casa con una porta, che ad un certo punto viene chiusa. Fino ad allora è stata aperta a tutti, ma viene un momento in cui alcuni rimarranno fuori. La scena è inquietante: siamo messi di fronte all’ultima possibilità di accesso: o dentro o fuori.
Non siamo abituati a pensare a questa eventualità, perché crediamo di avere sempre tempo e nuove possibilità, di fronte alle situazioni umane, anche alle più complicate. In effetti è così, ma il Signore della storia ad un certo punto, come ha dato inizio così compirà il suo piano di amore e di salvezza. Che ne sarà allora di coloro che gli ripeteranno: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze»?
La risposta del Signore appare come impietosa: «Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!». Dio non riconosce coloro che sono stati ingiusti, non tanto verso di Lui, ma verso i fratelli, ai quali la giustizia è dovuta come primo gradino della carità.
Il criterio ultimo col quale saremo giudicati è chiaro per Gesù: ero affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere, e «ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me». La domanda dunque ci riguarda tutti, nel tempo della vita che ci è donato: ci siamo fatti prossimo a questi ultimi e scartati? Le opere che noi chiamiamo di “misericordia”, in realtà sono anzitutto opere di “giustizia”, e ad esse siamo tenuti tutti, senza distinzione di religione, perciò la chiamata alla salvezza è universale.
In definitiva, la porta stretta sono i fratelli più deboli nei quali Gesù si nasconde al punto che potremmo non riconoscerlo. Solo quando ci saremo fatti piccoli, pronti a servirli come nostri signori, avremo accesso alla gioia del Signore, che non avrà fine. Il tempo che abbiamo è dono prezioso da non sprecare; i talenti che abbiamo non vanno sotterrati per paura del rendiconto. Non c’è da temere il giudizio finale: sarà sull’amore accolto e donato, e questo è possibile, anzi necessario, per tutti.
La conclusione della parola di Gesù – «vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi» – non è una minaccia, ma un invito a rovesciare fin da adesso l’ordine delle relazioni, e questo è il compito da assolvere che ci è affidato. Alla fine lo riconosceremo come un dono, perché quel che non abbiamo fatto noi, lo compirà il Signore, nella sua giusta misericordia.
14 agosto 2022: XX Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 12,49-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Oggi siamo di fronte ad una parola del vangelo piuttosto difficile, almeno per il senso che siamo abituati ad attribuire alle parole fuoco, battesimo, divisione, soprattutto alla luce dell’insegnamento prevalentemente positivo e incoraggiante di Gesù. Il fuoco dello Spirito santo illumina e riscalda, l’acqua del battesimo rigenera e dà vita, la pace è il dono del Risorto ai suoi discepoli impauriti e sconfortati. Invece, nel brano odierno, Gesù parla di fuoco che viene a gettare sulla terra, di angoscia in attesa del suo battesimo, di divisione nelle famiglie. Come dunque intendere queste parole, che suonano con tono minaccioso e inquietante?
La chiave per comprendere l’effettiva ambivalenza delle immagini impiegate da Gesù sta nel fatto che sono riferite a sé, da una parte, e a noi, dall’altra, attraverso uno sguardo sul futuro possibile e reale. Il fuoco del suo amore lo condurrà alla passione, sulla croce, come ad un battesimo attraverso la morte. Per questo i cristiani, quando s’immergeranno nelle acque battesimali, penseranno alla sepoltura con il Crocifisso, per riemergere alla vita nuova del Risorto. Dalla morte e risurrezione di Gesù viene a noi il dono della pace, eppure sappiamo per esperienza come in noi continua a regnare la divisione, e tra noi l’inimicizia e il conflitto. Non si tratta di ciò che Gesù vuole, ma di ciò che accade quando non si accoglie il suo Vangelo.
Il desiderio di Gesù è di trascinarci con sé nell’avventura della trasformazione interiore e della vita: Egli si offre alla nostra libertà, ma la sua accoglienza implica sempre una purificazione. Il fuoco può essere benefico o malefico, rafforzamento o giudizio: tutto dipende da come rispondiamo al suo dono. Se pensiamo che Egli «sia venuto a portare pace sulla terra» senza il prezzo della rinuncia ad affermare noi stessi, ci stiamo sbagliando: le divisioni che lacerano le nostre relazioni, care e difficili, ne sono la prova quotidiana.
In effetti, sorgono divisioni anche a causa del Vangelo di Gesù, dove la scelta tra accoglienza e rifiuto è talmente alternativa da non consentire vie di mezzo. Così avviene quando si decide di donare invece di possedere, di perdonare anziché vendicarsi, di servire invece di dominare, di ospitare piuttosto che escludere. Non è indifferente l’opzione in un senso o nell’altro. Dal momento che non è possibile restare neutrali, non resta che tenere fisso lo sguardo su Gesù, come ci invita a fare la Lettera agli Ebrei, nella seconda lettura di oggi: «Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato».
31 luglio 2022: XVIII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 12,13-21
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Ripiegarsi su di sé è il rischio dal quale Gesù ci mette in guardia, nel brano evangelico di oggi. I discepoli e la folla, che ascoltano il Maestro, si trovano di fronte a due diverse situazioni. La prima, in cui Gesù si sottrae al compito di dirimere una questione ereditaria, anche se ai rabbini era talvolta consentito. A prima vista, pare che Gesù eviti di mediare di fronte ad una ingiustizia. In realtà, per Lui i beni che contano non sono quelli che si rivendicano per sé, ma quelli che si condividono: questa è l’ottica del regno che Egli annuncia. Perciò, prendere parte per uno dei due fratelli significherebbe dividere, e questo non vuol farlo, perché sa bene che per gli interessi è facile diventare nemici.
La questione di fondo, dunque, è un’altra: Gesù si oppone ad un rapporto con la proprietà che, per avidità, dimentichi il prossimo. Le sue parole indicano il nuovo orizzonte verso cui volgersi: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Egli vuole la condivisione, che nasce dal donare, non la divisione, frutto della sete di possesso.
La seconda situazione è descritta attraverso una parabola, che spiega meglio che cosa avviene nei pensieri di chi si ripiega su se stesso. Il ragionamento interiore dell’uomo ricco, che probabilmente ha lavorato onestamente, rivela l’aspirazione profonda del suo cuore: «Che farò? … dirò a me stesso: Anima mia…». Questi guarda al futuro e lo immagina nelle proprie mani: il grano, i miei beni, i magazzini più grandi. Non sa, però, che tra breve morirà, e non potrà fare ciò che ha sognato solo per sé: mangiare, bere e divertirsi.
La conclusione di Gesù mette in risalto l’errore di calcolo dell’uomo benestante, che non ha tenuto conto di un interlocutore decisivo: «Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”». La dimenticanza appare così come il vero limite di chi, pur con la giusta cura delle proprie cose, riduce l’orizzonte delle relazioni, finendo per escludere anziché includere. Non ci sono neppure eredi che potranno beneficiare dei beni accumulati.
Mettere da parte tesori per sé, senza pensare ai più indigenti, significa impoverire gli altri e se stessi, e dunque non arricchirsi presso Dio.
Fare attenzione, in definitiva, è ciò che Gesù ci raccomanda, sia per l’eredità che attendiamo di ricevere, sia per quella che dovremo lasciare. Al sicuro è solo l’anima che non dimentica di aver ricevuto più di ciò che ha conquistato, come Gesù ci insegna: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).
17 luglio 2022: XVI Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 10,38-42
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Quale sia la parte migliore è ciò che ci domandiamo di fronte ad alcune scelte da fare. Le parole che Gesù rivolge a Marta, nel vangelo di oggi, sembrano togliere ogni dubbio: quando si tratta di decidere tra agire e ascoltare, la cosa necessaria – letteralmente “la parte buona” – è ascoltare la parola del Maestro. Tuttavia, se attribuissimo a Gesù l’intenzione di svalutare il comportamento servizievole di Marta, rispetto alla apparente svogliatezza di Maria, cadremmo in un inganno. Marta è la padrona di casa – come indica il suo stesso nome – perciò assume il dovere dell’ospitalità, e lo esprime con la sua accoglienza premurosa, al punto da essere «distolta per i molti servizi» dall’attenzione verso il Signore. Maria, invece, accovacciata ai piedi di Gesù, pendendo dalle sue labbra, assume la tipica figura della discepola.
L’episodio raccontato dall’evangelista è al tempo stesso reale e ideale, concreto ed esemplare. La risposta di Gesù ha il profilo della diagnosi più che della critica: esiste una priorità, dalla quale Marta rischia di essere distratta. Questa indicazione del Signore è proprio Marta a provocarla, con la sua lamentela nei confronti di Maria. Il confronto, dunque, sorge tra le sorelle, non dal Maestro. Ciò fa pensare ad una permanente oscillazione tra due atteggiamenti spirituali, che spesso hanno animato le comunità cristiane.
Servizio della tavola e servizio della parola sono le due dimensioni che vennero distinte nella comunità primitiva. Come leggiamo negli Atti degli Apostoli, i diaconi furono istituiti per il primo, mentre agli apostoli fu riservato il secondo. In seguito, la tradizione cristiana ha radicalizzato questa indicazione, ponendo la questione in termini alternativi: tra l’azione e la contemplazione, ha più valore quest’ultima; sebbene l’esperienza monastica benedettina, ad esempio, pur configurandosi come contemplativa, ha preferito trovare una composizione col motto “ora et labora”.
La ricerca di un equilibrio tra il momento dell’ascolto e della preghiera contemplativa, apparentemente inattiva, e l’azione concreta del servizio, ad esempio caritativo, appartiene alla natura stessa della vita cristiana. Evitare l’opposizione, e quindi l’eccesso da una parte, è la vera sfida. L’evangelista «Luca non distingue tra una Maria che predica e una Marta che serve, ma tra una Maria che ascolta e una Marta che si esaurisce nell’esercitare l’ospitalità. Accorda così, con l’immagine di Maria, un posto alle donne nella comunità, cosa che poche religioni antiche offrivano, e con l’immagine di Marta afferma che non ogni diaconia della tavola è conveniente» (F. Bovon).
Ma forse vi è ancora qualcosa in più: Gesù ci insegna che è Lui a prestare attenzione a noi; che è venuto per servire, non per essere servito. Immersa nelle proprie premure, Marta rischia di dimenticare che è il Signore a prendersi cura di lei; perciò impara da Gesù a porre in Lui le sue preoccupazioni, e non in sé.
10 luglio 2022: XV Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 10,25-37
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Il dialogo tra il dottore della legge e Gesù si apre con una provocazione: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Per raggiungere una così alta mèta bisogna fare qualcosa? Forse si deve scegliere tra i precetti quello più importante e praticarlo. Il dottore aspetta da Gesù una risposta, ma viene rimandato alla sua competenza in materia: egli sa che amare Dio e il prossimo è il cuore della legge di Mosè. A questo punto il discorso sembra chiuso, Gesù concorda e saluta: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
La didattica del Maestro è esemplare: lascia che la risposta alla domanda la trovi chi lo interpella; non solo per sfuggire alla prova del suo interlocutore, ma soprattutto per far emergere in lui la consapevolezza. Non deve dirlo Gesù cosa bisogna fare, non si mette sul piano di chi insegna e detta regole: parte dall’altro e lo conferma nelle sue migliori intenzioni.
Una volta abbassate le difese e ottenuta la fiducia, Gesù non si sottrae al passo successivo nel dialogo col dottore, che gli chiede di scendere sul piano concreto: «E chi è mio prossimo?». Amare Dio con tutto se stesso sembra la cosa più chiara; ora vuol sapere verso chi esprimere l’amore: c’è forse una gerarchia, o il prossimo sono tutti gli altri indistintamente?
Gesù racconta una storia, in cui quattro persone giocano ruoli diversi: l’uomo mezzo morto, vittima di un’aggressione, un sacerdote, un levita e un Samaritano, che s’imbattono nello sventurato. Non c’è un giudizio nei confronti di coloro che passano oltre senza fermarsi: la legge proibisce di accostare un morto quando si va o si torna dalla celebrazione del culto. Dio e gli altri vanno distinti, in questo caso diventano distanti, persino alternativi.
Sembra dunque che il prossimo sia il disgraziato in fin di vita; risalterebbe così il senso di colpa dei due noncuranti. Invece, sorprende la conclusione che Gesù trae dalle parole del dottore: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». L’attenzione si sposta da chi è nel bisogno a «chi ha avuto compassione di lui».
Che cosa muove il cuore, fa volgere in basso lo sguardo e inginocchiarsi accanto al più debole? Questa è la domanda che attende una risposta da noi. Se non ti senti prossimo a chi è fragile, perché anche tu lo sei, sarà difficile non trovare buone ragioni per tirare innanzi. Il Samaritano, invece, è un separato, un eretico che non ha obblighi verso la legge, quindi non rischia nulla: è un impuro che si accosta ad un impuro. Siamo di fronte ad una cambio di prospettiva: per essere liberi di farsi prossimo occorre partire dalla consapevolezza di sé come l’altro.
A ben vedere, Gesù ha raccontato la propria storia, non la nostra. Ce lo ricorda il Prefazio comune VIII della liturgia eucaristica su Gesù buon samaritano dell’umanità: «Nella sua vita mortale egli passò beneficando e sanando tutti coloro che erano prigionieri del male. Ancor oggi come buon samaritano viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza».
In conclusione, ciò che lega l’amore di Dio a quello del prossimo non si trova in noi, ma in Lui, che si fa prossimo a questa umanità fragile, ferita e prostrata, di cui tutti siamo parte. A noi tocca solo prendere sul serio il suo invito: «Va’ e anche tu fa’ così».
3 luglio 2022: XIV Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 10,1-12.17-20
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Nel brano evangelico di oggi, Gesù, da buon Maestro, guida i suoi discepoli non solo stando davanti, ma anche mettendosi dietro. Invia settantadue discepoli in avanscoperta, a due a due: Lui arriverà dopo nelle varie città della Palestina. Uno strano modo per annunciare la buona notizia del regno di Dio – penseremmo noi. Che garanzia potranno mai dare queste persone senza mezzi e con strumenti minimi, mandati «come agnelli in mezzo a lupi»? L’unica cosa che raccomanda, dopo aver ridotto all’essenziale l’equipaggiamento – senza «borsa, né sacca, né sandali» – è di portare la pace.
I due discepoli del Signore probabilmente appariranno sulla soglia di case sconosciute come sprovveduti. Chi se li troverà di fronte come potrà reagire? Questo modo essenziale, scarno, persino improbabile di presentarsi dovrebbe trovare accoglienza altrettanto semplice. Assomigliano a dei mendicanti, sono più simili ai viandanti e ai pellegrini che ai missionari attrezzati per convertire. Sembra un esperimento, e non è detto che ottenga l’auspicato risultato di preparare l’accoglienza di Gesù, che verrà dopo.
La modalità di questa missione ci interroga, prima ancora del suo contenuto. Gesù non ci sta forse dicendo che Egli si affida alla libertà, sia di chi incontra gli altri nel suo nome, sia di chi riceve questa visita povera e inattesa? Il Signore non bussa mai alla porta di casa senza passare prima dal cuore. Non ha bisogno di imporsi con forza, attraverso strumenti potenti, manda gente normale, comune, che può anche sembrare inadeguata. Insomma pensa a ciascuno di noi. Ciò che conta è fidarsi ed esporsi, accettando il rischio del rifiuto.
La missione dei settantadue non è solo il test di verifica dell’adeguatezza dei discepoli, né degli eventuali ben disposti destinatari, ma solo la preparazione di un terreno che sonda il cuore aperto e generoso dei figli del regno, di coloro che semplicemente sono disposti ad incontrarsi per accogliere la pace, il dono che apre alla comunione. L’annuncio di pace è ciò che il Risorto offrirà ai suoi, smarriti dopo la sua tragica morte. La pace è il segno che l’amore trionfa sui conflitti, che c’è speranza e futuro.
Gesù promette ai discepoli missionari la sua protezione – «nulla potrà danneggiarvi» –, ma occorre fare attenzione a non illudersi: questo potere potrebbe rendere autoreferenziali, il rischio è di scambiare l’eventuale successo con la sottomissione dei demoni al potere che si crede proprio.
Sentiamoci dunque addosso la fiducia del Signore, non temiamo di non essere capaci: Egli non ci espone senza garantire di rimanere con noi. Essere inviati vuol dire uscire dalle proprie paure, senza cadere nell’eccesso opposto della presunzione. Conta guardare a Colui che sta dietro e a coloro che abbiamo davanti, mai solo a se stessi.
26 giugno 2022: XIII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 9, 51-62
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Terminato il tempo pasquale e dopo la festa del Corpus Domini, la liturgia della Chiesa ci invita a riprendere da capo il cammino dietro a Gesù, come discepoli rinnovati dal compimento del suo progetto d’amore per noi. La vita cristiana è segnata da una specie di spirale: il ciclo si ripete, ma ogni volta siamo un po’ più avanti; la storia di salvezza avanza verso la sua pienezza. Anche noi non siamo sempre gli stessi, gli anni che passano lasciano traccia nella nostra vita, una sempre nuova presenza del Signore ci accompagna.
Il vangelo di oggi si apre con una indicazione precisa: «Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme». La città santa è il luogo più caro al popolo d’Israele, qui la storia di alleanza con Dio ha il suo centro ideale. Per Gesù significa andare incontro al proprio destino, con la morte e risurrezione, per la salvezza di tutti. La consapevolezza che a Gerusalemme le feste pasquali si trasformeranno in dramma non scoraggia Gesù: Egli decide liberamente di offrire la sua vita, anche se potrà sembrare vittima di un complotto.
Lungo questa strada, l’evangelista Luca registra quattro incontri significativi, soprattutto per i discepoli che lo accompagnano, grazie ai quali anche noi comprendiamo cosa significhi stare vicino al Maestro. Anzi tutto, il rifiuto di accogliere Gesù da parte dei Samaritani suscita una rabbiosa reazione nei discepoli inviati in avanscoperta. Gesù li rimprovera, e riprende il cammino. L’episodio ci fa pensare a certe nostre permalose rigidità: quando troviamo opposizione, talvolta diventiamo intolleranti, invece di andare al di là, con pazienza e clemenza.
Il secondo incontro è di natura chiaramente diversa. Un tale si offre come discepolo. Anche in questo caso Gesù sorprende per la sua apparente ritrosia: «il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo», come per dire che chi crede di trovare sistemazione, sicurezza, rifugio nella sequela, ha sbagliato indirizzo. Stare col Signore vuol dire non avere mèta, ma solo compagnia. Conta con chi si viaggia più che dove si va.
Il terzo e il quarto incontro sono ancora diversi. Un altro è invitato da Gesù a seguirlo, ma questi ha una buona ragione per attardarsi: è morto suo padre, deve andare al funerale. La risposta del Signore sembra di nuovo scostante: il regno di Dio conta più degli affetti? Dovremmo rispondere con Gesù di sì, soprattutto quando si tratta di lasciar andare chi deve rimanere solo nel cuore, senza trattenere da nuovi passi in avanti: «tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
L’ultimo incontro è simile al precedente. Un discepolo è pronto a seguire il Maestro, e chiede solo di andare a salutare i familiari. La sua è una disponibilità incerta e condizionata? Probabilmente sì, dato che Gesù lo mette di fronte ad una alternativa: come si può mettere mano all’aratro e guardare indietro? Ciò significa che il tale non è adatto al discepolato?
Non sappiamo le decisioni prese da ognuna di queste persone di fronte alle risposte di Gesù. Una sola cosa è certa: Egli non vuol creare illusioni. Chi sta con Lui deve sapere che si va verso mète incerte, non prevedibili in anticipo. Il cammino del credente dietro a Gesù è sostenibile solo con la fiducia incondizionata: unica certezza è il suo amore senza riserve, fino in fondo, che non abbandona mai.
12 giugno 2022: Santissima Trinità
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 16, 12-15
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Nella solennità della Santissima Trinità, il vangelo ci invita a riflettere su alcune importanti parole di Gesù: «Molte cose ho ancora da dirvi». Il Maestro è stato con i suoi discepoli per un tempo breve, in cui non tutto si è fatto e si è detto insieme. Viene l’ora del distacco, o meglio di una nuova presenza. Occorrerà ricordare, non solo con nostalgia per ciò che manca e sembra perduto, ma soprattutto per la necessità di raccontare ad altri la straordinaria avventura d’amore vissuta con Lui. Non dovrà essere una memoria ripiegata su se stessi, ma annuncio gioioso del dono ricevuto, da condividere con tutti.
Come ha fatto spesso, spostando l’attenzione da sé al Padre, adesso Gesù indirizza lo sguardo e il pensiero dei suoi amici verso lo Spirito santo che verrà: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità». Per rendersi conto di ciò che hanno vissuto col Signore, ai discepoli non basteranno i ricordi: ci sono altre cose da scoprire, e lo potranno fare insieme, tra loro e con altri, grazie allo Spirito, che viene dal Padre e dal Figlio tornato nel suo seno.
Nasce così la fede nella Santa Trinità, senza difficili speculazioni intellettuali. Da quella che poteva sembrare una perdita, nasce un incremento di compagnia: il Figlio scompare, perché va dal Padre suo, e insieme mandano lo Spirito. In questo modo, Gesù sarà più presente tra noi dopo la sua Pasqua di prima. La fiducia in Lui allarga l’orizzonte della memoria e dischiude lo sguardo verso un futuro pieno di speranza. Passato e futuro s’intrecciano, il rapporto tra Maestro e discepoli fa spazio a tutti coloro che non hanno avuto la grazia di stare con lui, che avranno bisogno di sapere, di conoscere la loro storia. Perciò, lo Spirito «dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future».
Il racconto di quell’esperienza originaria, attraverso la testimonianza degli apostoli, giunge fino a noi, e ci affida il compito di custodire, di trasmettere e di comprendere qualcosa di nuovo. Le parole di Gesù le prende lo Spirito e le dice al cuore: non sono regole da osservare, ma sussurri che fanno palpitare, intuizioni che suscitano la fantasia dell’amore, stimoli ad avere il coraggio di rischiare nuove strade.
Dio non si chiude di nuovo in un cielo muto e inaccessibile: ormai la nostra carne abita nel seno della Trinità, e tra noi Egli vive come comunione di persone. Non Uno (il Padre) più Uno (il Figlio) più Uno (lo Spirito), ma piuttosto Uno per Uno per Uno, uguale un solo Dio in tre persone che vivono d’amore per noi, per tutti. La Santa Trinità non ha bisogno di essere capita: Gesù ci ha insegnato ad amare, non a discutere; da Lui impariamo a servire, non a giudicare. Con lo Spirito, avremo la forza di consolare, mai di intristire. Dal Padre riceviamo ogni dono da condividere, non certo il potere per dominare.
29 maggio 2022: Ascensione del Signore
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 24, 46-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

L’evangelista Luca descrive il congedo di Gesù dai suoi discepoli con parole essenziali: «Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo». Un saluto che ha il tenore dell’addio, proprio in senso letterale: a Dio, dal Padre, di ritorno da dove li ha persuasi di essere venuto, in cielo. Ci si aspetterebbe un clima di triste commiato, affollato dai ricordi: non vedranno più il Maestro amato, il Signore che hanno seguito con passione e fatica, ascoltato e incompreso, al quale si sono stretti e che hanno abbandonato. Sembra la fine di una storia, e invece è un nuovo inizio.
Occorre ripensare a quanto accaduto, a quello che di essenziale rimane e conta più di tutto: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno». Le antiche promesse di Dio si sono compiute nel suo Figlio Gesù, perciò è venuto il momento di trarne le conseguenze. Il Maestro guarda indietro e avanti, al dono fatto ai suoi e al compito loro affidato: «nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati». Le parole di Gesù infondono fiducia, nonostante il delicato momento del distacco: «io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso»; sarà infatti lo Spirito santo a consolare e a dar loro coraggio, per diventare testimoni del Signore.
Testimoniare significa partire da Gerusalemme, incontrare tutti, ebrei e pagani, raccontare loro una storia incredibile, esporsi e rischiare la vita. In questo modo, l’attenzione dei discepoli è spostata: non c’è da piangersi addosso per la scomparsa del Maestro, che in verità li aveva già sconvolti con la sua morte in croce. Gesù è il Signore delle sorprese, con Lui non si sa cosa può succedere, la vita è un’avventura travolgente, mossa solo dall’amore. Una sola cosa è certa: i suoi amici hanno imparato a fidarsi nonostante le loro fragilità ed incertezze. Lui non li abbandonerà mai.
Il brano si conclude con due strane annotazioni: «tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio». Da una parte, giustamente rimangono in città ad attendere lo Spirito annunciato, dall’altra, invece di essere tristi gioiscono, pur sapendo che il Signore se n’è andato. Poi vanno nel tempio, mentre ormai sanno che non c’è più luogo in cui adorare Dio se non in spirito e verità. Il nuovo tempio sarà la comunità credente, la cui pietra d’angolo scartata dai costruttori è il Signore Gesù. Mentre un corpo scompare, un altro si va formando: la Chiesa.
Con l’ascensione di Gesù al cielo comincia una nuova storia per tutti. Per l’umanità, animata dalla speranza dentro ogni dolore, persino oltre la morte. Per Dio stesso, che nel seno della Trinità accoglie la novità della carne di Gesù: ricevuta da Maria, con l’odore della bottega del falegname, profumata dell’unguento mischiato a lacrime d’amore. Sono tracce che durano per l’eternità.
22 maggio 2022: VI Domenica di Pasqua
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 14,23-29
In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola». Gesù insiste molto su questo singolare rapporto tra l’amore verso di Lui e le sue parole, dove persino il Padre e lo Spirito santo sono coinvolti. In effetti, è una verità che riguarda tutti, anche umanamente: chi vuol bene, tiene conto di ciò che dice l’altro, se lo ricorda, gli dà valore. Ma nel caso di Gesù sembra addirittura che sia richiesto il dovere dell’osservanza, come se fosse una nuova legge cui obbedire. In realtà, Egli intende la custodia del suo insegnamento, delle parole e dei gesti che consegna ai suoi amici, per vivere nel suo nome e alla sua presenza.
Occorre riflettere su ciò che significa custodire. Scriveva Catullo: «Le cose che si amano non si posseggono mai completamente. Semplicemente si custodiscono». Perché ci sono affidate, fanno appello alla memoria del cuore, si nascondono dentro di noi, pronte ad affiorare nei momenti più importanti. Ciò vale per le parole che feriscono, ma soprattutto per quelle che consolano.
La memoria di Gesù non è un museo di cose sepolte, pronte ad emergere come spettri del passato: è piuttosto il pozzo profondo dove attingere l’acqua fresca che ristora. Le parole di Gesù dischiudono sempre spazi nuovi, è la consegna di una promessa più che un comando: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. […] Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore». La fede intuisce, sa immaginare, anzi è la certezza dell’affidamento allo sguardo innamorato del Signore verso di noi. Senza questa memoria siamo perduti, non sapremmo dove appigliarci quando imperversa la tempesta.
Perciò, Gesù promette lo Spirito santo, il Paràclito, l’altro Consolatore: «lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Non sapremmo nulla dell’amore senza il dolce ospite dell’anima, il maestro interiore, Colui che viene a noi per dare forma al volto del Signore – che non abbiamo mai visto –, sul quale brilla dolcezza ineffabile e familiare, dono di gioia e speranza, oltre ogni pena. Un antico inno liturgico medievale, attribuito a san Bernardo di Chiaravalle, recita nella prima strofa:
«Iesu dulcis memoria
dans vera cordis gaudia
sed super mel et omnia
eius dulcis praesentia».
«O Gesù, ricordo di dolcezza
sorgente di vera gioia al cuore
più del miele e di ogni cosa
dolce è la sua Presenza».
15 maggio 2022: V Domenica di Pasqua
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 13,31-33a.34-35
Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Sorprendono – e un po’ inquietano – le parole di Gesù che insistono sulla gloria, dopo che Giuda è uscito dal cenacolo nella notte: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato». Egli sta per essere catturato, maltrattato, condannato a morte, eppure il suo sguardo va oltre, è avanti: nulla può fermare il suo amore senza limiti. Il perdono per chi lo tradisce, per chi lo sta per rinnegare, per coloro che lo abbandoneranno e persino per chi lo vorrà crocifisso, è già dentro il suo cuore. Ha una sola certezza: il Padre, «Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito».
Come si può pensare alla gloria di fronte all’abisso della solitudine, della morte imminente? Qui sta il segreto di Gesù: l’amore non è mai sprecato, nulla va perduto di ciò che si è speso gratuitamente. Questo significa non fermarsi dinanzi all’umana delusione dell’incomprensione e del rifiuto. Chi vuol bene davvero non si pente mai. Gloria vuol dire pienezza di vita, relazioni che, seppur interrotte, non si spezzano, perché le tiene in vita chi non ritrae il dono fatto, e offre ancora possibilità di ricominciare. È lo sguardo del Signore, che si allunga al di là delle sconfitte, per ridonare speranza a chi si smarrisce.
Il centro del brano evangelico di oggi è nelle parole decisive che Gesù rivolge ai suoi discepoli di ogni tempo: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Non parla di un amore qualsiasi, ma del suo. Il “come” fa la differenza, e si riferisce al passato, a ciò che i suoi amici potranno ricordare di Lui, una volta che Egli se ne sarà andato.
Si tratta dunque di guardare al modo con cui Gesù è stato con gli altri: non scegliere tra i buoni e i cattivi, avvicinare i più deboli per risollevarli nel corpo e nell’animo, mostrare a ciascuno che è amato senza condizioni, perdonare chi ti fa del male, non giudicare dalle apparenze, cercare il bene anche nei più cocciuti, lottare contro le ingiustizie, accogliere gli scartati e annunciare a tutti che c’è speranza e salvezza.
L’amore con cui Gesù ha amato, ama e amerà è sempre concreto, non è un sentimento vago, che si affida all’istinto di un momento, né decide chi lo merita o lo contraccambia. In questa assoluta gratuità sta la differenza. Potremmo persino dire che non ha un “perché”, ma solo un “come”. Se teniamo conto di questo, allora possiamo comprendere il senso della novità del suo comandamento – «Vi do un comandamento nuovo» –, che consiste nel non scegliere. È un amore universale, viene da Dio, non si pente, perdona e salva. Chi lo accoglie sarà reso capace di trasmetterlo, e sarà il segno distintivo dei discepoli del Signore: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». Chiediamo a Gesù di farcene dono: senza la sua grazia, non sarebbe alla nostra portata.
8 maggio 2022: IV Domenica di Pasqua
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 10, 27-30
In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Lo ripete due volte, Gesù, che nessuno potrà strappare dalle sue mani e da quelle del Padre le sue pecore, i suoi amici, l’umanità amata senza riserve, fino in fondo, per l’eternità. È la sua promessa e il suo desiderio. Queste affermazioni sono talmente decise e intense da suscitare in noi una certezza incrollabile: l’amore col quale Gesù ci tiene e ci trattiene con sé è più forte di qualunque cosa, del peccato e della morte.
Eppure siamo consapevoli della nostra fragilità, delle resistenze che ci trattengono dal fidarci e affidarci. Ma questo non impedisce al Signore di rivolgerci ancora la sua parola, la sua voce continua a risuonare nella Chiesa, per farsi spazio nei nostri cuori, e penetrare la coscienza anche di coloro che sembrano più lontani. Si tratta del suo fermo desiderio di custodirci. Ci abbraccia senza soffocarci. Ci sussurra al cuore senza invaderci. Guida senza forzare. Lenisce le ferite con tenerezza. Si fa presente senza dominare.
Cosa possiamo imparare dall’immagine del buon pastore? Prima di tutto, che Egli si è fatto Agnello, piccolo, ferito e insanguinato – come ci ha ripetuto la seconda lettura, dall’Apocalisse – e solo così vuol sedere sul trono del suo regno eterno di amore e di pace. Dalle sue piaghe siamo guariti. Non ci resta che affidarci all’amore crocifisso e glorioso del Signore Gesù, debole con i deboli, misericordioso con i peccatori, ma anche giusto con i prepotenti della storia.
A Lui affidiamo le nostre tristezze per questo mondo malato di egoismo, a Maria sua Madre consegniamo il dolore per le vittime della guerra, per tutti i bambini che oggi sono rimasti senza la mamma. Ringraziamo il Signore per la mamma che ci ha donato: rimarrà sempre il suo dono più grande, sia in cielo sia in terra.
«C’è un posto nel mondo
dove il cuore batte forte,
dove rimani senza fiato,
per quanta emozione provi,
dove il tempo si ferma
e non hai più l’età;
quel posto è tra le tue braccia
in cui non invecchia il cuore,
mentre la mente non smette mai di sognare…
Da lì fuggir non potrò
poiché la fantasia d’incanto
risente il nostro calore e no…
non permetterò mai
ch’io possa rinunciar a chi
d’amor mi sa far volar».
[Alda Merini, Tra le tue braccia]
24 aprile 2022: II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

La sera del primo giorno della settimana, Gesù attraversa le porte chiuse e si presenta ai suoi amici. Poi vi torna anche otto giorni dopo. Essi sono smarriti e impauriti, ma adesso gioiscono, increduli, stupiti, sconvolti. Non c’è stato tempo per elaborare il lutto. L’unico vuoto lasciato è quello del sepolcro. Gesù fa loro due regali: la pace nel cuore e lo Spirito. I peccati sono perdonati. Ci sarebbe stato da aspettarsi un rimprovero da parte del Signore, il senso di colpa per l’abbandono dei discepoli. Invece niente: solo la pace e la gioia. Questa è la novità di Pasqua: basta col passato, è l’ora di guardare avanti, non più a se stessi, oltre la paura, aldilà della morte.
Comincia così una nuova avventura: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Bisogna uscire dalla paralisi, partire e raccontare a tutti la breve e intensa storia d’amore vissuta insieme al Maestro. Non importa se si è capito tutto, se si è stati fedeli, se lo si è seguito fino in fondo. Adesso c’è la possibilità di rimediare: quanto non si è fatto prima tocca farlo d’ora in poi: diventare testimoni, con la forza dello Spirito.
Restano le proprie debolezze e fragilità, ciò che rende nuovi è il perdono, la grazia pasquale, la inattesa presenza misericordiosa del Crocifisso Risuscitato dai morti. Per questo oggi celebriamo la giornata della misericordia: Dio accoglie anche il rifiuto, lo perdona e salva dal peccato e dalla morte.
Nel nuovo orizzonte dischiuso dall’evento pasquale del Signore, c’è spazio anche per il dubbio, l’esitazione, la sfida. Tommaso ci rappresenta tutti, nel momento dell’incertezza, quando sopravviene la tentazione di toccare, di vedere, di essere certi. La fede pasquale genera un altro modo di stare con Gesù, che non viene dalla carne e da sangue, né dalla sola sensibilità umana, ma dalla sua grazia.
Da quel momento in poi, saranno «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!», ovvero tutti noi che, a distanza di secoli, incontriamo il Risorto grazie alla testimonianza ininterrotta di coloro che ne hanno custodita e trasmessa la memoria viva. La Chiesa nasce dalle ferite aperte del Crocifisso, con l’acqua del battesimo e il sangue dell’eucaristia, e dal dono dello Spirito, effuso sulla croce e donato dal Risorto.
Ci sarà ancora modo di tendere la mano e metterla nel fianco del Signore: quando incontriamo i più vulnerabili, i feriti, gli scartati. Quella sarà l’ora di credere alla sua nuova presenza in mezzo a noi. Gesù ha promesso di rimanere tra i suoi amici in due modi: con l’eucaristia e con i poveri. Dubitare che Egli sia lì, in mezzo a noi, in questi modi, sarà la sfida permanente della fede. Non potremo credere ad una presenza senza l’altra, perché solo l’amore ci permetterà di riconoscerlo. E quello che avremo fatto ai nostri fratelli più fragili, lo avremo fatto a Lui.
10 aprile 2022: Domenica delle Palme
Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Luca: Lc 22,14-23,56

«Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto.
È bella e terribile la terra.
Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, perfino i deserti.
È solo una stazione per il figlio tuo la terra
ma ora mi addolora lasciarla
e perfino questi uomini e le loro occupazioni,
le loro case e i loro ricoveri
mi dà pena doverli abbandonare.
Il cuore umano è pieno di contraddizioni
ma neppure un istante mi sono allontanato da te.
Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi
o avessi dimenticato di essere stato.
La vita sulla terra è dolorosa,
ma è anche gioiosa: mi sovvengono
i piccoli dell’uomo, gli alberi, gli animali.
Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario.
Congedarmi mi dà angoscia più del giusto.
Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
Il terrestre l’ho fatto troppo mio o l’ho rifuggito?
La nostalgia di te è stata continua e forte,
tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna».
Mario Luzi
Via Crucis al Colosseo, 1999
27 marzo 2022: IV Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 15,1-3.11-32
In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Con la storia del padre misericordioso e dei due figli perduti, Gesù pone la nostra umanità di fronte ad uno specchio, ove si riflettono i tratti di ciascuno di noi, delle nostre relazioni verticali e orizzontali. Ma soprattutto emerge il profilo del volto di Dio, dinanzi a qualunque resistenza al suo amore appassionato e senza riserve. Gesù racconta questa storia perché i farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Dunque è una spiegazione del motivo per il quale il Signore sta volentieri con i peggiori, non li scarta, anzi siede a mensa con loro.
Il primo figlio, il più giovane, come ogni ragazzo, ha voglia d’indipendenza, vuole andare in cerca della propria strada, perciò chiede denaro e se ne va. Al padre probabilmente non dispiace questa legittima aspirazione, gli lascia corda lunga, accondiscende e lo lascia partire. Magari egli sa che è fragile, come ogni giovane si troverà di fronte a molte difficoltà, perciò lo aspetta: quella è e rimane la sua casa. Così di fatto avviene. Si trova nel bisogno, cerca lavoro e pane, ma invano, ed ecco una svolta: «Allora ritornò in sé». Comincia un dialogo interiore, pensa alla sopravvivenza, decide di tornare a casa da servo, spinto dal bisogno.
Noi, forse in maniera ipocrita, saremmo tentati di giudicarlo. Invece: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Al padre non interessano i motivi, non gli lascia neppure terminare il discorso, per lui bisogna subito festeggiare: «perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». Un’esagerazione? Forse. Almeno per il fratello maggiore, che si sente offeso, teme che gli venga tolto qualcosa, come se non ci fosse più posto per due nel cuore del padre.
Questa storia parla di noi, ma soprattutto di Dio. Del diritto di essere liberi, che solo il vero amore concede; del coraggio di riconoscere la propria miseria, e di chiedere umilmente aiuto; dell’osservanza di regole senza cuore; della gioia di ritrovarsi, e della tristezza che viene dall’orgoglio. Tuttavia, il racconto rimane aperto: non sappiamo se, dinanzi alla supplica del padre, il figlio maggiore rientrerà a casa per la festa. Il brano evangelico ce lo lascia sperare. Fatto sta che, per il padre, «questo mio figlio» è «tuo fratello», perduto e ritrovato, morto e tornato in vita.
Si dischiude così l’orizzonte pasquale, al quale ci stiamo avvicinando: il passaggio dalla morte alla vita. Per Dio contano più gli effetti che le cause. Non c’è mai un dolore senza speranza di vita, mai una pena da cui non essere risollevati, che tocca uno e riguarda tutti. Il figlio, che vorrebbe essere trattato da servo, trova un padre che gli corre incontro. Il fratello, che ha vissuto da servo, fatica a diventare figlio. Nessuno è perfetto. Ma non è questo che dispiace al Signore. Se disprezzasse l’umano peggiore, sarebbe solo come noi, una brutta controfigura. Invece, il suo amore appassionato «è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia» (Benedetto XVI, Deus caritas est, 10).
20 marzo 2022: III Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 13,1-9
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Quando avviene una tragedia voluta dagli uomini – i galilei uccisi da Pilato – o un disastro naturale – le vittime del crollo della torre di Siloe – siamo sempre tentati dalla domanda: di chi è la colpa? Questi esempi di Gesù sono particolarmente attuali per noi oggi. La guerra della Russia contro l’Ucraina e la pandemia, pur essendo due drammi di diversa natura, fanno sorgere lo stesso interrogativo. Che significa allora la medesima risposta di Gesù: «se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo»?
Convertirsi o perire tutti, questa è l’alternativa. Non è la minaccia del Signore, ma il suo lamento, la sua supplica rivolta a questa nostra umanità smarrita, desolata, sconvolta. Siamo chiamati ad assumere il suo sguardo pasquale, che passa dalla morte alla vita; una prospettiva diversa da quella che lega la colpa alla pena. Non conta tanto discutere, analizzare, giudicare: è l’ora di volgersi al bene senza esitazione.
Le bombe che cadono dal cielo infiammano e distruggono, le donne e i bambini fuggono, gli uomini rimangono per difendersi e morire. È indicibile dolore che domanda pietà, soccorso, accoglienza. Non c’è che da rimboccarsi le maniche, aprire il cuore e la casa, offrire ospitalità e donare conforto. Questo significa convertirsi.
Come abbiamo fatto con la pandemia, pregando il Signore di allontanare da noi la peste del virus letale, imparando attenzione e cura, prudenza e sobrietà, così adesso, di fronte a questa immane tragedia voluta da un solo uomo, che inganna il suo popolo, non resta che coltivare semi di pace, di amore, di solidarietà. Potrebbe prenderci lo sconforto, il senso d’impotenza, e invece è l’ora di costruire nuove relazioni, ancor più salde, capaci di ridonare speranza a tutti coloro che sono lacerati dal dolore.
C’è una ragione che viene dalla fede a motivare la svolta del cuore e della vita: la pazienza di Dio. Questo è il tema che attraversa il brano evangelico di oggi. L’albero di fichi che non dà frutti da tre anni è proprio questo nostro mondo ammalato e violento, di cui il Signore non si stanca. Potremmo essere tentati di proiettare su di Lui la nostra delusione, lo scoraggiamento. Ma la parola di Gesù è più forte di ogni tristezza; è la sua supplica rivolta al Padre: «lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire».
Impariamo da Lui, come insegna papa Francesco: «La pazienza evangelica non è indifferenza al male. Di fronte alla zizzania presente nel mondo il discepolo del Signore è chiamato a imitare la pazienza di Dio, alimentare la speranza con il sostegno di una incrollabile fiducia nella vittoria finale del bene, cioè di Dio» (Angelus, 20 luglio 2014). Ricordiamoci però che Signore Gesù ha già vinto con un’unica potente arma: il suo sangue versato per amore di tutti, vittime e carnefici compresi.
6 marzo 2022: I Domenica di Quaresima
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 4,1-13
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Nella prima domenica di Quaresima, il vangelo ci presenta Gesù nel deserto tentato dal diavolo. La cornice della scena è suggestiva: solo Gesù può averla raccontata, dal momento che si tratta di un combattimento consumato nella solitudine. Ciò che Egli sperimenta è la suggestione: quel «fenomeno della coscienza per cui un’idea, una convinzione, un desiderio, un comportamento sono imposti dall’esterno, da altre persone, o anche da fatti e situazioni valutati non obiettivamente, e da impressioni e sensazioni soggettive non vagliate in modo razionale e critico» (Vocabolario Treccani). Ci sono due aspetti che determinano la prova: qualcosa che ci sollecita da fuori, qualcos’altro che spinge dall’interno. Come accade per il bene, così avviene per il male. In realtà, proprio qui sta la difficoltà: distinguere se quanto abbiamo di fronte è un bene o meno, e decidere se dire sì o no? Solo così riconosciamo il valore della libertà, inestimabile dono di Dio.
Hai fame? «di’ a questa pietra che diventi pane». Sfamarsi è giusto, ma Gesù può farlo usando il suo potere, quello che gli è stato dato per diventare cibo per gli altri? La risposta che dà non vale tanto per il diavolo, ma per sé stesso e per tutti noi: «Non di solo pane vivrà l’uomo». Gesù allarga lo sguardo, non si fa ingannare dal proprio bisogno, pensa all’umanità intera che prima del pane – e insieme ad esso – ha bisogno di amore.
La seconda suggestione è ancora più potente: «tutto sarà tuo». Il potere, il dominio sugli altri, su «tutti i regni della terra». Vediamo in questi giorni dove può condurre tale illusione, a quali tragedie porta la sete di potere. Gesù reagisce con coraggio: «Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto». Non c’è altro Signore a cui prostrarsi, questa è la certezza che dà speranza a tutti gli umiliati e gli oppressi del mondo. Nessun signore della guerra può prendere il posto del Signore della pace. Sappiamo quanta forza dà la fede, specialmente nei momenti di grande prova. Perciò dobbiamo pregare molto, perché chi soffre trovi il coraggio di non soccombere, prima di tutto interiormente, sapendo che non è da solo.
Infine, l’ultimo miraggio è quello della presunzione: «gèttati giù di qui», approfitta della tua posizione, fai vedere chi sei, esponiti pure al pericolo, ti andrà comunque bene. Gesù non ascolta la voce imperiosa dell’io, che si afferma su tutto e su tutti: «Non metterai alla prova il Signore Dio tuo». Gesù non vuol essere il Dio dei potenti, ma il Consolatore dei deboli; è venuto per servire, non per essere servito.
Dinanzi alle prove, occorre volgersi altrove, e assumere uno sguardo diverso. Il rischio più grande è di lasciarsi trascinare nel conflitto, in una spirale senza fine, dove il più fragile sicuramente soccomberà. Potrà persino sembrare debolezza, ma l’unico modo per vincere le suggestioni del male è rimanere attaccati al Signore, senza fuggire, con la certezza che Egli non ci abbandonerà mai.
Ciò che permette di vincere la tentazione è non credere alla propria incolmabile solitudine: quando ti credi abbandonato, quello è il momento della sconfitta; se c’è qualcuno vicino a te, diventi più forte. Per tale ragione, proprio in questi giorni, il popolo ucraino ha bisogno del sostegno e della presenza affettiva e solidale di tutto il resto dell’umanità, il cui destino ultimo non può che essere la pace.
27 febbraio 2022: VIII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 6, 39-45
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

Il tema del brano evangelico di oggi è il discernimento. Gesù invita i suoi discepoli a far bene attenzione a tre cose importanti: la guida, il giudizio, i frutti. In tutti e tre gli esempi – che Gesù chiama parabola – ci sono delle coppie: due ciechi, due fratelli, due alberi. Dunque, occorre valutare bene il nostro modo di vivere le relazioni, per saper scegliere il bene.
Prima di tutto, l’unico Maestro da seguire è Gesù stesso; chi lo sostituisce con altri rischia di smarrirsi: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?». Questo succede quando qualcuno si crede più saggio di un altro, e magari pretende di dare consigli prendendo il posto dell’unico Signore, la vera luce che illumina ogni uomo.
Secondo esempio. È il caso di un fratello che crede di dover correggere il fratello, ma in realtà lo giudica: «mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio». Ci si fa un’immagine deformata dell’altro quando non stiamo bene: allora diventiamo insofferenti nei confronti di dettagli irrilevanti, tutto ci dà fastidio, tendiamo a proiettare sull’altro la nostra insoddisfazione. È il momento in cui fare un esame di coscienza, invece di ergersi a giudici ipocriti. La consapevolezza dei propri limiti è il primo passo per diventare tolleranti, comprensivi, clementi: «Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Terzo esempio. Distinguere tra l’albero buono e quello cattivo: «Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto». Si tratta di valutare bene le conseguenze di ciò che ha origine nel cuore. Il bene scaturisce da un cuore buono, il male dal cuore cieco, sprezzante, impietoso.
Sono tre situazioni in cui siamo messi di fronte a noi stessi e agli altri. Da chi ci lasciamo guidare: da ciechi presuntuosi o dal Signore che ci fa suoi discepoli? Lo stesso vale per noi, nel momento in cui ci illudiamo di guidare gli altri, mentre non siamo consapevoli della nostra fragilità e, dunque, manchiamo di misericordia. Che cosa c’è nel nostro cuore, che ci spinge a pronunciare parole buone o cattive, a compiere gesti di bontà o di egoismo?
Sono le domande che Gesù ci rivolge, ed è quanto mai opportuno rispondervi proprio alla vigilia della Quaresima, tempo propizio per la conversione del cuore: dall’io cieco e giudicante al tu benevolo e misericordioso. Senza questo passaggio, frutto della grazia, che viene dall’ascolto dell’unico vero Maestro, non troveremo la strada impegnativa e luminosa della pace, di cui ciascuno di noi e l’umanità intera ha sempre più bisogno, soprattutto in quest’ora oscura che incombe sull’Europa.
20 febbraio 2022: VII Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 6,27-38
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.
Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso .
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

Le parole che oggi Gesù rivolge ai suoi discepoli sono dirompenti: «amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male». Viene spontaneo chiedersi: è mai possibile? Come si fa? Il tono appare imperativo, quasi un ordine indiscutibile. Eppure è quanto di più difficile, non solo da fare, ma anche da comprendere. C’è un istinto di difesa che ci soccorre di fronte a chi fa del male, una reazione spontanea, persino sana, che fa prendere distanza da chi offende e fa soffrire. Perché allora Gesù comanda di rovesciare quel legittimo sentimento umano di cui tutti facciamo esperienza?
Le parole di Gesù vanno ascoltate tutte, e quelle seguenti ci aiutano a capire: «come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro». A pensarci bene, chi fa del male non sempre ne ha piena coscienza e volontà. Qualche volta sarà capitato anche a noi di ferire e, una volta presa coscienza, avremmo desiderato essere perdonati, ma magari non abbiamo avuto la forza di chiedere scusa. Chi non ha qualcosa da farsi perdonare? Qui la parola di Gesù apre una strada: accogliere la debolezza di chi odia e maledice, senza scambiarla con la forza. Il male può essere sconfitto dal bene. Quando nel proprio cuore si fa spazio il risentimento e il rancore, il male raddoppia invece di sparire.
Siamo tutti capaci di scambiare bene con bene, di dare e di ricevere alla pari. Ciò che invece ci mette davanti il Signore è lo squilibrio: uno fa il male e l’altro risponde col bene; uno odia e l’altro ama; uno offende e l’altro perdona. C’è una ragione di fondo che spinge i cristiani su questo piano inclinato, ed è il modo di fare di Dio con noi e con tutti: «sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso».
Il terreno delle relazioni è scivoloso, asimmetrico, senza proporzioni né equivalenze. È più facile di quanto non sembri passare da vittime a carnefici: vi conduce la logica dell’occhio per occhio. Non si restituisce mai nella stessa misura, si rischia sempre l’eccesso. Ecco allora la logica rovesciata di Gesù: non condannare per non essere condannati, perdonare per essere perdonati. Chi dona amore ne riceverà sempre di più, magari non dalle stesse persone, ma da altre. Il circolo virtuoso del bene non si chiude tra l’io e il tu, ma va oltre. Secondo Gesù, questo è il modo per spezzare la spirale del male: far circolare il bene ovunque, a cominciare da dove manca.
Merita ricordare e ripetere spesso la Preghiera semplice di san Francesco d’Assisi:
«O Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace:
dove è odio, fa’ ch’io porti amore,
dove è offesa, ch’io porti il perdono,
dove è discordia, ch’io porti la fede,
dove è l’errore, ch’io porti la Verità,
dove è la disperazione, ch’io porti la speranza.
Dove è tristezza, ch’io porti la gioia,
dove sono le tenebre, ch’io porti la luce.
O Maestro, fa’ che io non cerchi tanto:
ad essere compreso, quanto a comprendere.
ad essere amato, quanto ad amare.
Poiché:
se è dando, che si riceve:
perdonando, che si è perdonati;
morendo, che si risuscita a vita eterna. Amen».
13 febbraio 2022: VI Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 6,17.20-26
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate,
perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo.
Allo stesso modo infatti agivano
i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Nel brano evangelico di Luca i beati sono quattro e i guai pure, invece degli otto beati del vangelo di Matteo. Qui siamo in pianura, là sul monte. Le due versioni complementari mostrano che Gesù deve aver parlato in diverse occasioni in modo simile, pensando non solo al futuro rovesciato da Dio, ma anche al presente da cambiare, che tocca a noi. In questo testo evangelico, infatti, sono messe a confronto due realtà opposte: chi sta male e chi sta bene, insieme alle conseguenze della giustizia di Dio e alle opportunità di cambiamento che valgono per tutti.
Non può che sorprendere il chiamare beati, ovvero lieti e felici coloro che versano in condizioni di povertà, le più differenti, gli affamati di pane e di amore, quelli che piangono e sono tristi per le avversità che debbono sopportare, gli offesi e i disprezzati perché discepoli del Signore. La vera ragione di questa strana beatitudine è che il Signore è l’unico a prendersi cura dei più deboli senza chiedere nulla in cambio: lui è il futuro ultimo di tutti gli scartati della terra. Gesù è qui, accanto a loro, per mostrare che quel futuro annunciato comincia con lui, che li avvicina con tenerezza.
Subito dopo, egli annuncia i guai per quelli che passano accanto ai poveri e restano indifferenti, pieni di sé e delle proprie sicurezze; per coloro che pensano al proprio benessere, incuranti di chi non ha nulla; a chi vive preso soltanto dalle cose materiali, senza alcuna interiorità.
Dunque, non sono soltanto promesse di riscatto per primi e minacce di sconfitta per gli altri: Gesù vede l’universo umano così com’è, immaginando cambiamenti impegnativi e radicali del modo di essere, che cominciano dal modo di pensare e di vivere. Il problema fondamentale è la chiusura dentro confini che sembrano invalicabili, destini segnati e irrimediabili, condizioni fatali che non prevedono svolte. Ed è su tale ineluttabilità che oggi siamo provocati: davvero non c’è modo di prendere parte attiva al cambio di rotta verso la fraternità?
La speranza di Gesù non si volge tanto alla giustizia divina, che rovescerà i potenti dai troni e innalzerà gli umili alla fine della storia, ma è soprattutto invito ad aprire occhi e cuore nel tempo presente, per mettere in atto “la giustizia degli affetti” (P. Sequeri). Il Dio che Gesù rivela con parole e gesti non è uno che ti abbandona al destino che ti procuri e ti meriti, ma il Padre amoroso che, mentre consola i disperati, non si stanca di bussare alla porta dei cuori chiusi.
Chi non ha niente e vive con la tristezza nell’animo non è così inutile come pensa: c’è lo sguardo di chi non lo rifiuta, e questo è di Dio e di coloro che lo prendono sul serio. Chi ha tutto e pensa solo per sé non è poi così certo di conservare la propria egoistica tranquillità: c’è una voce che scomoda quel po’ di coscienza che resta, non con la minaccia di perdere tutto, ma con la supplica di accorgersi del fratello e della sorella indigente.
Il Signore Gesù non è un sociologo che analizza il mondo umano e ne prevede uno divino migliore. È il Signore che desidera risparmiare a tutti i suoi figli pene di qui e pene di là, offrendo pienezza di vita possibile nell’aldiquà e certa nell’aldilà.
23 gennaio 2022: III Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 1,1-4; 4,14-21
Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Nella giornata dedicata da papa Francesco alla Parola di Dio, la liturgia ci offre alcuni spunti su cui riflettere attentamente. Il primo viene dalla celebrazione della Legge – nella prima lettura – dove il popolo si commuove ascoltando i sacerdoti e gli scribi che la proclamano in pubblico. Siamo ancora nell’Antico Testamento: la Parola scritta è indicazione per il comportamento, invita alla conversione e alla fiducia nel Signore, per poter gioire della sua presenza in mezzo alla comunità d’Israele.
Ma è il Vangelo di Luca a farci vedere oltre: la Parola è la persona di Gesù. Con l’inizio del suo racconto, l’evangelista spiega come ha raccolto le informazioni su Gesù dai testimoni oculari, per rendere solida la fede di coloro che già hanno ascoltato il suo annuncio di salvezza. Subito dopo, la scena si sposta nella sinagoga di Nazaret, dove Gesù prende il rotolo del profeta Isaia e legge un testo importante: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione». La gente è colpita dal modo in cui Gesù ha letto, come se fosse lui stesso il contenuto di quel brano. Egli non commenta, riconsegna il rotolo e siede. Di fronte agli occhi fissi su di lui, ecco la conferma: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
I presenti, che hanno intuito qualcosa in più, non si sono sbagliati: colui che ha letto la Scrittura è la Parola in persona, la realizza, in lui si compiono le promesse di Dio non solo ad Israele, ma a tutti, specialmente ai poveri e ai prigionieri. Non è più la Legge a commuovere, non sono più i profeti ad annunciare, adesso è presente Dio stesso in carne ed ossa. Per questa ragione, i cristiani non sono uno tra i popoli del Libro, ma le membra di un corpo vivo, che si muove, lotta e soffre per amore, il cui capo è Gesù – questo ci ha detto San Paolo nella seconda lettura.
Per i credenti, da adesso, leggere le sacre Scritture significa ascoltare Gesù Signore vivo e presente nel mondo. Occorre dunque passare dal testo alla Testa (del corpo ecclesiale), dalle parole di Dio alla sua Parola fatta carne. Così, le Scritture sacre divengono il mezzo per guardare ai fratelli più poveri, ai quali è annunciata la gioia della liberazione da ogni oppressione, la grazia della salvezza che viene da Gesù, senza il quale non c’è vera speranza.
Leggendo il Vangelo, i nostri pensieri sono nutriti dal Signore: impareremo a pregare, come i bambini che imparano a parlare ripetendo le parole dei genitori. Eviteremo così di crearci un Dio a nostra misura, lasciando che siano i suoi pensieri a trasformare i nostri, spesso vuoti e sconsolati. La sua Parola, infatti, continua a ripeterci: «non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».
16 gennaio 2022: II Domenica del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 2,1-11
In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Appena concluso il tempo di Natale con il battesimo sul Giordano, la liturgia della Chiesa ci presenta il primo dei segni che Gesù compie in modo piuttosto originale rispetto a tutti gli altri che seguiranno durante la sua vita pubblica. Si completa così l’Epifania del Signore, la sua manifestazione pubblica, che la Chiesa identifica in tre momenti: l’adorazione dei Magi, il Battesimo, le nozze di Cana.
Ad una festa di nozze sono invitati Maria, Gesù e i suoi amici. Probabilmente si tratta di due giovani sposi cari alla famiglia di Nazaret. Da donna attenta ai particolari, Maria si accorge di un fatto importante, che forse nessuno ha ancora lamentato, ma che rischia di creare malcontento nei commensali: manca il vino, la festa potrebbe rovinarsi. Lei sa di sedere accanto ad un figlio speciale, capace di fare qualcosa di buono, magari di trovare un rimedio. Segnala il fatto – «Non hanno vino» – senza con questo pretendere nulla. Gesù risponde quasi scocciato, come se volesse restare fuori dalla questione, poi però trova una soluzione sorprendente, più con i fatti che con le parole. Fa riempire sei anfore d’acqua – quella che serviva agli ebrei per la purificazione rituale – per una totale di più di seicento litri: un’esagerazione. I servi obbediscono prima al suggerimento di Maria e poi all’ordine di Gesù senza batter ciglio. Ecco allora la sorpresa del maestro di tavola, attribuita erroneamente allo sposo: «hai tenuto da parte il vino buono finora».
Strano prodigio, quello di oggi, fatto di nascosto, senza clamore, senza parole che spiegano. Perché l’evangelista lo racconta? Di sicuro il segreto sta nella conclusione del brano: «Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui». Gli amici che Gesù ha portato con sé alla festa non sapevano ancora chi era il Maestro, ma da quel momento cominciarono a capire. Questo c’insegna che il Signore sta sempre accanto a noi con discrezione e delicatezza, compie segni non eclatanti, rivela la sua gloria nell’umiltà, e magari in situazioni inaspettate.
Però, se facciamo più attenzione, c’è un gesto ancor più tenero all’origine di questo primo segno: la premura della Madre di Gesù, che, certa del buon cuore del suo figlio, sussurra ai servi: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Tra le pochissime parole di Maria, che i vangeli riferiscono, questa appare decisiva, sta all’inizio e vale sempre: al tempo stesso, esprime fiducia e certezza, affidamento e complicità, intimità e libertà. In questo modo, unico e incomparabile, Maria ci permette di entrare nel cuore di Gesù attraverso il suo. L’acqua servirà anche per purificare, ma è il vino nuovo dell’amore versato nei nostri cuori che anticipa la gioia della festa senza fine nel regno di Dio, fin da ora pregustata nell’Eucaristia.
9 gennaio 2022: Battesimo del Signore
Dal Vangelo secondo Luca: Lc 3,15-16.21-22
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

«Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera». Con questi rapidi tratti, i vangeli passano dall’infanzia all’età adulta di Gesù, che inizia la sua vita pubblica, dopo la giovinezza trascorsa nel silenzio e nel nascondimento. Egli lascia la propria casa, comincia la sua missione, s’immerge nel comune destino del suo popolo. Anche se per Gesù non si tratta di purificazione, di fatto avviene in lui una vera e propria conversione, nel senso di una svolta decisiva: dalla vita ritirata di Nazaret a quella itinerante lungo le strade della Palestina, senza un luogo ove poggiare il capo. Giovanni Battista lo riconosce come il Cristo, ma sono il Padre e lo Spirito che lo rivelano a tutti: adesso è lui che bisogna seguire.
Il Battesimo di Gesù è l’occasione per riflettere sul nostro battesimo, la porta dei sacramenti attraverso la quale siamo entrati nella famiglia del Signore, messi a parte della comunità dei credenti, ove ci riconosciamo figli e diventiamo fratelli. All’immagine cara alla tradizione, che ha identificato l’effetto del battesimo con un sigillo, un’impronta indelebile nell’anima – per cui il Padre ripete anche a ciascuno di noi: “tu sei figlio mio” –, potrebbe riferirsi anche un’altra immagine, collegata al tempo che stiamo vivendo: il vaccino. Il che vuol dire: non temere il male che ti minaccia, sono con te, ti proteggo; puoi anche ammalarti, ma non sarai perduto. Ovviamente, la similitudine è relativa: pur segnati dalla consapevolezza di essere figli, rimaniamo liberi, amati nonostante le lentezze, i ritardi, le cadute. Anzi, tale dono ci rende ancor più sensibili verso coloro che non l’hanno ricevuto: anch’essi figli come noi e fratelli tutti.
Prendere coscienza di questo dono ricevuto gratuitamente – il giorno in cui ai genitori «Dio concede di scegliere il nome col quale chiamerà ogni suo figlio per l’eternità» (Francesco, Amoris laetitia, 166) – vale a risvegliare il senso della gratitudine: il primo passo lo ha fatto il Signore, a noi tocca rispondere all’amore, non conquistarlo. Se siamo figli, siamo anche eredi, facciamo parte della sua famiglia, il legame indistruttibile col quale ci stringe a sé ci rende persone nuove, libere, capaci di amare come lui ci ha amati.
Mentre il tempo di Natale si conclude, ha inizio il tempo della sequela. Ci siamo avvicinati al Bambino per imparare a seguire il Maestro, lungo la strada della fiducia, della speranza, con umiltà, pronti a condividere e a servire i più deboli che incontriamo ogni giorno. Al dono ricevuto corrisponde un compito: realizzare con impegno ciò che siamo diventati per grazia: figli nel Figlio, fratelli e sorelle nella famiglia umana.
6 gennaio 2022: Epifania del Signore
Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

«Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». Con queste parole, alcuni sapienti d’Oriente vanno in cerca del nuovo misterioso re appena nato. Ma non è certo cosa tanto saggia andare a chiederlo ad Erode, che sente così vacillare la propria corona. I potenti sono talmente attaccati al potere che vivono con la costante paura di perderlo, e sono disposti a qualunque cosa pur di mantenerlo. Singolare profezia quella dei Magi: sulla croce di Gesù sarà Pilato a scrivere “Il re dei Giudei”, prendendo ancora l’ultimo abbaglio.
Potrebbe succedere anche a noi di attenderci un Dio sovrano, un Signore dei signori, capace di mettere in riga tutti i potenti del mondo, di liberare da ogni oppressione e di far trionfare con forza la giustizia. Ma non è di questo che si tratta, e i Magi se ne accorgeranno, nonostante il segno celeste che li ha guidati, di cui si sono fidati, portando omaggi regali. «Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono». Un bambino in braccio alla sua mamma, in una casa qualsiasi, senza corte né anticamera: questo è il Signore dinanzi al quale inginocchiarsi.
La tradizione della liturgia cristiana, interpretando simbolicamente i doni dei Magi, guarderà più avanti: l’oro offerto al grande Re, la mirra per l’uomo deposto dalla croce, l’incenso per il Dio immortale. Segni che annunciano il destino di quel bambino, profezie di un compimento adesso nascosto, protetto dalle braccia di Maria, custodito nel suo cuore, in attesa di rivelarsi al mondo. Anche i Magi vedono quel che brilla negli occhi stanchi del vecchio Simeone: «la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti» (Lc 2,30-32). La guida della stella è il riflesso della «luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Il segno nel cielo ha sospinto la ricerca sulla terra, a guardare in alto per trovare in basso. Questa via vale anche per noi, specialmente quando pensiamo a un Dio lontano, troppo in alto, che invece viene a cercarci quaggiù, dove siamo, dove viviamo.
La solennità dell’Epifania è l’inizio di quella manifestazione del Signore che procede per gradi: seguirà poi il battesimo sul Giordano, le nozze di Cana, quindi il suo cammino verso la Pasqua. Anche noi, accompagnati dai segni che ogni giorno ci vengono offerti lungo la strada, portiamo a Gesù quanto abbiamo di più prezioso. E quando nelle nostre mani vuote ci sarà solo paura, sofferenza e scoraggiamento, non temiamo: le braccia di Maria, che cullano il bambino Gesù, saranno sempre pronte ad offrirci il suo Figlio, il vero regalo che Dio attende di donarci. In fondo, questo è anche il capovolgimento di prospettiva cui si sono ritrovati i Magi: pensavano di portare doni e, invece, ne hanno ricevuto uno ben più prezioso dei loro.
La nascita di Gesù
«Se in te semplicità non fosse, come
t’accadrebbe il miracolo
di questa notte lucente? Quel Dio,
vedi, che sopra i popoli tuonava
si fa mansueto e viene al mondo in te.
Più grande forse lo avevi pensato?
Se mediti grandezza: ogni misura umana
dritto attraversa ed annienta
l’inflessibile fato di lui.
Simili vie neppure le stelle hanno.
Son grandi, vedi, questi re;
e tesori, i più grandi agli occhi loro,
al tuo grembo dinanzi essi trascinano.
Tu meravigli forse a tanto dono:
ma fra le pieghe del tuo panno guarda,
come ogni cosa Egli sorpassi già.
tutta l’ambra imbarcata dalle terre più remote,
i gioielli aurei, gli aromi
che penetrano i sensi conturbanti:
tutto questo non era che fuggevole
revità: d’essi, poi, ci si ravvede;
ma è gioia – vedrai – ciò che Egli dà».
Rainer Maria Rilke
Omelie precedenti: https://sansepolcropisa.com/archivio-omelie/

